Tommaso Pironti'O lupommenaro d''o Mercato a cura di Cristiana Anna Addesso


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Il dramma in cinque atti ’O Lupommenaro d’’o Mercato è da ricondurre con certezza al “romanzo storico” I lazzari di Francesco Mastriani, per quanto il titolo alluda in realtà al soprannome di uno dei personaggi principali della narrazione, nello specifico l’infame camorrista Rosario Cavaiuolo, spia presso la Polizia borbonica ed afflitto dall’asma:

Da qualche tempo, l’abuso de’ vini e de’ liquori congiunto ad altre sue bestiali consuetudini, ed anco l’aria corrotta e appestata dei covili ov’egli si riduceva a dormire, aveano sviluppato in lui quella tormentosa malattia che domandasi asma. È noto che i pazienti di questa malattia, per quella oppressione che lor viene sul petto per la difficoltà del respiro, mettono talora alte strida e lamenti, per cui s’ingenera la commiserazione degli astanti e de’ vicini. Spesso Rosario, sentendosi soffocare nell’aria mefitica del suo covile, usciva a mezzo la notte e, a somiglianza di lupo, iva gemendo e gridando per le vie insino all’alba. Le quali lamentevoli grida notturne rompevano a soprassalto il sonno dei dormienti, che, chiesto al domani chi mettea quei lamenti e della ragione, sentivano con raccapriccio che un licantropo camminava la notte per le strade. (F. MASTRIANI, I lazzari. Romanzo storico, 2° edizione illustrata, Napoli, De Angelis, 1873, p. 58)

Al tempo dei Borboni, nella napoletana Piazza del Pendino, il «tamurro» Surecillo chiede al «masto» Ciro di poter diventare «picciotto» sfidando in una «zumpata» Pascariello, il miglior tiratore di coltello della loro paranza. Sopraggiunge il giovane Biasiello, che racconta agli amici ed alla fidanzata Carmela di aver difeso una povera donna dalle minacce del padrone di casa, malmenandolo e rischiando di essere arrestato. Frattanto il capo-paranza Rosario (soprannominato “lupomannaro” per i rantoli notturni emessi a causa della grave asma), per conto di suo figlio Pascariello, trama un agguato notturno contro il Cavaliere d’Alessis, anche lui pretendente di Carmela – figlia del «feroce» Don Pietro (capo della Polizia) –, cui devono sottrarre un orologio con catena d’oro. Nonostante il cavaliere si accompagni proprio a Don Pietro, che ben conosce ed alimenta le mire del nobile sulla figlia Carmela, al momento opportuno l’agguato viene realizzato e, oltre al furto, Surecillo assesta una coltellata a d’Alessis per vendicare, a suo modo, il fatto che voglia sottrarre la fidanzata all’amico Biasiello. Sul posto giungono, nella movimentata nottata, anche Biasiello e suo nonno Bernardo, uscito di casa in cerca del nipote ritardatario e già imbattuttosi nella piccola paranza di Rosario. Don Pietro, accorso alle urla del cavaliere, intuisce subito le intenzioni del nobile che, volendo sbarazzarsi del rivale in amore, accusa proprio Biasiello di averlo ferito, facendolo così arrestare. Frattanto, mentre nonno Bernardo cerca di indagare sulla paranza di Pascariello, Rosario e Gaetano, proprio questi ultimi si introducono in casa sua sospettando che il vecchio del quartiere, amato e rispettato da tutti i camorristi, sia ricchissimo o celi qualche segreto. A sventare il tentato furto sarà però Carmela che, intesa tutta la trama e vergognandosi perché anche suo padre Don Pietro vi è implicato, mette in fuga Rosario e Gaetano dalla casa di Bernardo fingendosi un fantasma. Al contempo, nella cantina di Totonno, Ciro «’o masto» organizza un «tocco» dell’ultim’ora perché possa avvenire la «zumpata» fra Pascariello e Surecillo, desideroso di avanzare di grado. Vi si trovano anche nonno Bernardo e Biasiello, presto liberato dal carcere con la promessa di rivelare alcuni segreti a Don Pietro, prezzolato ques’ultimo da Totonno per allontanarsi dalla cantina ed aggredito dagli altri camorristi nel momento in cui inizia a scontrarsi con Bernardo. La «zumpata» ha luogo e Surecillo uccide Pascariello: tutti scappano via dalla cantina e si rifugiano in una caverna. Qui, nella riunione dei camorristi, Bernardo riesce a far emergere le colpe di Rosario il lupomannaro nel ferimento e furto ai danni del cavaliere. Avendo Rosario tenuto per sé il bottino, viene condannato a morte dalla paranza, ma Bernardo impone la sua autorità perché altro sangue non venga versato. Desidera infatti sapere piuttosto da Biasiello perché è stato liberato: il nipote dovrebbe tradire proprio suo nonno accusato di giacobinismo e di congiura contro il Re. Bernardo confessa quindi a Biasiello e ai camorristi presenti di essere stato e di essere ancora realmente un rivoluzionario, come lo è stato anche suo figlio, il padre di Biasiello, morto di fame e sete in prigione per colpa della Polizia borbonica, che ha ora certamente una spia interna alla paranza, Rosario il lupomannaro. Assieme a lui, prontamente scappato dalla caverna, Don Pietro sta infatti trascinando sua figlia Carmela in casa del cav. D’Alessis e le rivela che nonno Bernardo è il famoso «Occhio di Bufalo» rivoluzionario del 1799. La nuova rivolta contro la ‘sbirraglia’ borbonica è intanto avviata: tutti i camorristi assaltano il palazzo del Cavaliere e, risparmiati solo gli infami Don Pietro e D’Alessis, Biasiello uccide il traditore Rosario il lupomannaro.

