Malafemmena! Donne perfide nella canzone classica napoletana

 
Autore:
 Antonio Grano
Casa editrice: Intra Moenia
Anno: 2008
Genere: Saggistica

Recensione di Rita Duraccio

 

dentro le vele

Una vera e propria opera d’arte, che sa cantare l’amore, la vita e la realtà quotidiane di Napoli. Bella, sensuale, a tratti drammatica e spesso divertente, riesce sempre a far emozionare chi l’ascolta. Con queste caratteristiche la canzone napoletana ha da sempre suscitato grande fascino su ascoltatori, studiosi ed intenditori di ogni tempo, riscuotendo grande successo in tutto il mondo. Come dice Vittorio Paliotti nel suo libro Storia della canzone napoletana (Roma, Newton & Compton, 2004) «Napoli deve la sua fama anche e soprattutto alla canzone». Sarebbe dunque impensabile, data la vasta eco di cui tale musica gode, che molti studiosi si fossero disinteressati a questa pietra miliare della storia della musica italiana.

Negli ultimi decenni c’è stato un intenso proliferare di studi. Partendo dall’indimenticabile ed imprescindibile Enciclopedia della canzone napoletana di Ettore De Mura (Napoli, casa editrice Il Torchio, 1968), si sono susseguiti numerosi studi sulla musica partenopea. È obbligatorio citare il recentissimo work in progress di Pietro Gargano, la Nuova Enciclopedia illustrata della Canzone Napoletana (Napoli, Magmata). Gargano riprende il lavoro di De Mura per ampliarlo ed approfondirlo, riproponendo oltre al già noto, anche l’ignoto e il dimenticato, permettendo così, come sottolinea l’editore Alfonso Gargano nella sua introduzione all’Enciclopedia, «un confronto critico tra le generazioni», per poter capire «quanto è vasto il nostro bagaglio d’arte». Tra i testi più recenti meritano un posto d’onore Il guappo: nella storia, nell'arte, nel costume (Napoli, Kairos edizioni, 2004) di Monica Florio, il già citato Storia della canzone napoletana di Vittorio Paliotti, Canta Napoli illustrata: paradigmi iconografici dell'industria culturale partenopea tra Otto e Novecento (Napoli, Sigma libri, 2005) di Rosa Viscardi, Napoli… Serenata Calibro 9: Storia e immagini della camorra tra cinema, sceneggiata e neomelodici (Napoli, Liguori, 2007) di Marcello Ravveduto,  Malafemmena!: Donne perfide nella canzone classica napoletana (Napoli, Intra Moenia, 2008) di Antonio Grano.

Nel libro Malafemmena! Antonio Grano esplora l’universo femminile rappresentato dai poeti dell’Ottocento e primi Novecento nei suoi lati più oscuri. L’immagine di donna che ci viene presentata è quella di una persona cocciuta e testarda, che manca di elasticità mentale. È una ‘‘creatura’’ che non appena trova un uomo disposto a sposarla fa sfoggio della sua più inquietante caratteristica: l’opportunismo. E spesso al momento giusto, quando il consorte non serve più, scatta la molla del tradimento… «Ti attrae, ti lusinga, ti adesca […] prima te ciancèa cu ciento mosse (…) t’’o ffa credere! (…) E poi? Po’ te lassa!». Il matrimonio per i poeti napoletani non è più solo ‘‘la tomba dell’amore’’. Adesso è addirittura una galera. Il giorno del sì viene adesso chiamato «il dì fatale» e nulla sembra lasciare speranza a questi poveri mariti accalappiati da una donzella che a prima vista appare innocente e docile e soltanto «dopo che lui è caduto nella trappola del matrimonio comincia a puntare gli artigli. Prima piccolini e appena graffianti; poi sempre più adunchi e laceranti». Il cantautore Armando Gill (Napoli, 23 luglio 1877 - 1° gennaio 1945) scrive «Io dò un consiglio ai giovani quanno s’hann’ammoglià: ccà ‘nce sta tutt’ a perdere e niente ‘a guadagnà!». Secondo l’artista partenopeo una donna si lascia andare all’amore, se così lo si può chiamare, soltanto se sente parlare di denaro, proprietà, case. E di solito, dopo una serata al cinema e al ristorante a spese del proprio uomo, lei torna vittoriosa a casa e confida alla madre: «Mammà, ho trovato un chiòchiaro… cchiù chiòchiaro ‘e papà» (Armando Gill, Attenti alle donne).  Il grande poeta Eduardo Nicolardi (Napoli, 28 febbraio 1878 - 26 febbraio 1954), autore della famosissima Voce e notte (canzone dell’anno 1903, su musica di Ernesto De Curtis), scrisse, prima di innamorarsi perdutamente della bellissima Anna Rossi, «Statte sulo, sulo, sulo, ch’a mugliera fa crepà! Tiene ‘e llire… si’ figliuolo… lassa sta! Cu che core uno se ‘nzora quanno tene chesto mare, quanno a Napule sta ancora Marechiare?».

