Un secolo di cinema e camorra
di Pasquale Iaccio   



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Scorrendo metaforicamente il panorama di un secolo di cinema italiano colpisce la scarsa attenzione prestata al tema della camorra. Per lunghi periodi, a parte le censure durante il fascismo per ovvie ragioni, non se ne parla affatto. Anche nel periodo d’oro della rappresentazione sugli schermi della camorra, corrispondente agli Anni Settanta e al fenomeno del “merolismo”, difficilmente si esce dall’ambito regionale o addirittura localistico. Solo di rimbalzo, e cioè per il grande successo che arride inaspettatamente a qualcuno di questi film, si arriva a toccare una dimensione nazionale. Questa sorta di sottovalutazione del fenomeno camorrista risulta in contrasto con la rappresentazione di altri fenomeni di criminalità organizzata, come ad esempio la mafia, che invece nel cinema italiano, e non solo, riscuotono ben altra attenzione. Per lo meno dal secondo dopoguerra in poi, dopo l’uscita dalla dittatura, la trattazione del tema della mafia è senza dubbio prevalente, sia dal punto di vista quantitativo, sia per la qualità delle opere in cui se ne parla, sia, infine, per il tentativo di autori, registi e sceneggiatori, di dare delle spiegazioni di carattere storico-sociale e di portare alla luce le molte e contiguità con la società civile. La circostanza è tanto più curiosa se si considera che la camorra, come fenomeno criminale, è meno occulto della mafia; anzi per molti versi risulta persino ostentata e quindi manifesta all’opinione pubblica. Perfino nei drammoni a tinte fosche del cinema muto napoletano d’inizio secolo, a fronte di molti episodi delinquenziali, o di devianza grande e piccola, non troviamo espliciti riferimenti alla camorra o comunque a forme di criminalità a cui la si possa far risalire. Il celebre film del 1913, Assunta Spina, ricavato da un fatto di cronaca nera e  ritenuto uno degli esempi migliori del cinema realista napoletano, parla di un delitto passionale scaturito da un amore tormentato. E così avviene per molti altri film dell’epoca, che pure hanno come caratteristica una aderenza marcata alla realtà sociale e antropologica della Napoli di allora. In altre parole, il filone realista, verista, naturalista (o come lo si vuole definire) del cinema di estrazione regionale del periodo del muto, uno dei “generi” più importanti e strutturati del variegato panorama del cinema italiano d’inizio Novecento, presenta infiniti caratteri di fedeltà alla società che racconta, comprese le principali forme di trasgressione della legalità, ma non fa quasi mai riferimento alla camorra (sembra che uno di film, perduti, dei fratelli Troncone avesse questo titolo). Per essere ancora più precisi, nel cinema muto napoletano è molto presente come figura caratteristica quella del guappo, con tutte le varianti della “guapparia”, ma non quella del camorrista.

Pur essendo in vigore una forma di censura anche prima del 1913, anno di introduzione di un sistema di revisione centralizzato nel cinema italiano, la mancanza di film sulla camorra non può essere attribuita a fattori esterni all’ambito cinematografico, come la tendenza che generalmente ha il “potere” di limitare la rappresentazione di fatti criminali.  E’ del tutto verosimile che gli autori del cinema napoletano d’inizio secolo ritenessero più interessanti, e accette per il pubblico dell’epoca, storie d’amore o storie di amore contrastato, spesso finite in modo drammatico, che non storie basate sul crimine organizzato. Con ogni probabilità, era determinante il contributo della canzone e di quella forma di teatro musicale definito “sceneggiata”, sorto durante il periodo della Grande Guerra. In queste opere popolari, al massimo, si fa riferimento al solito guappo o a qualcosa di simile. Ma delitti passionali, sgarri, sfregi (alle donne), come nel caso di Assunta Spina, (un gesto che veniva interpretato anche come supremo atto d’amore), serenate di malavitosi alle loro donne, e tanto altro ancora non significano camorra. Il disinteresse mostrato nel toccare un tema di questo genere è ancora più stridente se lo si paragona ad un altro ambito e ad un’altra cinematografia contemporanea, quella americana, dove invece la criminalità organizzata è uno degli argomenti più trattati. E di questa criminalità organizzata gli artefici vengono identificati  nelle schiere degli emigranti italiani.



 

Bibliografia essenziale


Sul cinema napoletano (a partire dal periodo d'oro del muto), esiste una bibliografia, di qualità difforme, ma abbastanza ricca. Per questo motivo, quella indicata da qui in poi non è certamente esaustiva ma solo indicativa. Per il periodo delle origini, oltre alle notizie contenute nelle storie del cinema di Prolo, Paolella, Brunetta, Lizzani, Rondolino, ecc., si veda in particolare R. Paolella, Contributo alla storia del cinema italiano: cinema napoletano, "Bianco e Nero", a. IV, n. 9, 1940, pp. 53-60. V. M. Siniscalchi, Il Cinema Meridionalista, "Cinema Sud", luglio 1964. V. Paliotti - E. Grano, Napoli nel cinema, Napoli 1969 e 2006. Il cinema popolare italiano degli Anni 50. Roberto Amoroso, a cura di M. Franco, Napoli 1976. AA.VV., Cinema popolare napoletano, Napoli 1976. La trasmissione televisiva, con un'ampia documentazione d'epoca, curata da Mario Franco per RAI 3 nel 1979, dal titolo: Guaglio', ciak si gira. A. Bernardini, Cinema muto italiano, Bari 1980. V. Nucci - A. 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