I costi dell'illegalità. Mafia ed estorsioni in Sicilia

 

Autore: Antonio La Spina
Casa editrice: Il Mulino
Anno: 2008
Genere: Saggio


Recensione di Giacomo Di Gennaro (pubblicata sul Dossier dell’Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità/Corriere del Mezzogiorno)


I costi dell'illegalità

Tra le diverse attività illegali realizzate dal crimine organizzato l’estorsione è senz’altro quella che assume una rilevanza maggiore perché racchiude un intrinseco duplice significato: da un lato, evoca la necessità/capacità di offrire un bene prezioso che è la protezione; dall’altro, rende manifesta la forza di intimidazione cui sa giungere l’organizzazione su un dato territorio. Ma cosa sappiamo, allo stato attuale, sul racket delle estorsioni? Quali effetti distorsivi produce sul mercato economico, sui settori produttivi e più in generale sullo sviluppo di un’area? Quali sono le dimensioni quantitative del fenomeno e quali costi comporta? In che misura alle modificazioni delle modalità strategiche con cui agiscono i gruppi mafiosi relativamente a tale fenomeno corrisponde un idoneo cambiamento organizzativo e strategico da parte dello Stato in termini di contrasto?

A questi interrogativi è possibile fornire una qualche risposta ragionando attorno al volume, curato da Antonio La Spina, “I costi dell'illegalità. Mafia ed estorsioni in Sicilia (Il Mulino)”. Il saggio analizza in undici capitoli scritti da autori con diverse specializzazioni, sociologiche, economiche e giuridiche, i risultati di una complessa ricerca scientifica condotta su nove province siciliane. Animato, sostenuto e voluto dalla Fondazione Rocco Chinnici, lo studio si presenta con un forte carattere operativo sia per il contemporaneo contributo propositivo sulle prospettive di riforma del sistema delle misure patrimoniali, sia perché in ragione dei cambiamenti intervenuti nell’organizzazione della pratica estorsiva, offre alcuni suggerimenti per la ridefinizione delle policy di contrasto territoriale. Un primo obiettivo che gli autori si erano posti riguarda le caratteristiche del fenomeno, le sue dimensioni quantitative e la misurazione del costo al dettaglio della presenza mafiosa sull’attività imprenditoriale. I risultati sono stati raggiunti mediante una metodologia multilevel sia di tipo quantitativo che qualitativo fondata sull’utilizzo di materiale giudiziario (consultati 200 atti giudiziari interessanti il periodo 1987-2007) contenente circa 2.300 episodi estorsivi che hanno visto coinvolte 2.286 imprese; nonché, sulla raccolta di informazioni dettagliate mediante 45 interviste a magistrati e a un altrettanto elevato numero di operatori delle forze dell’ordine, e infine, su alcune interviste fatte a vittime (in genere imprenditori) del racket delle estorsioni.

La ricerca si innesta all’interno di un filone di studi ormai decennale che ha colto nel sistema estorsivo la modalità fondamentale a livello locale attraverso cui la mafia esercita la sua "signoria" interferendo sull’articolazione dei processi economici, sottraendo capitali e risorse alle forze produttive, condizionando lo sviluppo economico delle aree e regolando il controllo del territorio. Non meno di un miliardo di euro (1,3 punti percentuali del pil della regione Sicilia nel 2006) è il costo diretto stimato, con forti connotati prudenziali, dai ricercatori della Fondazione Chinnici. Si tratta di una cifra sottostimata e assolutamente parziale perché considera solo la quantità di risorse sottratte alle imprese (con una imposizione media mensile che si aggira attorno ai 600 euro, dentro un range che varia dai 32 ai 27.000 euro al mese). Inoltre, la metodologia ha consentito di differenziare il peso estorsivo rispetto al settore produttivo (le costruzioni, il commercio, i pubblici servizi e le attività artigianali sono i più penalizzati) e all’ambito territoriale (le province più colpite sono Trapani, Caltanissetta e Messina). Non sono considerati i costi indiretti (connessi alla riduzione dei margini di profitto; delle strategie di investimento; alle diverse forme di obbligazione), né i costi aggiuntivi (interferenze sulle strategie d’impresa; clima d’incertezza; alterazione dei mercati, ecc.). Tanto meno sono contabilizzati i costi psicologici, dell’illegalità ambientale diffusa, dell’aumento dei prezzi al consumo. Gli autori affermano che, innanzitutto, l’offerta coattiva di protezione è cambiata nel tempo e Cosa nostra è passata da una logica estorsiva selettiva - (esercitata fino alla prima metà degli anni ’80) e caratterizzata dall’imposizione del pizzo alle attività economiche e commerciali più solide, agli appalti, alle costruzioni, - ad una logica estorsiva estesa (esercitata a partire dalla seconda metà degli anni ’90, dopo la fase violenta di attacco allo Stato con gli attentati di Firenze, Roma, Milano ad opera dell'ala militare dei Bagarella e dei Brusca) e caratterizzata da una riduzione delle richieste ma da una impossibilità dall’affrancamento. “Pagare poco ma pagare tutti” è il motto che racchiude la ridefinizione della strategia che ha ricondotto il costo del pizzo per gli imprenditori ad una sorta di "costo ambientale" sopportabile. Il che, ovviamente, sotto il profilo del contrasto, ha reso ancora più difficile la possibilità che gli imprenditori collaborassero con la giustizia. «La diminuzione delle richieste estorsive ha, inoltre, contribuito a rafforzare il muro omertoso eretto dagli imprenditori», sostengono gli autori, e reso il racket delle estorsioni un fenomeno ineluttabile al punto che alcuni operatori economici si adoperano per effettuare il pagamento della propria spettanza prima dell’apertura della propria attività.

Infine lo studio conferma quanto già molti economisti e sociologi da tempo sostengono: due fattori favoriscono il radicamento e l’intrusione dell’attività estorsiva. Da un lato, il carattere tradizionale e irregolare della struttura produttiva, della composizione e dinamica degli investimenti e dell’occupazione. Dall’altro, il basso rendimento dell’efficacia istituzionale sotto il profilo burocratico-amministrativo, dell’azione sussidiaria nei confronti dell’imprenditore che intende affrancarsi e la scarsa capacità espressa dalla società civile di impegnarsi in maniera permanente sul fronte della diffusione di una più capillare azione di rispetto della legalità, controllo sociale e indignazione.

In definitiva, un lavoro molto interessante che meriterebbe di essere replicato nelle diverse regioni in cui è presente il fenomeno, anche per capire in che misura sia più conveniente territorializzare le strategie di contrasto, in ragione, eventualmente, dei differenti modelli di azione estorsiva e tipi di organizzazione criminale.