Nella prefazione al testo Malafemmena!, Rodolfo Parlato esordisce con una provocazione che ribalta gli schemi che si protraggono da secoli. Il vero sesso debole, infatti, non sarebbe più la donna, come si è sempre creduto, bensì l’uomo, «in quanto bersaglio e vittima per elezione». L’uomo sa di non poter fare a meno del ‘‘gentil sesso’’, della seducente ed opportunista ammaliatrice sopra descritta, e per questo, pur consapevole dei rischi ai quali va incontro, cede alle lusinghe femminili. Ecco qual è la sua vera fragilità.

Nella canzone napoletana, l’immagine della malafemmina «non è altro che un breve tratto nella lunga storia della misoginia laddove (…) tra passato e presente non si può scorgere nessuna differenza di rilievo». Parlato analizza l’immagine della malafemmina nel corso della storia, vista sempre allo stesso modo in ogni cultura e in ogni tempo, ingannatrice ed egoista, iniziando da Esiodo per arrivare ai nostri giorni. Ma la conclusione è sempre la stessa, e cioè che «madre affettuosa e santa e moglie traditrice e peccatrice non sono i due versanti antitetici della donna: sono complementari in quanto necessari ed utili alla prole». Insomma, l’essere una malafemmina è una condizione essenziale per essere un’ottima genitrice. Ecco così magistralmente delineata, nel libro di Grano e nella breve prefazione di Rodolfo Parlato, la figura della donna approfittatrice così tanto frequentemente utilizzata nel repertorio classico e moderno della canzone napoletana. 
Una vera e propria opera d’arte, che sa cantare l’amore, la vita e la realtà quotidiane di Napoli. Bella, sensuale, a tratti drammatica e spesso divertente, riesce sempre a far emozionare chi l’ascolta. Con queste caratteristiche la canzone napoletana ha da sempre suscitato grande fascino su ascoltatori, studiosi ed intenditori di ogni tempo, riscuotendo grande successo in tutto il mondo. Come dice Vittorio Paliotti nel suo libro Storia della canzone napoletana (Roma, Newton & Compton, 2004) «Napoli deve la sua fama anche e soprattutto alla canzone». Sarebbe dunque impensabile, data la vasta eco di cui tale musica gode, che molti studiosi si fossero disinteressati a questa pietra miliare della storia della musica italiana.
Negli ultimi decenni c’è stato un intenso proliferare di studi. Partendo dall’indimenticabile ed imprescindibile Enciclopedia della canzone napoletana di Ettore De Mura (Napoli, casa editrice Il Torchio, 1968), si sono susseguiti numerosi studi sulla musica partenopea. È obbligatorio citare il recentissimo work in progress di Pietro Gargano, la Nuova Enciclopedia illustrata della Canzone Napoletana (Napoli, Magmata). Gargano riprende il lavoro di De Mura per ampliarlo ed approfondirlo, riproponendo oltre al già noto, anche l’ignoto e il dimenticato, permettendo così, come sottolinea l’editore Alfonso Gargano nella sua introduzione all’Enciclopedia, «un confronto critico tra le generazioni», per poter capire «quanto è vasto il nostro bagaglio d’arte». Tra i testi più recenti meritano un posto d’onore Il guappo: nella storia, nell'arte, nel costume (Napoli, Kairos edizioni, 2004) di Monica Florio, il già citato Storia della canzone napoletana di Vittorio Paliotti, Canta Napoli illustrata: paradigmi iconografici dell'industria culturale partenopea tra Otto e Novecento (Napoli, Sigma libri, 2005) di Rosa Viscardi, Napoli… Serenata Calibro 9: Storia e immagini della camorra tra cinema, sceneggiata e neomelodici (Napoli, Liguori, 2007) di Marcello Ravveduto,  Malafemmena!: Donne perfide nella canzone classica napoletana (Napoli, Intra Moenia, 2008) di Antonio Grano.
