Gomorra

 

Autore: Roberto Saviano
Casa editrice: Mondadori
Anno: 2006
Genere: Romanzo no-fiction


Recensione di Mirella Armiero (pubblicata sul
«Corriere del Mezzogiorno»)


Gomorra

Difficile trovare una definizione per il primo folgorante libro di Roberto Saviano. “Gomorra”, edito nella collana «Strade blu» di Mondadori, si inerpica per una strada poco battuta dai nostri scrittori, più abituale per l’editoria di marca anglosassone.  A metà tra inchiesta e reportage, o, ancor meglio, saggio di impegno civile e di denuncia, “Gomorra” del romanzo ha poco e niente.  Almeno se intendiamo quella forma romanzo tradizionale di cui da tempo si decreta la morte.  In realtà di romanzi se ne scrivono sempre parecchi, alcuni belli, ma a nessuno di loro assomiglia il libro del giovane Saviano. «La mia idea», dichiara l’autore, «era quella di realizzare un testo ibrido, un vitello a due teste.  Si potrebbe definire docufiction; in ogni caso ho cercato di conciliare la disciplina dell’analisi con il caos emotivo proprio della scrittura letteraria».

A quali autori guarda Saviano come illustri punti di riferimento? «Ai classici del meridionalismo come Giustino Fortunato, Rocco Scotellaro, Carlo Levi, ma anche agli americani William Langewiesche di “merican Ground” o Michael Herr di “Dispacci”, che è stato anche sceneggiatore di “Apocalypse Now”».  Scrittori di guerra come modello per raccontare un altro tipo di guerra, un combattimento metropolitano non meno violento? «Sì, considero quella di camorra una vera e propria guerra».

L’io narrante del libro, che coincide esplicitamente con l’autore, non regala di sé che qualche breve stralcio narrativo, isolati frammenti di una vicenda personale che possiamo per la gran parte solo immaginare.  Invece, la storia che il lettore segue con il fiato sospeso è proprio quella della camorra, in particolare quella della faida che lo scorso anno insanguinò Scampia e che catalizzò l’attenzione dei media su di un fenomeno che per anni era stato quasi rimosso.  E il nucleo narrativo e tematico del libro è la trasformazione dell’ultimo decennio, periodo cruciale in cui la camorra da organizzazione criminale è diventata un’imponente imprenditoria del crimine con ramificazioni in tutto il mondo. «Gli ultimi dieci anni hanno fatto registrare un’impennata dei poteri criminali che non si verificava dai tempi di Cutolo.  La verità è che la Campania, distratta dagli eventi culturali, rischia di non vedere la mattanza e di non far nulla».

Eppure è a due passi dalla città borghese che accade tutto quello che Saviano racconta.  La sua Napoli davvero non è bagnata dal mare se non da quello torbido del porto, a cui è dedicato il primo capitolo.  Il porto come «appendice infetta della metropoli» e centro di ogni traffico illecito.  Da qui parte il viaggio dell’autore, che è un doloroso inabissarsi nel male, una discesa agli inferi dove il lettore viene condotto senza potersi mai fermare, fino a provare un senso di vertigine e di soffocamento.  Gli eroi (o meglio, gli antieroi) di Saviano (tutti chiamati con i veri nomi e cognomi) non assomigliano ai rozzi boss siciliani.  I loro modelli sono cinematografici, patinati.  I capi della nuova camorra si sentono simili a personaggi dei film di Quentin Tarantino oppure vogliono essere identificati in Brandon Lee del «Corvo».  Saviano ne riporta con freddezza le crudeltà più estreme o gli episodi di maggiore effetto, come quello avvenuto in ospedale, quando il delfino di Paolo Di Lauro, Gennaro Marino detto McKay, andò a trovare il suo boss che aveva il figlio ricoverato per un grave incidente. Di Lauro lo accolse e poi gli offrì da bere: gli porse un bicchiere nel quale aveva urinato, perché McKay si era mostrato un po’ troppo autonomo negli ultimi tempi.  Il gesto significava punizione ma anche perdono, così il delfino «bevve tutto, sino alla posa». «Un lungo sorso di piscio», scrive Saviano, «risolse il primo sisma avvenuto all’interno delle dirigenze del cartello del clan Di Lauro. Una tregua labile, che nessun rene successivamente avrebbe potuto drenare».  Di lì a poco, infatti, si sarebbe scatenata la faida che ha fatto anche morti del tutto innocenti, estranei.  Qualcuno che era «colpevole solo d’essere nato a Napoli».

Uno dei meriti di Saviano è proprio quello di saper alternare momenti ad alto tasso di drammaticità con pagine di rigorosa analisi scientifica, attitudine che gli deriva dalla sua formazione di storico.  Molto più crude di qualsiasi forma di letteratura pulp che possa mai essere scritta sono le descrizioni minuziose delle torture e degli ammazzamenti che hanno un loro preciso e antichissimo codice. In questo la camorra non si è per niente evoluta.  Distrugge e scarnifica con precisi intenti dimostrativi i corpi di chi ne ostacola il cammino, di chi tradisce, di chi vuole prendere il potere.  Qualche piccolo cambiamento, per la verità, si registra anche nel modo di consumare le vendette e di affermare il dominio.  Per esempio le donne non sono più immuni.  In alcuni casi hanno preso le redini dei clan e dunque non possono evitare le ritorsioni dei rivali.

Leggendo il libro di Saviano, insomma, si impara a conoscere un mondo che si vorrebbe fingere inesistente, di fantasia, e che invece è pura realtà.  Un mondo dove ormai il commercio della cocaina ha le dimensioni di una multinazionale e i tossicodipendenti all’ultimo stadio, i visitors, sono usati come cavie per le partite tagliate.  Un mondo che segue il modello aziendale e offre la «mesata», lo stipendio di risarcimento, ai familiari di chi sta in carcere, in una sorta di welfare capovolto.  Un mondo che ha pure una sua perversa estetica e che, soprattutto, non è così inaccessibile e distante come si crede.  Raccontare tutto questo, con lo stile asciutto di Saviano che chiude spesso i capitoli con una sua perentoria ed efficace sentenziosità (che non diventa però mai retorica), è un atto di alto valore etico. «Non ho voluto scrivere un pamphlet», spiega l’autore, «ma dare la possibilità al lettore di comprendere micro e macrofisica del potere criminale e offrirgli così uno strumento in più per decifrare la realtà».  Ora i critici e commentatori potranno dire che Bocca aveva ragione con “Napoli siamo noi”... «Sì, credo che Bocca abbia ragione ma lui ha guardato il graffio, io la ferita.  Ma non è vero che Napoli è l’unico inferno.  Il Sud è solo la trincea dove si combatte, la potenza economica dei clan arriva molto più lontano, la camorra è un “sistema” internazionale».