Le strade della violenza

 
Autore:
 Isaia Sales
Casa editrice: L’Ancora del Mediterraneo
Anno: 2006
Genere: Saggio

Recensione di Chiara Marasca (pubblicata sul Dossier dell’Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità/Corriere del Mezzogiorno)

 

Strade della violenza

Nove capitoli, 283 pagine, «Le strade della violenza», edito da «L’Ancora del Mediterraneo», è il secondo lavoro sul tema, dopo «La camorra, le camorre» del 1988, firmato dal sociologo Isaia Sales. Un’idea di fondo funge da collante e al tempo stesso da filo conduttore dell’indagine compiuta:«A Napoli città — scrive Sales — separare la criminalità comune, organizzata e di tipo camorristico è operazione estremamente complessa; anzi, è proprio nel "miscuglio", piuttosto che nella netta separazione, che si caratterizzano quelle attività criminali comunemente identificate con il termine "camorra"». Bozze alla mano, incontriamo Sales per un colloquio sui contenuti del libro. «A Napoli — spiega — è praticamente impossibile stabilire un confine tra attività illegali e attività criminali. Contraffazione, imprese abusive e spaccio di droga sono tutte attività che alimentano le casse dei clan. Di qui, dall’impossibilità di tracciare confini netti, e dalla tolleranza manifestata dalle istituzioni nei confronti di alcune attività classificate come illecite ma non direttamente "pericolose" per la società, i clan traggono la loro forza». È così che Sales descrive la «camorra mercurio», mentre in altri passaggi del saggio parla di «camorra scimmia»: «personaggi che cercano di ottenere il massimo guadagno con il minimo sforzo, "scimmiottando" gli aristocratici dell’800». Colpisce che mentre il giovane Saviano parli di «sistema», cancellando la parola camorra dalle pagine del suo romanzo-inchiesta, Sales non solo vi accosti sostantivi che ne arricchiscono i possibili significati, ma neghi anche che la criminalità organizzata campana si caratterizzi oggi per una spiccata propensione a muoversi in ambiti internazionali investendo all’estero gran parte delle proprie risorse criminali: «È un aspetto ancora marginale nella complessiva dinamica camorristica. Sono convinto— spiega il sociologo — che i camorristi contino molto poco fuori dal proprio "recinto", dal proprio ambiente originario. Tendono anzi a operare una sorta di "autoapartheid", anche culturale: scrivono poesie, costruiscono falsi miti, ascoltano i cantanti neomelodici per marcare la loro separazione dall’altra Napoli e conservare un potere che sarebbe invece messo a rischio da una promiscuità sociale» . Torna dunque la vecchia idea, delle due Napoli e si afferma l’ipotesi centrale della teoria di Sales: «La camorra è un prodotto del sottoproletariato urbano. Lo era in passato e lo è ancora oggi, benché abbia sviluppato anche un carattere imprenditoriale. Interrompere la promiscuità sociale trasferendo il ceto popolare nelle periferie si è rivelata una scelta criminogena. Il fatto che la camorra sia ancora fortemente radicata anche nel centro storico della città si spiega ricordando la massiccia "emigrazione" della borghesia da quella zona ai quartieri alti. Circa 150mila persone in cinquant’anni». Scelte sbagliate, dunque, e l’inadeguatezza della classe dirigente nazionale e locale avrebbero prodotto «la mancata integrazione del sottoproletariato e frenato la modernizzazione della città, che ha perso un treno sul quale, invece, Marsiglia (al paragone è dedicato un intero capitolo del libro, ndr) è salita». Esplicita nel sottotitolo al volume, «La camorra non è la mafia», e ampiamente sviluppata nel primo capitolo, l’altra idea chiave. Anche qui Sales parla di classe dirigente colpevole e inadeguata, a Napoli come, e soprattutto, a Roma: «Per troppo tempo — spiega il sociologo — studiosi e politici hanno esaminato la camorra utilizzando un paradigma che era stato costruito osservando la mafia siciliana. È stato un grosso errore, che ha giustificato l’elaborazione di strategie di contrasto tanto inadeguate quanto inefficienti. Il crimine campano è sì diverso, ma non per questo meno forte e violento. La camorra è criminalità urbana, gangsterismo, e come tale, andava contrastato». Un esempio, tra le tante differenze passate in rassegna: nella mafia, spiega Sales, l’omicidio stesso si fa "progetto", tassello di una strategia complessiva, motivato da una logica di massima efficienza. In Campania, invece, «si agisce risposta a risposta, omicidio a omicidio, istinto sanguinario e dunque incontrollato».