Lazzaroni, Napoli sono anche loro

 
Autore:
  Amato Lamberti

Casa editrice: Graus

Anno: 2006

Genere:  Saggio, raccolta di articoli

 
Recensione di Vito Faenza (pubblicata sul Dossier dell’Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità/Corriere del Mezzogiorno)


lazzaroni

Amato Lamberti questa idea delle «due Napoli» l’ha sempre avuta.  Da tempo va ripetendo che esistono, si vedono.  Rimettendo insieme i suoi interventi, gli editoriali, le riflessioni, il sociologo ha dato alle stampe un volume, “Lazzaroni, Napoli sono anche loro” Graus Editore, che certamente farà discutere.  Ma è l’intenzione dichiarata dell’autore: aprire una riflessione sulla città.

Napoli è una città complessa nella quale si intrecciano gli strati sociali, dove non esiste una differenza netta fra i lazzaroni e coloro che non lo sono.  Il primo a definire la città in questo modo fu Vincenzo Cuoco nel suo libro sulla rivoluzione del ’99. «Una Napoli che è una miniera, alimento, vita, di intellettuali di ogni paese — sostiene Lamberti — e di ogni età che, della Napoli capitale della disoccupazione, del sottosviluppo, del degrado, del clientelismo, della camorra, non si accorgono neppure, presi come sono a vivere e raccontare un’esperienza irripetibile che ne sconvolge l’animo e le viscere». È la Napoli del paradosso, la Napoli delle due società che camminano spesso senza incontrarsi, ma che si oppongono, spesso alleate, alle trasformazioni e al cambiamento.  Più volte  in questi mesi si è parlato di «tolleranza zero», di «pacchetto sicurezza»: sia l’uno che l’altro sono inapplicabili a Napoli, la criminalità non è (solo) una questione di repressione, ma di politiche che non possono esser (solo) assistenziali. Se Napoli è oggi «un paradiso abitato da diavoli», come nel 1719 la definiva Michel Guyot de Nerville, è proprio perché è mancata una visione di insieme della società e una parte degli abitanti, ghettizzata economicamente, lo è stato anche territorialmente, «deportata» in grandi agglomerati che non hanno nulla di «sociale».  Parco Verde di Caivano o gli insediamenti di Sant’Antimo o degli altri centri della provincia sono l’esempio di questo.  Si crea così un distacco fra le due Napoli.  Un distacco sempre più grande.  Dunque perché meravigliarsi se la «piazza» assalta lo Stato?  Negli ultimi anni il popolo dei lazzaroni  è aumentato a dismisura.  Il 40 per cento dei napoletani ha commesso un reato, piccolo o grande che sia, dunque quattro abitanti sui dieci della città vivono in un altro mondo economico e sociale dove sono stati spinti dal bisogno, ma non solo.

Oggi il carcere sembra essere la soluzione finale del problema «lazzaroni», ma questa idea fa da contraltare alla «tolleranza infinita» che esiste rispetto alle mille e mille illegalità quasi sempre orientate contro lo Stato, sicuramente patrigno, spesso aguzzino.  L’illegalità diffusa non riguarda però solo la parte marginale della popolazione, ma anche quella «diversa», «l’altra» città come dimostrano «farmotruffe», evasioni fiscali e altri reati.  Fra le due Napoli è arrivato il punto di contatto, ma non è sulla sponda del progresso, è dall’altra parte e quindi nessuna meraviglia se i capi dei «disoccupati» organizzati hanno un posto di lavoro, nessuna meraviglia se diventano un riconosciuto soggetto politico, nessuna meraviglia se colletti bianchi e camorristi sono alleati nel truffare Regione e Stato.  Queste sono solo alcune delle provocazioni lanciate da Lamberti, secondo il quale oggi la situazione non è dissimile da quella che vedevano i viaggiatori dell’Ottocento.  Uno per tutti Marc Monnier che nel 1863 scriveva: «I napoletani chiamano camorra ogni abuso di influenza o di potere affermano che questa lebbra esiste in tutte le classi della società».  Difficile dopo 143 anni dargli torto.