Mai ci fu pietà

 

Autore: Angela Camuso
Casa editrice: Editori Riuniti
Anno: 2010
Genere: Saggio-inchiesta


Recensione di Chiara Marasca (pubblicata sul Dossier dell’Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità/Corriere del Mezzogiorno)


Mai ci fu pietà

Riuscirono ad intrecciare rapporti con mafia e camorra, con le alte sfere della finanza, della politica, e, secondo quanto ricostruito da alcune inchieste giudiziarie, persino delle gerarchie vaticane.  Si sono seduti, dopo averla in qualche modo ‘‘apparecchiata’’, a quella «tavola imbandita dove tutti potevano trovare posto, e abbuffarsi».  Con queste parole Angela Camuso (giornalista, attualmente all’Unità) descrive la Roma degli anni ’70 e ’80, che vide crescere potere, ricchezza e violenza della banda della Magliana, la cui storia vera è al centro del suo «Mai ci fu pietà» (Editori Riuniti).  La vicenda di un gruppo di criminali che, partendo dalle borgate della Capitale e dal centrale quartiere Testaccio (qui era nato Renato De Pedis, che della banda fu il capo e che è sepolto in una cripta della basilica di Sant’Apollinare), passano dal prestito di denaro a strozzo ai sequestri di persona (su iniziativa o commissione), per poi lanciarsi, anche in accordo con i siciliani di Pippo Calò e i cutoliani, nel traffico di eroina e cocaina.  Sperimentano nuovi canali di riciclaggio e pericolose relazioni col potere, gettando le basi per la costruzione di «una casta» (titolo dell’ultimo capitolo) che, nonostante la loro uscita di scena, per l’autrice ancora oggi domina il mondo criminale romano.  Anzi, è forte la sensazione, e la Camuso ce la trasmette, che alcuni protagonisti dei fatti di allora, come il «banchiere» Enrico Nicoletti, che oggi ha 74 anni e alle spalle più di una condanna (una definitiva per appartenenza alla banda), non abbiano cambiato strada.  In questo senso vanno alcuni processi in corso, partiti da inchieste che ipotizzano un asse casalesi-Magliana per il riciclaggio di denaro.  Roma è tuttora «una città aperta a tutte le mafie», come gli arresti frequenti di soggetti criminali legati a ’ndrangheta e camorra testimoniano.  E proprio ai rapporti che la banda della Magliana intrecciò con gli uomini della Nco (in particolare Vincenzo Casillo) e, successivamente, saltando sul carro del vincitore, con quelli della Nuova Famiglia (come Ciro Maresca, fratello di Pupetta e cognato del boss Umberto Ammaturo), la Camuso dedica molte pagine.  Un legame che si sviluppava su diversi piani e vedeva i criminali romani «disponibili» a svolgere «lavori» per conto di Raffaele Cutolo, a prestare supporto ai latitanti in trasferta nella Capitale, a organizzare colpi insieme, a collaborare, scambiandosi partite di droga, nelle attività di spaccio.  Intrecciata con le mafie, ma forse non «mafia» essa stessa, «perché a Roma», afferma il pm Lucia Lotti, «non c’è il contesto ambientale, non c’è un problema di controllo del territorio, non c’è esercizio sistematico del pizzo».  Ma sebbene anche le condanne giudiziarie per i protagonisti della banda neghino la natura mafiosa del gruppo, la Camuso conclude ipotizzando che quella della Magliana sia stata la prima e unica «mafia romana».

«Mai ci fu pietà» ricostruisce circa trent’anni di omicidi e traffici illeciti attraverso lo studio di centinaia di atti giudiziari, sentenze (molte ormai irrevocabili), verbali di interrogatori, informative, atti di inchiesta.  La cronista resta fedele al suo compito e non sperimenta ricostruzioni di fantasia per rendere più glamour vicende tra l’altro già oggetto anche di un fortunato romanzo (Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo) al quale si sono ispirati l’omonimo film di Michele Placido e una serie televisiva; ma la penna spedita e il procedere per fatti, storie, e curiosità anche inedite, fanno sì che le oltre 400 pagine scorrano veloci come in un’opera di narrativa.