Mario Gelardi e Giuseppe Miale di Mauro, Quattro, a cura di Rita Duraccio


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Quattro
(Premio Ustica per il teatro nel 2005) è l’intreccio di quattro storie di vita, il cui epilogo è segnato da un tragico evento che lega indissolubilmente i protagonisti tra di loro.

La pièce inizia in medias res. La prima scena si apre con il funerale di Anna Maria, una ragazza di quattordici anni, uccisa per sbaglio in un agguato camorristico. Tutto il dramma ruota attorno alla figura della giovane e con esso i suoi protagonisti. Ada è la zia di Anna Maria. Stefania la sua insegnante. Ciro il vassallo aiutante del boia. Giacomo il medico che proverà inutilmente a salvarla. Si troveranno tutti e quattro inconsapevolmente vicini nel momento della morte della ragazza, tutti nello stesso posto, spettatori attoniti di un evento destinato a unire per sempre le loro vite.

Nelle confessioni i quattro personaggi si presentano al pubblico, a turno partendo da Ada e proseguendo in ordine con Giacomo, Ciro e Stefania. Dicono il proprio nome e si sovrappongono man mano al discorso del precedente personaggio, in un crescendo in cui raccontano animatamente la propria storia di vita. I protagonisti, con i loro monologhi di presentazione, sembrano quasi entrare con prepotenza in scena, quasi come se ognuno di loro volesse affermare con decisione il proprio status, consapevoli dei propri ruoli nel contesto napoletano in cui si svolge la tragedia.

Ada è la proprietaria di una friggitoria, dice che deve essere «scetate», sennò la friggitoria, che porta avanti con l’aiuto di un’extracomunitaria, Jasmina, «va sott’ e ‘ncoppa». Quotidianamente è immersa in un contesto fatto di malavita e camorra, ma anche di poliziotti che quando cercano il permesso sanitario si lasciano corrompere dalle golosità da lei vendute. Non essendo sposata, vive con sua madre e la loro cagnolina, Lady tre. Ha due nipoti, figli di sua sorella, Cristian e Anna Maria, «troppo belli», e lei li considera un pò come suoi figli. Ada parla spesso con orgoglio della bellezza di sua nipote. «Anna Maria sta piena di ragazzini che gli vanno appresso. Tiene la folla». Il linguaggio che caratterizza i monologhi e i dialoghi di Ada è spesso crudo e molto diretto, denota l’esperienza di vita di una donna che lotta da sola per sopravvivere nella giungla del regno della camorra.

Ciro è un giovane disoccupato di ventisei anni, sposatosi solo «perché Rosetta era incinta». Hanno dei bambini e non gli interessa se lui e sua moglie hanno da mangiare, l’unica cosa che conta davvero è che « ‘e criature s’anna vestì firmate». Sempre alla ricerca di lavoretti per far vivere la sua famiglia,  spesso compie delle vere e proprie missioni per conto della camorra, come accade quando per 500 euro accetterà di accompagnare sul motorino il Manamozza, che deve tendere un agguato a Salvatore Giuliano, il quale sparerà un colpo alla nuca di Anna Maria.

Il linguaggio di Ciro è quello tipico del malavitoso, l’eroe assoldato dalla camorra, è spavaldo, sicuro di sé, spesso ha uno slang decisamente volgare. Maltratta spesso e volentieri la povera Rosetta, la usa, non vuole collaborare in casa, ogni minimo ingaggio che riceve per lui è come se fosse la promessa del paradiso, tesse le lodi dei malavitosi che gli danno da vivere in maniera disonesta e criminale. Questo personaggio è insensibile persino dinanzi ad un fatto così grave come la morte di una quattordicenne che non era assolutamente implicata nelle faide camorristiche:

Hanno purtato ‘a bara d’a criatura miezz’ ‘o vico, ‘a mamma s’è affacciata ‘o balcone, allucca, fa nu cuofono ‘e burdello, te fa ascì pazzo. Ih, che sceneggiata che stanno facenno tutti quanti. Pare ca’ nun è muorto mai nisciuno dint a ‘stu quartiere. ‘O saccio che tenevo sulo quattordici anni, ma moreno nu sacco ‘e creature pe’ tutte part’, sulo mo’ s’arricordane e parlà ‘sti quattro chiaviche. Ih che quartiere ‘e merda! Chiude ‘o balcone, Rosè. Chiude stu’ sfaccimma ‘e balcone ca’ me stanno facenno venì ‘o male ‘e capa! (urla) Chiur’!!!

