Fortunato Calvino, Madre Luna, a cura di Monica Citarella


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madre lunaDue giovani inermi. Due ragazzi come tanti che un destino beffardo sorprese l’11 agosto del 2000 a Pianura. Paolo Castaldi e Luigi Sequino furono uccisi dalla camorra perché scambiati per i guardaspalle del boss Rosario Marra mentre, tranquilli e ignari, erano fermi in auto a chiacchierare. Da questo triste episodio di cronaca prende spunto Madre Luna che Fortunato Calvino dedica, esplicitamente, ai due giovani assassinati e, idealmente, a tutte le madri che piangono la perdita di un figlio rubato alla vita dalla violenza criminale.

Al centro di Madre Luna, infatti, è il dolore di una madre davanti alla morte del figlio innocente. In un’atmosfera onirica, sospesa tra l’iniziale elaborazione del lutto e il tentativo di riscatto dall’ingiustizia, la protagonista si muove nel buio della camera del figlio. Una camera che diventa la cassa di risonanza della sua angoscia, luogo liminale in cui riecheggiano storie di spiriti e terrori ancestrali che segnano la soglia di congiunzione con un aldilà che per la donna sembra essere stato sempre prossimo.

Dopo i quadri a tinte forti della mala Napoli che Calvino ci ha consegnato finora nel suo teatro civile – istantanee che raccontano con disincanto le dinamiche perverse del potere camorristico che aggredisce il tessuto sociale sano, ossigenato dai valori e dai sentimenti – ecco un testo immerso pienamente in una dimensione surreale e rarefatta. Se è uno sguardo iper-reale quello che ha dato cruda consistenza a usuraie, killer, prostitute, travestiti, donne di camorra, in Madre Luna la deflagrazione del dolore dell’innocente ovvero del più grande dei dolori, può dispiegarsi solo attraverso l’immaginazione. Un lungo incubo che, tuttavia, è la realtà.madre luna.
In questa affascinante ambiguità di senso assume maggior vigore un elemento già rivelatosi significativo nella scrittura drammaturgica di Calvino: la luce. Se in Cuore Nero la luce che filtrava nella chiesa dove si nascondevano i due killer omosessuali scopriva la verità di corpi frementi di attrazione, qui il fascio di luce lunare che investe la donna costituisce il viatico verso la dimensione della vita vera, quella che trascende la morte e vibra nel mondo interiore di chi sopravvive a una perdita. È l’esemplificazione diretta della citazione da Sant’Agostino posta ad esergo («I morti non sono degli assenti, sono degli invisibili. Tengono i loro occhi pieni di luce nei nostri pieni di lacrime»). Citazione emblematica, che anticipa la presa di coscienza finale quando l’inesistente torta di compleanno, che la protagonista fa mostra di portare, è il sigillo simbolico di un’esistenza che continua dentro nonostante il dolore e l’assenza fisica.

Anche in questo testo di Calvino è dal dolore che nasce la speranza. Con uno scatto d’orgoglio pari a quello di Rosaria, la protagonista di Lontana la città che nel finale decide di ribellarsi al racket e di denunciare gli aguzzini che le hanno distrutto il negozio.   
«Ad essere lontana è la città civile. Penso che Napoli sia fatta di tanti quartieri che sono altrettanti feudi o se vogliamo piccole città nella grande città, circondate da alte mura invisibili, dove regna l’anarchia. Luoghi abbandonati dalle istituzioni e in cui la camorra ingrassa e diventa sempre più potente» (M. Citarella, La Napoli amara e violenta vista da Fortunato Calvino, «Metropolis», 25.4.2008). Così dichiarava l’autore in un’intervista alla vigilia del debutto al Teatro Nuovo di Lontana la città nel 2008. Se in Cravattari si assiste alla contrapposizione della Napoli sotterranea – quella degli ultimi, degli usurati abbandonati a sé stessi – e della Napoli di sopra, cinica, borghese e distratta, anche in Madre Luna la città appare in lontananza («Sento le voci della città da lontano, i passi sulla via di gruppi di giovani che tornano a casa [..]»), un corpo ripiegato su sé stesso per paura. La donna si scaglia contro il suo silenzio che corrisponde a una colpevole e tracotante rimozione («Questa città che nega il marcio che ha in corpo! Io non mi farò intimidire [..]»). Attraverso lei Fortunato Calvino punta nuovamente l’indice sulla fragilità di un sistema economico che ha determinato tra l’altro la progressiva perdita di identità, sociale e culturale, del mondo operaio, consegnando i suoi figli, i giovani di oggi, all’incertezza del precariato, ai rischi legati alla seduzione del facile guadagno, alle tragiche fatalità di «guerre ordite da altri».


Edizione di riferimento

Testo fornito direttamente dall’autore.


Altre edizioni

«Ridotto», luglio-agosto 2009, 7-8, pp. 18-22.


Rappresentazioni

Debutto: Londra, Istituto Italiano di Cultura, 30 gennaio 2009. Regia: Fortunato Calvino. Interpreti: Imma Piro, Ivano Schiavi. Musiche originali: Paolo Coletta. Scene: Paolo Foti. Costumi: Annamaria Morelli.

Ripresa: Napoli, Nuovo Teatro Nuovo, 18-19 giugno 2009 (Fringe Festival Napoli). Regia: Fortunato Calvino. Interpreti: Antonella Morea, Ivano Schiavi. Musiche originali: Paolo Coletta. Scene: Paolo Foti. Costumi: Annamaria Morelli.