Faida di camorra


Autore:
Simone Di Meo
Casa editrice: Newton Compton Editori
Anno: 2009
Genere: Romanzo-verità

Recensione di Fabrizio Coscia (pubblicata su
«Il Mattino», 8 aprile 2009)



Faida«Chi non è mai stato a Napoli, nei suoi gironi infernali, non può rendersi conto dello stridente contrasto tra i nomi di alcune strade e il degrado che le circonda, tra lo squallore in cui si è costretti a vivere e ciò che quegli indirizzi hanno significato per il genere umano». Sono nomi che hanno un che di beffardo, perfino di provocatorio. A Secondigliano, cuore di tenebra della criminalità organizzata, le piazze dello spaccio sono perimetrate da strade che si chiamano «Il posto delle fragole», «Il giardino dei ciliegi», o «Praga magica»; le vedette si danno appuntamento in via «La certosa di Parma» o via «I racconti di Pietroburgo». A Ponticelli, altro quartiere ghetto della periferia orientale della città, può capitare di imbattersi in via Marilyn Monroe, in via Walt Disney, o in viale Fratelli Grimm. «È come se gli amministratori che hanno scelto quei nomi avessero voluto affidare alla toponomastica il compito, a loro spettante, di ripulire quei luoghi, di renderli vivibili e civili». Si può partire da qui, da questo incolmabile divario tra degrado sociale e arrogante cecità politica, da questa surreale parodia della realtà messa in scena nella periferia cittadina, per cercare nel sottotesto del libro di Simone Di Meo Faida di camorra (Newton Compton Editori, pagg. 282, euro 9,90), una traccia che possa spiegare, al di là delle spietate logiche da lobby finanziaria, la più spaventosa guerra di camorra degli ultimi quindici anni. Il volume, dopo il precedente L’impero della camorra, ripercorre la sanguinosa faida di Secondigliano scoppiata, con più di settanta morti, tra il 2004 e il 2005. Di Meo, cronista di nera da anni impegnato a seguire le guerre di camorra, riporta alla luce ogni dettaglio di questa tragica vicenda criminale, militare e giudiziaria, quasi pedinando gli spostamenti di «Ciruzzo ’o milionario» dalla latitanza slovena al ritorno nel covo, ricostruendo la strategia del terrore dei killer di Cosimo Di Lauro, le vendette degli scissionisti e le indagini della magistratura, fino al pentimento di Pietro Esposito, dopo l’omicidio di Gelsomina Verde, che porterà alla «notte delle manette», tra il 6 e il 7 dicembre 2004, alla quale seguirà l’arresto dei Di Lauro e l’armistizio tra i due clan. Fanno da epilogo le vicende che hanno contrapposto in quello stesso periodo, in un clima di veleni e sospetti, Paolo Mancuso, procuratore aggiunto a Napoli, e il senatore Luigi Bobbio, ex magistrato proprio a Napoli, insieme al pm della Dda Giovanni Corona. Di Meo mescola parti narrative di taglio romanzesco ad articoli, relazioni di servizio, informative, intercettazioni telefoniche, servizi tg, ma il libro, per quanto scorrevole e documentato, non riesce a evitare un «effetto patchwork»: a mancare è il giusto collante - ovvero uno stile, una voce narrante - che faccia percepire come un organismo unitario la contaminazione di linguaggi della non-fiction novel. Proprio quello che invece è riuscito perfettamente a Gomorra, il cui capitolo «La guerra di Secondigliano» racconta la stessa vicenda di Faida di camorra, con gli stessi episodi e personaggi, e le stesse fonti documentali, ma con modalità del tutto diverse. Da qui è nato, recentemente, un contenzioso finito con una causa per plagio da parte di Di Meo, che ha accusato Saviano di aver copiato i suoi articoli di «Cronache di Napoli» senza citarne la fonte. Non solo: Di Meo ha annunciato anche un pamphlet sulla genesi di Gomorra e il «fenomeno culturale» Saviano, rilascia interviste al vetriolo contro il suo più fortunato collega e continua a riempire il suo blog di post anti-Saviano. Una questione privata diventata, evidentemente, una sorta di ossessione, che rischia però di trasformarsi in un boomerang per il giovane cronista napoletano.




