Fuori dal Comune

 

Autore: Antonio La Spina
Casa editrice: Bonanno

Anno: 2009
Genere: Saggio


Recensione di Luciano Brancaccio (pubblicata sul Dossier dell’Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità/Corriere del Mezzogiorno)


Fuori dal Comune

Il libro del sociologo Vittorio Mete «Fuori dal Comune. Lo scioglimento delle amministrazioni locali per infiltrazioni mafiose», (Bonanno, 2009) va dritto al cuore del problema della criminalità organizzata nel nostro Paese. Il binomio mafia-politica si presenta infatti — non da oggi, ma oggi più che mai — come un tessuto profondo di rapporti che lega i due livelli e che costituisce il vero nucleo di potere del crimine organizzato in Italia, e in specie nel Mezzogiorno: senza la politica le mafie non sopravvivrebbero e senza le mafie la politica non sarebbe quella che conosciamo. Questa tesi dell’«inscindibilità» dei due discorsi emerge fortemente dalla documentata ricerca di Mete sullo scioglimento delle amministrazioni locali per infiltrazione mafiosa.

L’autore offre evidenze empiriche di grande interesse, per gli studiosi del fenomeno e per gli operatori impegnati nell’azione di contrasto, lungo un percorso le cui tappe sono così riassumibili: a) una rassegna e una sistemazione teorica delle politiche antimafia; b) un’analisi quantitativa e qualitativa dei decreti di scioglimento in relazione ai comuni interessati; c) uno studio di caso su Lamezia Terme (comune sciolto due volte, nel 1991 e nel 2002) basato su una ricostruzione storico-documentaria e su una ricerca empirica relativa alla classe politica municipale attuale; d) una valutazione dell’efficacia dell’impatto dei decreti di scioglimento sulle realtà sociali e politiche segnate dalla presenza mafiosa e alcune proposte di miglioramento della legislazione in materia. Dal 1991 (anno di entrata in vigore della legge 221) al 2008 sono 181 i comuni sciolti per infiltrazione mafiosa, la maggior parte dei quali in Campania (80 casi) e in particolare in provincia di Napoli( 45). C’è un sostanziale equilibrio del colore politico delle amministrazioni interessate dai decreti, mentre si nota una crescita dei provvedimenti nelle fasi storiche in cui l’attenzione dell’opinione pubblica verso il fenomeno è alta, a prescindere dal colore del governo nazionale in carica. I motivi più ricorrenti di scioglimento — desumibili dalle relazioni ministeriali —riguardano i legami diretti degli amministratori con i mafiosi (144 casi) e le irregolarità riscontrate nella gestione degli appalti pubblici (125). Questa messe di dati rimanda all’importanza che il controllo delle amministrazioni locali riveste per i clan, anche nei comuni di dimensioni più ridotte interessati da flussi economici trascurabili. Si tratta di azioni che rispondono a pulsioni intrinseche alle organizzazioni mafiose, le quali, come rileva l’autore, non possono trascurare alcuna delle due dimensioni che le caratterizzano: quella di dominio sulla comunità (power syndicate) e quella di intrapresa economica (enterprise syndicate). I clan ricevono riconoscimento sociale e «onore» politico, una sorta di investitura a cui non possono rinunciare se vogliono perpetrare il loro potere politico ed economico. Questo ne fa «sogetti sociali» a tutto tondo, che necessitano della clandestinità, per tenere i propri traffici all’oscuro degli apparati di controllo dello Stato, ma che insieme hanno bisogno della visibilità che garantisce loro l’inviolabilità sociale e la protervia del potere. In altri termini sono interlocutori quotidiani degli amministratori e dei funzionari locali, che in troppi casi continuano a realizzare il proprio dominio anche dopo i decreti di scioglimento delle amministrazioni locali, che finora hanno colpito solo la rappresentanza politica, facendo salvo il ceto burocratico. Si è corsi ai ripari, in questo senso, con le modifiche introdotte dall’ultimo pacchetto sicurezza — che prevedono una possibile rimozione anche di segretario comunale o provinciale, direttore generale, dirigenti e i dipendenti dell’ente locale — delle quali attendiamo di verificare l’impatto.

Questa dimensione ambivalente delle mafie nostrane — ben presente nelle pagine del libro, sempre attento a fornire una immagine realistica del fenomeno mafioso— contrasta fortemente con gli stereotipi prevalenti: da un lato la mafia come società segreta che si infiltra nelle istituzioni; dall’altro la mafia come complotto ordito nei palazzi ufficiali del potere. E induce l’autore, nelle pagine finali, a rivisitare criticamente lo strumento dello scioglimento delle amministrazioni locali, auspicando azioni di accompagnamento che migliorino la trasparenza dei processi politici e favoriscano la consapevolezza dell’opinione pubblica.