Eduardo Minichini, Ciccio Cappuccio, a cura di Cristiana Anna Addesso


Ciccio Cappuccio ovvero Mafia e Camorra. Dramma in 4 atti (di Eduardo Minichini) - la cui edizione cartacea e digitale è in corso di pubblicazione, a cura di chi scrive - è conservato allo stato manoscritto presso la Biblioteca Nazionale di Napoli.

Protagonista del dramma è il famoso camorrista napoletano che dà titolo all’opera, Ciccio Cappuccio, il cui ricordo è ancora vivo nella memoria cittadina ed il cui profilo è oggetto della scheda qui indicata:

http://www.bibliocamorra.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=85:ciccio-cappuccio&catid=39:i-personaggi&Itemid=45
Il personaggio di Ciccio Cappuccio è posto da Minichini al centro di una duplice triangolazione.

Recuperando in parte la realtà della storia d’amore che legò Ciccio Cappuccio alla moglie di Tore ’o Schiavuttiello ’e Portacapuana, nel suo dramma Minichini crea una prima contrapposizione tra Ciccio e Tommasino «’o sorice» entrambi intenzionati a conquistare Mariuccia «a schiavuttella». La giovane, il cui primo amore è stato proprio Tommasino, sa di dover portare rispetto ed essere riconoscente verso Ciccio Cappuccio che le ha sempre assicurato la propria protezione e pertanto respinge ostinatamente le insistenti avances di Tommasino «’o sorece», pronto a confrontarsi in una tirata con Ciccio Cappuccio pur di ottenere Mariuccia. La triangolazione amorosa, com’è tipico di molti altri intrecci creati da Minichini e come sarà tipico della canzone-sceneggiata, finisce subito per declinarsi nella nota formula ‘isso, essa e ’o malamente’. Confinato a Pantelleria, Ciccio viene a sapere che Mariuccia ha ceduto a Tommasino ed organizza prontamente una immediata fuga dall’isola penitenziaria per tornare a Napoli e lavare l’onta del disonore. Nonostante Mariuccia sia stata in realtà sedotta con l’inganno dall’ ‘infame’ Tommasino (che le ha dapprima riferito della presunta morte di Ciccio Cappuccio e poi di un suo presunto tradimento) e venga da lui ora brutalmente sottomessa, il tradimento compiuto nei confronti di Ciccio Cappuccio non può ricevere alcun tipo di perdono né riabilitazione nella religione del rispetto e dell’onore. Giunto a Napoli d’improvviso, Ciccio deve piuttosto riabilitare se stesso, giustiziando Tommasino e rinnegando Mariuccia quale amante.

La seconda triangolazione, che dà ragione del sottotitolo del dramma («Mafia e Camorra»), vede Ciccio Cappuccio confrontarsi con il personaggio del mafioso Piddo in difesa di una ben più importante e superiore ‘entità’ femminile, la Camorra stessa. Minichini, in quanto drammaturgo, non offre al lettore-spettatore approfondimenti storico-antropologici sui rapporti tra la mafia siciliana e la camorra napoletana e sulla loro nascita gemellare assieme al fenomeno della ’ndrangheta calabrese.

Piuttosto, a fronte delle insistenze del mafioso Piddo che sbandiera la necessità di riformare la camorra antica («A soggità ha bisogno de riforme») fa di Ciccio Cappuccio lo strenuo difensore della ‘onorata società’ ottocentesca basata sulle parole d’ordine «onestà, coraggio e annore» un tempo incise sui coltelli dai camorristi intesi come difensori di deboli e oppressi. Ciccio Cappuccio, che si scontrerà fieramente con Piddo fino ad ucciderlo sull’isola di Pantelleria prima di evaderne per tornare a Napoli, diventa in tal modo sulle scene l’ultimo esponente di una genìa antica di (violenti) camorristi-gentiluomini, alla cui morte Minichini sapeva bene sarebbe seguita – in termini ben diversi e con implicazioni ben più gravi rispetto ai tempi di Tore ’e Criscienzo e Liborio Romano – la rapida escalation della camorra verso la politica e verso l’attuale criminalità organizzata:

Ciccio: È regulare! Addonca pe spiegarme meglio ve dico che io a parola camorra a ntengo comme a ntenneno chille che nce so state maste. A parola camorra addà significa onoratezza, core e giustizia. Vuie juorne fa parlaveve e riforme e io ve dico che non c’è da riformà nu codece fatto d’annorate e sagge superiore nuoste; ’o duvere d’o camurrista è chillo de non cummettere suverchierie, è chillo de pruteggere o debule contro o forte chille insomma antico, rispettabile e rispettato e che se compete a n’ommo onesto a tutta prova. Chesta è a camorra antica rispettabile e rispettata, chesta è a legge, chisto è o codece suio unico e assoluto. C’a riforma d’a quale se parla, se volarria passà pe coppa a talune principie  e se volarriano ammettere mmiez’a nuie gente senza core gente che pavene p’essere fatte giovanotte e chiorma, gente che non ponno purtà o cappiello aizato, gente che cummettesse abuse, forte d’e spalle e ll’ate, gente che nun rispettano né obblighe né convenienze né dovere, che scenneno nfino a fa vita comune c’o e mariuncielle e c’accrastature (Peppino fa mosse) Che… nun facite mosse quanno parlo io… e che accidono a n’ommo pe na pezza. E chiste sarriano e camorriste da riforma? No! A camorra  adda essere chella antica chella d’e pate nuoste, e quale tenevano scritto nfaccia a sfarziglia: “Onestà, coraggio e annore”. Chisto è o parere mio e nfino a che more, ste tre parole se leggerranno nfaccia o curtiello mio (pausa).
(Atto I, scena 4, trascrizione diplomatica)

Edizioni a stampa

(nessuna: l’edizione del copione inedito e manoscritto è in corso di stampa).

Rappresentazioni

Napoli, Teatro Nuovo, 3 febbraio 1902 (ma anche 12 marzo e 20 aprile), Compagnia di Gennaro Pantalena.