Il testo teatrale riduce drasticamente l’impegnativo romanzo in cui Mastriani segue le vicende di Biasiello e soprattutto di suo nonno Bernardo Capaci, che da rivoluzionario del 1799 attraversa tutta la prima metà dell’Ottocento sino a diventare rivoluzionario costituzionale avverso ad ogni forma di dispotismo borbonico. Come sinteticamente scrive Antonio Palermo, I lazzari costituiscono una sorta di «epopea risorgimentale», il romanzo in cui Mastriani si cimenta in un specie di Cento anni alla Rovani, aprendo ampie parentesi storico-sociali sulle imprese di Giacomo Palombo detto “Occhio di Bufalo” e celato sotto il falso nome di Bernardo, «un capo lazzaro, che avea sottratto il giovine patriota Guglielmo Pepe alle vendette della corte napolitana», che fungeva da confidente per Maria Carolina, che ha ancora in casa il ritratto di Domenico Cirillo e continua a battersi fino alla fine dei suoi giorni sulle barricate napoletane risorgimentali.

La riduzione teatrale diluisce e semplifica il materiale narrativo, ricco di digressioni e di numerosi personaggi, sia principali che secondari, sia del passato che del presente, sia storici (da Domenico Cirillo e Guglielmo Pepe a Gaetano Peccheneda) che immaginari; principali nuclei sono la coppia Biasiello-Bernardo, Rosario Cavaiuolo con la sua numerosa e disgraziata famiglia, Don Pietro con sua figlia Carmela, il Cavaliere Errico d’Alessis, cui aggiungere un corteggio di vari personaggi secondari appartenenti alla società della camorra.

Pironti sfronda il romanzo di tutte le ampie parentesi storiche e taglia via numerosi personaggi, selezionando e montando assieme solo alcuni episodi dell’avventurosa esistenza di Bernardo e Biasiello, le cui azioni vengono così seguite fino ad un generico rivoluzionario assalto al palazzo del cav. d’Alessis per liberare l’amata Carmela e per fare giustizia del traditore Rosario Cavaiuolo, uccidendolo. Ancora una volta, come spesso accade nelle riduzioni teatrali tratte da romanzi del Mastriani, gli originari messaggi morali e storico-politici veicolati dalle narrazioni dell’appendicista sfumano in più semplici equilibri basati sulla morale dell’onore e della rispettabilità sociale, sia essa calata in contesti alto-borghesi ed aristocratici o popolari.

A dimostrazione di quanto il magmatico materiale mastrianesco venga opportunamento filtrato nella riduzione pirontiana v’è lo stesso titolo del dramma, che fissa quale protagonista eponimo Rosario Cavaiuolo, soprannominato popolarmente “lupomannaro” per le sofferenze asmatiche, capo-paranza e «’nfame», oltre che spia della Polizia borbonica. Quest’ultima è rappresentata da Don Pietro «’o feroce», personaggio parimenti corrotto e connivente con i camorristi, pronto a sacrificare persino sua figlia gettandola tra le braccia del cav. d’Alessis (V, II), confidente della Polizia borbonica:

 

CARMELA       […] Ma vuie ’o sapite chillo che bò?

PIETRO           Carmè, chello che ba truvanno ’o cavaliere ’o saccio. Si capisse quanta femmene se sentarriano  onorate d’avè tale pruposta.

CARMELA       Ah! quanto so disgraziata ’e nun tenè a mamma mia! Si tenesse a mamma mia, essa difendesse ’a figlia soia e nun ’a vennarria cumme ’a vulite vennere vuie!

PIETRO           Carmè, ’o cavaliere è putente, e io aggio abbisogno d’’a prutezione soia. […]

 

Il dramma di Pironti si presenta, quindi, quale testo teatrale dai contenuti camorristici, con uno sfondo storico rivoluzionario che rimane abbastanza distante e poco definito. Abusando dell’etichetta di “giacobino” e dettagliando con poca cura il piglio rivoluzionario ed anti-borbonico del reale protagonista de I lazzari, Occhio di Bufalo, la riduzione teatrale finisce solo per accennare – ad esempio – alle connivenze tra camorristi e Polizia (IV, 1):

 

BERNARDO      Si stu re fosse buono, si stu re fosse clemente, quanto ha avuto ’o rapporto d’’o Direttore ’e Pulezia aveva ’o duvere o no ’e se rammentà ’e vuie ca site ’e cchiù fedele sustegne d’’o trono? Quanto ’a Pulezia have abbisogno ’e vuie ve chiamma, v’accarezza e ve premia; e doppo poco tiempo v’arresta e ve manna ngalera. […]