Stefania è una giovane insegnante. Con Giacomo fa parte della ‘‘Napoli bene’’. Laureatasi prima della fine del quinquennio con il massimo dei voti e la lode, è entrata nella scuola come supplente. Si comincia sempre così e lei lo sa. Ma si sente frustrata perché i ragazzi spesso sono peggio dei selvaggi con chi non è la loro insegnante di ruolo. Anna Maria è una delle sue alunne preferite, studiosa e disciplinata a differenza dei compagni di classe. La giovane professoressa è spettatrice impotente dell’uccisione della ragazza, essendo ferma ad aspettare l’autobus nel preciso istante in cui la tragedia si compie. Sa benissimo che non vive in un posto felice, eppure lei sente che ha una vera e propria missione da compiere:

Paolo, il mio fidanzato, non vuole più vivere qui, ha accettato un lavoro a Reggio Emilia.

“Li ci sono le migliori scuole d’Italia”, mi ha detto.

E’ vero lo so.

E’ partito una settimana fa. Ma io non sono andata con lui. Non me la sento di lasciare tutto ora. A me sembra che qui c’è più da fare di prima. C’è una grande mobilitazione, c’è un sacco di gente che si da da fare, che si ribella. A me sembra che questa città si è svegliata, che non ce la fa più a soccombere. Io sento che qualcosa sta succedendo, e ci voglio essere. Non mi va di mollare proprio ora. Io resto qui.

Il linguaggio che caratterizza i diaolghi e i monologhi di Stefania è molto più elevato di quello dei due personaggi precedentemente menzionati, tipico di chi ha compiuto gli studi e che ha un certo livello di cultura, ma all’occasione si adatta anche al parlare della gente che non conosce tanto bene l’italiano, come accade quando parla con Ada pochi minuti prima della morte di Anna Maria.

Giacomo è un medico che da giovane ha deciso di non seguire la strada impostagli dal padre, l’oncologia. Si è messo contro tutta la famiglia per questa deviazione nel suo percorso. I suoi genitori gli hanno addirittura tolto la parola per il tradimento a ciò che gli era stato destinato senza aver mai chiesto il suo consenso. Eppure lui è felice della sua vita. Lavora in ospedale come medico d’urgenza al pronto soccorso, anche lui come Stefania sente che ha una missione da compiere. Cerca costantemente di tenere sotto controllo infermieri e medici che svolgono il loro lavoro svogliatamente:

No, no. Così non va bene. Chi sta fumando?

Qui non si fuma. Non transigo. Non tollero questo comportamento superficiale e approssimativo. Non importa che non ci sono pazienti, noi dobbiamo tenere sempre in mente chi siamo e che cosa facciamo. E non tollero nemmeno che il gioco delle carte. Via queste carte. Subito.  Soprattutto perché non avete nemmeno la decenza di lavarvi le mani prima di curare un paziente. Vi ho visto, più di una volta. Io non voglio sentire scuse, voglio soltanto la possibilità di fare al meglio il mio lavoro! E voglio che anche voi la pensiate come me. Questo pronto soccorso si deve distinguere per talento, efficienza, pulizia e senso di responsabilità. Queste sono le regole. E voi le dovete rispettare. Punto e basta. E non sbuffare tu, ti ho visto.

È lui che tenta disperatamente di salvare la ragazza dopo la sparatoria, dolendosi per il mancato successo. Al funerale Giacomo sta male con sé stesso, cerca disperatamente un contatto, seppur immaginario, con suo padre, lontano da lui per tutta la vita, ci parla anche se lui non è presente, tenta un estremo appiglio a una figura che, probabilmente, pur mancando è stato un suo punto di riferimento forte per tutta la vita e che ora più che mai vorrebbe accanto:

Io non potevo salvarla, papà. Ho fatto tutto quello che potevo. Era grave. Aveva un foro all’altezza della nuca. C’era sangue dappertutto. Io non potevo salvarla, papà. Non potevo salvarla …

Il linguaggio di Giacomo, come quello di Stefania, denota l’appartenenza ad una classe sociale più colta ed elevata.

Edizione di riferimento

Inedito.