Mafia export

 

Autore: Francesco Forgione
Casa editrice: Baldini Castoldi Dalai
Anno: 2009
Genere: Saggio


Recensione di Tano Grasso (pubblicata sul Dossier dell’Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità/Corriere del Mezzogiorno)


Mafia export

«La globalizzazione non è un processo deciso all’improvviso dagli americani con gli altri a guardare; no, non è così, signor procuratore, pure gli "altri" partecipano a questo processo e si adeguano a scambiarsi cortesie nell’ambito imprenditoriale…in Germania e in Belgio ci sono dei "gruppi" che non sono più come quelli di una volta, gli emigrati con la vecchia valigia di cartone, no, questi "gruppi" adesso hanno una ventiquattrore piena di dollari». Con queste poche parole, tradotte da un siciliano stretto, un boss mafioso spiega dal punto di vista di Cosa nostra le nuove regole dell’economia mondiale. La globalizzazione, per il collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè, rappresenta una straordinaria opportunità: «la mafia sarà una multinazionale», mostrando la sua storica capacità di adeguarsi ai mutamenti, ma senza mai tradire la natura tradizionale del radicamento territoriale, visto che «il cervello sarà in Sicilia».

Quella che abbiamo raccontato è una delle tante suggestioni offerte dal nuovo libro di Francesco Forgione, già presidente della Commissione parlamentare antimafia, «Mafia export. Come ’ndrangheta, Cosa nostra e camorra hanno colonizzato il mondo» (Baldini Castoldi Dalai editore); un libro fondamentale che per la prima volta offre un efficace quadro d’insieme a studiosi, a operatori del contrasto, ad appassionati lettori; un testo assai documentato e allo stesso tempo di avvincente lettura: l’autore, del resto, ha dato un contributo determinante a livello istituzionale con l’approvazione della nota relazione dell’Antimafia sulla ’ndrangheta dopo la mattanza di Ferragosto 2007 a Duisburg.

Ma cos’è e in cosa consiste questa «colonizzazione» delle tre mafie italiane che va dagli Stati Uniti ai Balcani, passando per Spagna e Germania (molto dettagliate, nel libro, le cartine)? Intanto si manifesta nella forma più banale e apparentemente innocua: una pizzeria, un ristorante, un’insegna italiana di cucina con un nome noto all’estero, Bellini o Paganini; gruppi di emigrati dalla Sicilia, dalla Calabria, dalla Campania impegnati nella gestione e che all’occhio ingenuo appaiono come modesti e semplici lavoratori. Invece dietro una pizzeria di Norimberga si mimetizza un mondo incredibile dove si intrecciano relazioni finanziarie, prestigiose banche europee, aerei privati, campi da golf, milioni di dollari, contratti per la fornitura d’armi, montagne di cocaina da collocare sul mercato italiano. Ma non c’è solo la fondamentale attività di riciclaggio; i duecento metri quadrati della pizzeria sono un vero e proprio avamposto in territorio straniero, un’adeguata base logistica per gestire traffici criminali, droga e armi, ospitare latitanti in fuga. Ecco un nuovo paradigma. Forse è più opportuno parlare di imperialismo invece che di colonialismo (per utilizzare antichi concetti di Lenin); la presenza in terra straniera, infatti, non è volta a stabilire nuovi insediamenti territoriali (colonialismo) secondo le modalità tipiche della mafia (controllo del territorio, condizionamento dell’economia e della politica, omertà) ma a realizzare sfere d’influenza indispensabili per riciclare denaro e per avere punti di riferimento alla bisogna. Un’iniziativa meno pervasiva sull’ambiente, ma non per questo meno grave o allarmante. Ciò non esclude la demarcazione di appositi confini: dietro Duisburg, dice l’autore, ad esempio c’è una contesa sulle aree d’influenza. Quanto accaduto in Germania dopo la caduta del «muro» è quanto mai esemplare: «i lander dell’Est», scrive Forgione, «sono praticamente in "vendita"», un grande mercato da conquistare con speculazioni finanziarie e immobiliari.

Le oltre trecento pagine del libro propongono, alla fine, inquietanti interrogativi. Uno su tutti: quanto è adeguata la legislazione di contrasto al riciclaggio e, soprattutto, quanto è diffusa una adeguata sensibilità politica e istituzionale? Non si può dire che siamo all’anno zero perché si farebbe grave torto a quanto è stato fatto, pur nelle parzialità, in Italia; ma è l’Europa che è ancora oggi assai indietro sia sotto il profilo legislativo che nella sensibilità dei governi. È in gioco l’inquinamento di mercati che storicamente non hanno conosciuto l’esperienza mafiosa: quando nell’economia legale si immette denaro di provenienza criminale si altera ogni regola di mercato e di democrazia. E come mezzo secolo fa ci ha insegnato Leonardo Sciascia, la linea della palma tende sempre a salire verso il nord e, aggiungiamo noi, questo nord non è più solo quello italiano.