 

Un’unica battuta, messa naturalmente ancora in bocca a nonno Bernardo, consente al lettore-spettatore di sentire risuonare in scena parole sinceramente rivoluzionarie e vedere sventolare un tricolore (IV, 1):

 

BERNARDO      Stu guverno tene pe’ programma tre lettere nfame…

CIRO               ’E tre effe…

BERNARDO     Che vonno dicere: festa, farina e forca. Sti tre effe, hanna essere sustituite, pe’ vuluntà ’e popolo, ’a tre  lettere cchiù belle: ’e tre elle, che vularranno significà: luce, libertà e lavoro! (trae dal petto una bandiera  tricolore, la sventola, e mentre la musica intona l’inno reale).

TUTTI             (gridano) Evviva la libertà!

 

Come la riduzione de I vermi, anche ’O Lupommenaro d’’o Mercato si apre con una richiesta di ammissione in società da parte di un “tamurro”. Surecillo è infatti ansioso di passare al grado di “picciotto” e, nel rispetto dell’art. 17 del Codice della Camorra, è pronto a scontrarsi in una regolare “zumpata” (un confronto armato) con Pascariello, «’o primmo tiratore ’e curtiello», il più esperto al momento nell’uso della «sfarziglia» (cfr. I, 1). Il confronto avviene nel III atto nella cantina di Totonno, complice il tradizionale “tocco” per stabilire l’ordine delle bevute. Il gioco, assai simile alla morra, su proposta del «masto» Ciro, sarà gestito in questo modo: tirando i numeri con le dita, «a chillo che vene ’o tuocco, è patrone; e chillo che vene appriesso, è sotto». Il padrone del tocco propone la prima bevuta, col permesso di colui che è «sotto». Con la complicità di tutti, padrone sarà Ciro e Surecillo il sottoposto, stratagemma per proporre una bevuta a Pascariello e consentire a Surecillo di rifiutargli prontamente il permesso, onde creare il pretesto per la «zumpata» (III, 3):

 

CIRO                 Propongo na bevuta a Pascariello ’o bello guaglione.

SURECILLO        Gnernò; s’’a veve Peppeniello ’o muzzunaro (Pep. beve)

CIRO                 Prupongo n’ata vota na bevuta ’o bello guaglione.

SURECILLO        Gnernò: voglio ca s’’a veva Giuvanne ’o zelluso. (Tutti si guardano meravigliati)

CIRO                 P’’a terza vota do ’a bevuta ’o bello guaglione.

SURECILLO        Gnernò; voglio che s’’a veva ’o Scupigliere (indica una comparsa).

PASCARIELLO    Oh! chest’è troppo, carugnò! (gli assesta un ceffone).

 

Accanto alla giustizia sommaria del popolo che - assieme a Bernardo, Biasiello e ad altri camorristi - assalta il palazzo del cavaliere per liberare Carmela e punire il nobiluomo corrotto, il poliziotto connivente e il camorrista traditore al grido di «Evviva ’a libertà! Morte ’a sbirraglia!» (scena ultima), sono dunque le regole del Codice della camorra, grottescamente mescolate all’amor patrio, a guidare e concludere la vicenda teatrale. Alla folla che rumoreggia perché sia fatta giustizia contro Don Pietro e il cavaliere d’Alessis, il saggio Bernardo risponde ricordando come si comporta il vero camorrista “patriottico”:

 

BERNARDO        No, chisto sarria n’atto ’e preputenza; sarria na nfamità! Chi cumbatte p’’a libertà d’’a patria nun ha da fa cose c’’o disonorano! […] L’uommene oneste restano addò se troveno; chi tene l’anema chiena ’e nfamità ca se ne jesse (guardando fisamente D. Pietro e il Cav. dirà con voce imperiosa) Jate (i due avviliti viano).

 

Solo l’onore familiare e la necessità di ripristinarne gli equilibri può infatti consentire a Biasiello di farsi giustizia da sé e uccidere sulla scena il camorrista traditore Rosario, colui che in passato fece arrestare suo padre condannandolo a morte certa nelle carceri borboniche:

 

BIASIELLO        (scagliandosi come un fulmine su Ros.) Ah no! Tu no… (l’atterra) Tu nfamaste a patemo; ’o mannaste ngalera; ’o pover’ommo, pe’ mezzo tuio, pruvaie ’e tturture d’’a famma e d’’a sete: io aveva jurato ca nun avarrria versato maie sango ’nfame, maie sango traditore, ma mo cumm’a ’nfame, cumm’a traditore, io te scanno! (lo uccide)

BERNARDO       Disgraziato! Ch’e fatto? L’he acciso?...

BIASIELLO        No; è ’o figlio c’ha vennecato ’o pate!

 

 

Edizione di riferimento

Tommaso Pironti, ’O Lupommenaro [sic] d’ ’o Mercato. Dramma in 5 atti e 2 quadri, Napoli, Libreria Ed. Teatrale Tommaso Pironti, s.a. (ma 1920 ca.).