Nel libro Malafemmena! Antonio Grano esplora l’universo femminile rappresentato dai poeti dell’Ottocento e primi Novecento nei suoi lati più oscuri. L’immagine di donna che ci viene presentata è quella di una persona cocciuta e testarda, che manca di elasticità mentale. È una ‘‘creatura’’ che non appena trova un uomo disposto a sposarla fa sfoggio della sua più inquietante caratteristica: l’opportunismo. E spesso al momento giusto, quando il consorte non serve più, scatta la molla del tradimento… «Ti attrae, ti lusinga, ti adesca […] prima te ciancèa cu ciento mosse (…) t’’o ffa credere! (…) E poi? Po’ te lassa!». Il matrimonio per i poeti napoletani non è più solo ‘‘la tomba dell’amore’’. Adesso è addirittura una galera. Il giorno del sì viene adesso chiamato «il dì fatale» e nulla sembra lasciare speranza a questi poveri mariti accalappiati da una donzella che a prima vista appare innocente e docile e soltanto «dopo che lui è caduto nella trappola del matrimonio comincia a puntare gli artigli. Prima piccolini e appena graffianti; poi sempre più adunchi e laceranti». Il cantautore Armando Gill (Napoli, 23 luglio 1877 - 1° gennaio 1945) scrive «Io dò un consiglio ai giovani quanno s’hann’ammoglià: ccà ‘nce sta tutt’ a perdere e niente ‘a guadagnà!». Secondo l’artista partenopeo una donna si lascia andare all’amore, se così lo si può chiamare, soltanto se sente parlare di denaro, proprietà, case. E di solito, dopo una serata al cinema e al ristorante a spese del proprio uomo, lei torna vittoriosa a casa e confida alla madre: «Mammà, ho trovato un chiòchiaro… cchiù chiòchiaro ‘e papà» (Armando Gill, Attenti alle donne).  Il grande poeta Eduardo Nicolardi (Napoli, 28 febbraio 1878 - 26 febbraio 1954), autore della famosissima Voce e notte (canzone dell’anno 1903, su musica di Ernesto De Curtis), scrisse, prima di innamorarsi perdutamente della bellissima Anna Rossi, «Statte sulo, sulo, sulo, ch’a mugliera fa crepà! Tiene ‘e llire… si’ figliuolo… lassa sta! Cu che core uno se ‘nzora quanno tene chesto mare, quanno a Napule sta ancora Marechiare?».
Nella prefazione al testo Malafemmena!, Rodolfo Parlato esordisce con una provocazione che ribalta gli schemi che si protraggono da secoli. Il vero sesso debole, infatti, non sarebbe più la donna, come si è sempre creduto, bensì l’uomo, «in quanto bersaglio e vittima per elezione». L’uomo sa di non poter fare a meno del ‘‘gentil sesso’’, della seducente ed opportunista ammaliatrice sopra descritta, e per questo, pur consapevole dei rischi ai quali va incontro, cede alle lusinghe femminili. Ecco qual è la sua vera fragilità.

Nella canzone napoletana, l’immagine della malafemmina «non è altro che un breve tratto nella lunga storia della misoginia laddove (…) tra passato e presente non si può scorgere nessuna differenza di rilievo». Parlato analizza l’immagine della malafemmina nel corso della storia, vista sempre allo stesso modo in ogni cultura e in ogni tempo, ingannatrice ed egoista, iniziando da Esiodo per arrivare ai nostri giorni. Ma la conclusione è sempre la stessa, e cioè che «madre affettuosa e santa e moglie traditrice e peccatrice non sono i due versanti antitetici della donna: sono complementari in quanto necessari ed utili alla prole». Insomma, l’essere una malafemmina è una condizione essenziale per essere un’ottima genitrice. Ecco così magistralmente delineata, nel libro di Grano e nella breve prefazione di Rodolfo Parlato, la figura della donna approfittatrice così tanto frequentemente utilizzata nel repertorio classico e moderno della canzone napoletana.