Achille Torelli, Guappo pe fforza, a cura di Fiorina Izzo


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Guappo pe fforza
è una commedia in due atti di Achille Torelli. Scritta nel 1896-97, essa è tramandata dal ms. Racc. Cenerazzo C. 174 conservato nella sez. Lucchesi Palli della Biblioteca Nazionale di Napoli ed è la versione dialettale della novella Camorrista per forza, il cui titolo originario era Baruffe napoletane (pubblicata in due tempi sulla rivista La vita italiana nel 1897, fasc. XIX e XX). Il protagonista-guappo è il giovane Gennarino, tipico scugnizzo napoletano, che ad inizio del secondo atto, racconta agli amici l’avventura della sera precedente. Impossibilitato a tornare a casa per via della forte pioggia, fu costretto a trovare riparo nella taverna di Murzillo, dove però – dice l’amico Purtuallino- «s' ha da ji co l’ uoglio santo into 'a sacca!», perché mal frequentato e «ogne juorno fanno a cortellate». Di tutto ciò (della non felice nomea del luogo) Gennarino sembra essere consapevole, dato che come lui stesso afferma, sapeva che « nce arria trovato Tore e Criscienzo….», al quale bisognava portare assoluto rispetto. Nella taverna Tore, boss del quartiere, lo chiama a sé per sapere quali fossero le sue reali intenzioni nei confronti di Teresina, cugina del picciotto Ciccillo, la quale “aveva bisogno di protezione”, perché orfana. Il dialogo diventa animato, tanto che è proprio Ciccillo a tirar fuori un coltello, alla vista del quale un ragazzo, di nascosto, chiama i carabinieri. Tuttavia, Ciccillo non ferisce Gennarino perché, mentre sta per colpirlo, scivola, si ferisce col suo stesso coltello e l’avversario riesce a prendere l’arma e “disarmarlo”. È questo un momento clou nella dinamica dei fatti, perché il precipitare degli eventi fa mutare la posizione di Gennarino, quasi a determinarne il suo destino e la sua figura all’interno di un possibile clan o cerchia di loschi personaggi. Infatti, l’aver disarmato il “nemico” Ciccillo, in quel momento, lo proietta ad un livello superiore: agli occhi di Tore egli appare colui che, con facilità e disinvoltura, ha superato l’ostacolo, tale da meritarsi la sua stima e fiducia. Infatti, - dice Gennarino - «Tore s' è miso ‘ncapa e va mettenno ’e cartielle pe Napole che io aggio vuttato 'o curtiello ’n terra pe fa' na guapparia mascola….». Gennarino, dunque, da difensore della propria incolumità fisica è diventato, per Tore, un guappo degno di entrare tra i suoi eletti, perché “lesto”, veloce, furbo, vivace, quieto e rispettoso nei suoi riguardi. Dopo che «‘o sango è scurzo» e «l’onnore è suddisfatto », è proprio il camorrista-capo, a sigillare la pace tra i due litiganti. Dunque, Gennarino da guappo per caso diviene guappo per forza, perché ora questa sua fama si diffonde per il quartiere intero; è un uomo anche lui da rispettare, degno di ammirazione:

Genn Chillo, Ciccillo, ‘o sapite è picciuotto, e io, pecchè l'aggio disarmato e ferito, aggio fatta fà 'e cruce a tutto ‘o rione. Pe tutto addò passo me mmostano a dito, manco si fosse Rinaldo Montalbano. E Tore va dicenno a tutte quanno che io, pe fà na guapparia nova, aggio jettato 'n terra ‘o cortiello. Sia fatta 'a vuluntà ’e Ddio! Io che saccio comme è stato….E ntramente, into 'a taverna, Tore cacciava a sta bubbula, eccote comparè quatto guardie….

In questa situazione, Ciccillo perde credito agli occhi di Tore, anche perché nel momento in cui sopraggiungono nella taverna le guardie, egli scappa dalla finestra, mentre Gennarino le affronta e dimostra nuovamente la sua abilità quasi di stratega, per cui dà prova di eroico coraggio ed entra di diritto nella “soggietà” e perciò –dice Ciccillo stesso- Gennarino da «ogge è 'n ommo!» che compie mirabili prodezze, è davvero un «guappo co’le ciappe!», leale verso gli amici anche quando questi, come Ciccillo, diventano nemici, strenui avversari contro cui battersi, sia solo per un istante o definitivamente. Se l’elemento scatenante dell’azione è l’amore, alla fine quest’ultimo trionfa, decretando il lieto fine: Gennarino e Teresina coroneranno il loro sogno d’amore, come gli altri personaggi della commedia.



Edizione di riferimento
Ms. Racc. Cenerazzo C. 174.