Ernesto Tummolillo, Na vittima d''a camorra, a cura di Loredana Palma


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La scena si apre con un dialogo tra il camorrista Beneditto e Tore ’o cantiniere. Il primo confida i suoi propositi di vendetta nei confronti di Mimi ’o Studente e di Pasquale Lanzetta, un altro camorrista, colpevole soprattutto di aver disonorato Crestina, una povera fanciulla rimasta indifesa in seguito alla morte della Marchesa a cui era stata affidata dopo che suo padre Lorenzo era finito in carcere innocentemente quindici anni prima, accusato dai suoi stessi compagni di camorra. Di Crestina è perdutamente innamorato Luigino il quale soffre per la vicenda della ragazza che non riesce in alcun modo a dimenticare. Improvvisamente giunge la notizia della scarcerazione anticipata di Lorenzo per buona condotta. Tommaso, il maestro di scuola, è il primo a imbattersi in lui e a raccontargli l’amara verità riguardo alla figlia. Nel frattempo Crestina si incontra con Pascariello e lo implora invano di sposarla e di restituirle l’onore perduto ma Pascariello non solo si fa beffe della ragazza ma addirittura le fa pressione affinché accetti la strada della prostituzione. Crestina, inorridita, gli lancia una maledizione. Poco dopo, grazie a Tommaso, Lorenzo riesce finalmente a riabbracciare sua figlia e le perdona la colpa commessa. L’incontro è però interrotto dal suono concitato di alcune voci: sono Beneditto e Pascariello che si sfidano. Pascariello ha la peggio e rimane a terra moribondo chiedendo, perdono a Crestina. A questo punto Luigino si fa avanti e, tra la commozione generale, si offre di sposare la ragazza e di restituirle l’onore.

Nell’opera vengono messi in luce gli aspetti negativi della camorra e le sue logiche di violenza e di prepotenza, senza alcun compiacimento o ammirazione per essa. Il titolo non si riferisce, come noi potremmo a prima vista pensare, a una vittima diretta dell’azione malavitosa bensì indiretta. Con lucidità, infatti, Crestina individua le responsabilità della camorra nella sua infelice vicenda: l’organizzazione camorristica, infatti, «facette i’ a pateme ’ngalera nnucentemente. E io pure songo vittima d’essa! Pecchè si patemo nun fosse stato camorrista, a chest’ora nun starria a Nisida c’ ’o ferro ’o pede, e io nun sarria disonorata, pecchè patemo avarria guardato buono ’annore mio» (scena IV).

Alle esternazioni di Crestina fa da contraltare l’acquisita consapevolezza di Lorenzo il quale giunge alle stesse conclusioni della figlia circa la malaventura della sua appartenenza alla malavita: «Io, però, avarria istemmà ’a camorra ch’è ’a causa principale ’e tutte ’e disgrazie meie. Mannaggia quanno maie nce facette parte!» (scena X).

Il dramma propone la consolatoria soluzione della ricompensa dei buoni (che trovano nelle sofferenze, accettate con spirito cristiano, la giusta espiazione, voluta da Dio, alle loro colpe) e della punizione dei colpevoli.



Edizione di riferimento

Ernesto Tummolillo, ’Na vittima d’ ’a camorra, s.l. [ma Napoli], Tipografia Nuova Unione, s.d.