Pasquale Ponzillo, 'O tuocco, a cura di Cristiana Anna Addesso


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’O tuocco
(1897 ca.), bozzetto in versi, trae il suo titolo dal gioco del “tocco”, la tradizionale morra, con cui i camorristi e in genere il popolino erano soliti intrattenersi in cantina, offrendosi da bere. Il gioco consisteva nel “lanciare” una prima volta i numeri con le dita della mano per stabilire il padrone del turno e, quindi, una seconda volta per individuare il primo a poter bere col permesso del padrone individuato. Nel bozzetto di Pasquale Ponzillo, il “tocco” vede protagonisti un gruppetto di uomini di malaffare (non definiti esplicitamente “camorristi”) che si danno convegno nella cantina di Pascale. Gli avventori Michele e Totonno, in attesa di amici, parlano della grave offesa perpetrata da Papele, «’o figlio ’e Pachialone» avviato sulla strada della malavita, nei confronti di Tore «’o ngrese»: durante una scampagnata con la sua innamorata Nanninella, Tore è stato preso in giro da Papele, che intende in qualche modo sottrargli la ragazza. Nonostante Maria, madre di Papele, giunga in cantina pregando l’oste Pascale di evitare di far bere il figlio, temendo che presto o tardi la vita delinquenziale e gaudente lo ucciderà, Tore e Papele - complice il “tocco” - si affrontano a colpi di rivoltella. Ad avere la peggio sarà Papele, che spira tra le braccia della madre.

Il bozzetto, interessante forse più per la sua struttura in versi che non per i contenuti alquanto topici, fa perno sulla triangolazione tra due rivali in amore (Tore e Papele) ed una donna contesa (Nanninella): il primo, Tore «’o ngrese», è uomo che sa comportarsi «cu cuntegno e annore» ed è intenzionato a non confrontarsi direttamente con Papele nella cantina di Pascale, «pe riguarde» agli amici e per evitare di trascendere con «n’ommo ’e niente»; l’altro, Papele, ha intrapreso la strada del “guaglione di mala vita”, della delinquenza, della prepotenza e del facile guadagno («voglio ’e llire!»). A nulla valgono gli spasimi della figura archetipica del bozzetto, sua madre Maria che implora la Vergine Addolorata, di cui si fa alter ego, affinché Papele torni ad essere «bello, carnale, affabele», e il cantiniere Pascale perché vigili sulle sue azioni. Papele, figlio degenere, ne ha infatti smarrito il rispetto:

 

Le spiegate chiaramente

Ch’io cu chianto e paternuoste

Nu cumbino ’o riesto ’e niente!

[…]

Chell’ha perzo ’e cerevella:

Chell’aspetta ch’io nu juorno

Faccio correre ’a bbulanza

Dint’’a casa!...                      
(Scena VII)

 

Lo scontro tra Papele e Tore è tuttavia inevitabile e si risolve a colpi di revolver. Ad avere la peggio è naturalmente Papele che, in punto di morte, torna ad invocare il nome della madre. La scena finale non può quindi che chiudersi con una popolare “pietà”: Maria, con in braccio il figlio morto.

 


Edizione di riferimento

Pasquale Ponzillo, ’O tuocco. Bozzetto in versi, Napoli, Prete, 1897 (ca.).