Napoli… Serenata calibro 9

 
Autore:
 Marcello Ravveduto
Casa editrice: Liguori
Anno: 2007
Genere: Saggistica

Recensione di Rita Duraccio

 

Napoli serenata calibro 9

Il libro di Marcello Ravveduto Napoli… Serenata calibro 9 , come scrive Giuliano Amato nella prefazione, è «una ricerca di storia contemporanea che scandaglia tra le pieghe oscure dei luoghi dove si organizza il consenso culturale agli affari dei clan». Attraverso le immagini del cinema e della sceneggiata, della letteratura dell’emarginazione, la cultura della separazione creatasi nei clan camorristici e i testi dei cantanti neomelodici, l’autore rende noti alcuni aspetti di una particolare fascia di popolazione partenopea.

Ravveduto spiega che, a partire dalla metà degli anni Settanta, nei quartieri a rischio si è formata un’«opinione pubblica» secondo la quale la camorra è un elemento imprescindibile dalla vita quotidiana napoletana. Lo scrittore nota come il centro storico di Napoli si sia progressivamente svuotato per dar vita a delle vere e proprie città-regione con la costruzione di periferie metropolitane. Insomma, come sottolinea Amato nella prefazione al testo, «Napoli è diventata un arcipelago», spezzando la promiscuità che un tempo vigeva nei centri più antichi tra nobili e plebei, proletari e borghesi, «separandoli in quartieri omogenei sulla base di una discriminazione professionale e di reddito». Il risultato di questo processo è stata la formazione di veri e propri Quartieri-Stato, «‘zone franche criminali’ delimitanti i confini di una città illegittima, contrapposta alla città legittima ed oleografica della napoletanità». Quartieri, quindi, autonomi e isolati da tutto il resto, abitati esclusivamente da camorristi.

In un simile quadro è stato più semplice per la malavita organizzare in piena autonomia il proprio sistema sociale, economico e persino culturale. Uno degli esempi più eclatanti di tali quartieri è Scampia, una vera e propria «città-fortezza», corredata di un esercito criminale il cui compito è vigilare sulla sicurezza e la buona riuscita dei loschi traffici illeciti della camorra. Se nel Sistema ognuno svolge con zelo i propri compiti, è dunque ovvio che ci siano anche «autori disposti a decantarne le gesta», perché esiste il pubblico, che ascolta volentieri brani di questo genere e che in essi si identifica. Ad esempio, nel capitolo Nu latitante l’autore nota come le canzoni trasmettano messaggi negativi, per niente volti ad educare le masse in questione a vivere onestamente. Eppure queste persone coinvolte nel business amano ed ascoltano volentieri questo tipo di musica. Ravveduto riporta una scena avvenuta il giorno dell’Epifania del 2007 in piazza Dante a Napoli, un vero e proprio «nugolo di ragazzini che scorazza liberamente a bordo di minimoto a benzina». D’improvviso salta fuori a bordo della sua motoretta un bambino che canta Nu latitante del neomelodico Tommy Riccio. Il baby-teppistello imita il cantante nel suo videoclip, nella scena in cui canta il ritornello della canzone a bordo di una moto di grossa cilindrata, emulando i killer che escono in motocicletta per compiere le loro missioni affidategli dai capi. Ma, nota l’autore, c’è di più. Il bambino si fa emblema di un «modello culturale identitario», palesando pubblicamente l’ambiente dal quale proviene, mettendo gli ‘‘altri’’ nella condizione di doversi per forza «adeguare alla sua normalità». Ravveduto, però, precisa che non bisogna fare di tutta l’erba un fascio perché non tutte le canzoni neomelodiche parlano di camorra. Queste ultime costituiscono addirittura una minoranza. Lo sgargiante ed appariscente neomelodico canta il più delle volte di amori falliti, o di primi amori, di gelosie, amanti, divorzi, prostituzione, disoccupazione e tanti altri temi che interessano la realtà quotidiana di alcune fasce della popolazione napoletana.

Oltre ai neomelodici, Ravveduto mostra molto interesse anche per il re della sceneggiata, Mario Merola (Napoli, 6 aprile 1934 – Castellammare di Stabia, 12 novembre 2006). Nei suoi film lui è sempre l’uomo che ha subito un torto grave e deve vendicarsi, è il guappo che «ammette l’illegalità per necessità, ma conserva intatti i buoni sentimenti». E se è riuscito ad arrivare ad un pubblico così ampio, Merola deve il suo successo alla sua immagine «tutto sommato rassicurante», nonostante l’ambiguità che lo caratterizza.

L’autore affronta nel suo libro anche gli anni Settanta, il periodo d’oro delle cinesceneggiate di Pino Mauro, il cui tema principale è il rituale della vendetta, e delle esperienze musicali ed artistiche dei più famosi Nino D’Angelo e Pino Daniele. Entrambi, sottolinea Amato, «sono gli esponenti di una piccola borghesia che non rinuncia ad assolvere il ruolo di riserva morale della città». Il primo rappresenta il ragazzo che vorrebbe avere una vita normale senza subire costantemente l’etichetta di ‘‘napoletano’’ nell’accezione più negativa del termine. Pino Daniele, invece, ridona nuova vita al linguaggio antico della plebe, e tramite esso e «il blues niro niro respirato nei locali americani della NATO» cerca di ridare un posto centrale a Napoli nell’ambito della cultura mediterranea.  Il testo di Ravveduto, secondo Amato, è «una risposta storico-scientifica ad una provocazione culturale», il cui fine è riaffermare il valore della canzone e della sceneggiata napoletane «come emersione del sentire popolare».