Recensione di Chiara Marasca (pubblicata sul Dossier dell’Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità/Corriere del Mezzogiorno, 30 aprile 2009)

Faida

La prima cosa che viene da chiedersi, una volta avuto tra le mani il nuovo libro di Simone Di Meo, «Faida di camorra» (Newton Compton, 2009) è se ci fosse davvero bisogno di ulteriori racconti sulla guerra interna al clan  di Secondigliano e Scampia che ha sconvolto la città di Napoli tra il 2004 e il 2005.  Una domanda, va detto, indubbiamente condizionata dalla realtà di una sovraproduzione di pubblicistica di vario genere (saggi, autobiografie, romanzi-verità, inchieste, spesso anche video) sviluppatasi negli ultimi tre anni sul tema della criminalità organizzata e del disagio della terra campana.  La risposta, pur evitando di farsi influenzare dal pregiudizio, si ferma a metà strada.  Perché se il «romanzo verità» di Di Meo — che sin dalla prim’ora ha seguito, come cronista di nera e giudiziaria, a Cronache di Napoli e poi al Roma, i fatti di cui racconta —  indubbiamente avvince, in molti punti incuriosisce e sorprende per la presenza di particolari inediti, è proprio la trattazione di questo argomento in forma di racconto a costituire il suo limite.  Prendiamo per un attimo a paragone il bestseller di Saviano (che tra l’altro Di Meo ha citato in giudizio per il presunto plagio di alcuni suoi articoli di cronaca): ciò che in «Gomorra» tiene insieme la versione romanzata delle cronache di camorra, impedendo che la stessa risulti "epica", che affascini senza indignare, è il filo della rabbia, della denuncia, dell’orrore per quelle dinamiche, che trasuda da ogni pagina.  Il romanzo-verità di Di Meo, invece, che, allo stesso modo usa l’espediente narrativo come collante attingendo, per le storie, i dialoghi e i fatti riportati a molteplici fonti, ufficiali e non (molte delle quali, non tutte però, sono citate in appendice), avvince senza innescare riflessione, ti mette di fronte ad uno scenario di guerra, della quale racconta con precisione documentata tutte le dinamiche, le strategie, gli strumenti, senza però allargare il campo visivo al contesto che l’ha generata.  Ma a chi non soffre l’assenza di una lettura "civile", a chi semplicemente ambisce ad ampliare la propria conoscenza del fenomeno criminale, il libro di Di Meo offre, con una piacevole fluidità di scrittura e un discreto ritmo, moltissimi spunti di interesse.  Il libro mette insieme tutti i pezzi di quel mosaico che, a partire dal 28 ottobre del 2004, giorno dell’omicidio degli affiliati al clan Di Lauro Fulvio Montanino e Claudio Salerno, i quotidiani locali, nazionali e poi, quando a dicembre impazza la mattanza con una media di un omicidio al giorno, anche i media internazionali raccontano come «la faida di Scampia». È la guerra che vede protagonisti, e poi vincitori, i transfughi dal clan egemone, insofferenti alla gestione di Cosimo, figlio del boss Ciruzzo ’o milionario, asceso a capo durante la latitanza slovena del padre.  Ma è soprattutto la guerra che vede protagonista una violenza efferata, senza limiti, che lascia sul campo vittime innocenti - Di Meo racconta di Dario Scherillo, Gelsomina Verde e Attilio Romanò - e giustizia con inaudita ferocia (teste tagliate col flex, corpi legati e poi trucidati di colpi di pistola, cadaveri "imbustati" nel cellophane) affiliati e loro parenti.  Ma protagonisti sono, per fortuna, anche i magistrati, come il pm Giovanni Corona, o le forze dell’ordine - i carabinieri del comando provinciale e del Ros e la Squadra mobile della Questura - che fronteggiano i due clan.  Un resoconto che si spinge fino alla cattura del boss Paolo Di Lauro (poi condannato a 30 anni di carcere) del 16 settembre del 2005.  Ma sulla figura del padrino di Secondigliano il libro non indugia, avendola Di Meo già puntualmente descritta nel suo «L’impero della camorra».

In appendice due «epiloghi», il primo dei quali offre una ricostruzione precisa e in parte inedita (anche se nel finale un po’ faziosa nei toni) della polemica tra i magistrati Mancuso, Corona e Galgano scoppiata in Procura a margine delle indagini sulla faida.