Mafia politica pubblica amministrazione

 
Autore:
 Ugo Di Girolamo
Casa editrice: Alfredo Guida Editore
Anno: 2009
Genere: Saggio

Recensione di Chiara Marasca (pubblicata sul Dossier dell’Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità/Corriere del Mezzogiorno)

 

Mafia politica pubblica amministrazione

Il percorso seguito dal volume «Mafie, politica, pubblica amministrazione di Ugo Di Girolamo (Guida editore, 2009) è lineare, coerente ed efficace. L’autore, osservatore ‘‘privilegiato’’ del fenomeno camorra in virtù della sua attività politica in un territorio di frontiera come Mondragone (dove è stato anche consigliere comunale), considera le mafie del Sud un fenomeno unitario, in virtù di alcuni tratti comuni che prevalgono, per qualità, su quelli differenziali. Primo fra tutti la peculiare capacità, tipica di tutte le cosche del crimine organizzato italiano, di penetrare nello Stato e di intrecciarsi con il ceto politico e i pubblici amministratori. Ed è internamente a questo rapporto che si snoda il saggio, di natura politica, ma franco e obiettivo, sebbene in alcuni punti un po’ approssimativo nei riferimenti storici, che ambisce a proporre una possibile «via di sradicamento» del fenomeno. Partendo da qui: la politica italiana non può più permettersi la «distrazione collettiva», ricorrente nel corso della storia (ultima quella seguita all’andata repressiva tra gli anni ’80 e ’90) di «percepire la mafia come un problema esclusivamente di ordine pubblico». Molteplici, nel testo, gli esempi (in gran parte riferibili al territorio di Mondragone) delle dinamiche attraverso le quali si sviluppano gli intrecci tra politica e crimine organizzato. Solo sullo sfondo le guerre di mafia e le grandi operazioni di polizia. Al centro la tesi: «In una situazione nella quale le forze politiche consistenti mettono in discussione la forma stessa dello Stato, l’azione di governo ha una priorità assoluta: mantenere la maggioranza elettorale (...).Questa prioritaria necessità spinge (...) a valicare i confini dello Stato di diritto nella forma del consenso. Anche il contributo di poteri occulti e informali può quindi essere funzionale al mantenimento della maggioranza politica, così come il voto di scambio e il clientelismo di massa». Per Di Girolamo il vero nodo sarebbe, insieme all’irriducibilità dello scontro politico destra-sinistra («caso unico in Europa occidentale») e all’esistenza di spinte separatiste che indeboliscono la forma statuale, «la costante insofferenza del ceto politico italiano verso ogni forma di controllo del proprio operato e l’attitudine a travalicare i confini dei limiti costituzionali impedendo il consolidamento dello Stato di diritto». Insomma, la politica, storicamente, non ha voluto rinunciare alla possibilità di avere le «mani libere» e dunque non ha mai espresso la netta volontà di impegnarsi per l’affermazione della legge e delle regole, aprendo, sostanzialmente le porte dello Stato ai criminali. Di qui una serie di esemplificazioni, illuminanti nella loro logicissima semplicità, per loro capacità di evidenziare come «La pratica quotidiana corruttiva rappresenta la linea di contatto tra potere politico amministrativo e potere mafioso»: «Se un medico può essere nominato primario per meriti politici (...) perché stupirsi che un’intera Asl sia controllata da una cosca mafiosa?». Che fare dunque? Spezzare questo legame perverso, attuare una lotta senza tregua contro la corruzione ed esercitare un serrato controllo di legalità sull’operato della politica. Al movimento antimafia il compito di spingere verso questa strada che l’autore prova ad articolare anche in alcuni passaggi concreti: una nuova legislazione anticorruzione, una riforma della burocrazia dello Stato che la renda efficiente e realmente responsabile per atti illegittimi, illegali e danni arrecati all’erario, un ridimensionamento dell’invadenza della politica nella società e nell’economia, un’agenzia anticorruzione indipendente dotata di poteri ispettivi e sanzionatori.