Cuore nero

 

Autore: Fortunato Calvino
Casa editrice: Alfredo Guida Editore
Anno: 2009
Genere: Testo teatrale


Recensione di Fuani Marino (pubblicata sul Dossier dell’Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità/Corriere del Mezzogiorno)

 

Cuore neroNel dramma in due atti firmato da Fortunato Calvino, si dipana un tema duplice e inedito come quello dell’amore omosessuale fra due ragazzi di malavita. Il testo teatrale «Cuore Nero» (lo spettacolo era in scena al «Nuovo» la primavera scorsa), edito da Guida nella collana diretta da Giulio Baffi, trova come ambientazione gli spazi interni di una chiesa abbandonata dell’hinterland napoletano, luogo di incontro e all’occorrenza nascondiglio dei quattro personaggi. In questa cornice, dialoghi in dialetto si susseguono rivelando le dinamiche feroci e a tratti incomprensibili del mondo delinquente, di cui i due giovani Tommaso e Pietro sembrano, almeno apparentemente, accettare le regole e il «codice d’onore». Con loro, sulla scena, una prostituta della zona, Anna La Rossa, che sogna fra un cliente e l’altro di cambiare vita e aiuterà i due «guaglioni» a comprendere, e ad accettare, quello che provano reciprocamente. Sullo sfondo di quest’intreccio amoroso, che stenta a prendere corpo e ad emergere, ci sono i loschi traffici e le rapine, le chiamate all’ordine per far fuori il bersaglio di turno, l’ordinaria amministrazione della criminalità, sovrana di un quartiere «addò pure Dio se n’è fujuto, nun c’è stà niente! Sulo munnezza». Nel gioco scenico, costruito in un lungo tempo di ripensamenti ed esitazioni, fra un atto illecito e l’altro, i due ragazzi si riposano al sole, scambiandosi confidenze e carezze furtive. Così, sin dalle prime battute, il desiderio di un’inversione di rotta, di una vita normale, di una conversione alla legalità e alla lealtà nei confronti dei propri sentimenti, aleggia fra i protagonisti. La Rossa, perseguitata dalle donne del posto, scapperà col giovane Rino nella speranza di una vita diversa, mentre lo stesso Pietro confessa: «Vulesse fuj, luntano!». Quest’ultimo, trova come risposta, nell’amico e compagno Tommaso, un desiderio analogo: «E pecché nun ‘o faje? Tu che crìre ca nun ce penzo pur’io? ‘E vòte guardo ‘a l’ati guagliùne e dico mò ‘a fernesco cu stà vita, mò me metto a faticà e sì campano llòro ’o pozze fa pur’io……». I due attori, intrappolati in una vita senza scelta, più che carnefici sono vittime, di se stessi e di un sistema che li ha fagocitati e che tuttavia non li accetta per quello che sono. Nell’universo criminale, infatti, dominato da leggi crudeli e inalienabili, per l’omosessualità, così come per la debolezza in genere, non c’è posto, e solo nella battuta d’arresto, sottraendosi al contesto in cui vivono e che li condanna, i due potranno trovarsi. Come sottolinea Baffi nella sua presentazione: «La scrittura di Calvino non consola e non giudica, forse parteggia per dichiarata partecipazione di sentimenti. Eppure questi due giovani e quella donna stanca sembrano familiari visioni quotidiane incontrate nei vicoli dei quartieri o spiate nella piazze rumorosamente affollate». Tommaso, Pietro, La Rossa, però, ribalteranno vite e certezze mettendosi in gioco, «non senza paura, non senza spavalda voglia di rischiare».