Eduardo Minichini, La fondazione della camorra, a cura di Cristiana Anna Addesso


La fondazione della camorra. Dramma in un Prologo e 6 atti (di Eduardo Minichini), la cui edizione cartacea e digitale è in corso di pubblicazione, a cura di chi scrive, è conservato allo stato manoscritto presso la Biblioteca Nazionale di Napoli e presso la Biblioteca Teatrale del Burcardo (Roma).

Con questo dramma Minichini mette in scena una delle (leggendarie) versioni sull’istituzione della camorra a Napoli, legata al nome di tale Raimondo Gamur (da cui camorra), malvivente spagnolo che, rinchiuso nelle carceri di Castel Capuano, a metà Seicento avrebbe ‘importato’ la camorra a Napoli fondandovi la prima setta carceraria assieme ai suoi compagni di cella (l’aneddoto è riportato da V. Paliotti, Storia della camorra, Roma, 1993 poi 2008; per questa ed altre ipotesi deonomastiche sulla parola ‘camorra’ cfr. il puntale F. Montuori, Lessico e camorra. Storia della parola, proposte etimologiche e termini del gergo ottocentesco, Napoli, Fridericiana Editrice Universitaria, 2008).

Minichini pone quindi tra i personaggi principali ‘Camurro’, affidandogli il ruolo di fondatore della setta camorristica napoletana al tempo della rivoluzione partenopea del 1799, un salto cronologico quasi certamente dovuto alla lettura di un passaggio de La camorra. Notizie storiche raccolte e documentate di Marc Monnier.

Il prologo del dramma è dunque ambientato in un carcere napoletano (forse la Vicaria), dove l’omertoso Camurro ha gioco facile nell’insegnare ai compagni di cella (Tore, Ntuono, Ciccio ed Alfonso) il proprio ambiguo ventaglio di valori. Sorto un diverbio tra Tore e Alfonso, in occasione della visita di Luisella – sorella di Tore – Camurro (ergendosi a difensore della donna) spiega loro cosa significa ‘essere camorristi’ e ‘fare camorra’, proponendo un doppio giuramento sui simboli antitetici del Crocifisso e del pugnale :

Camurro             Vile!.. (azione di Alfonso) Vile… mille volte vile! Un uomo che alza le mani su di una donna è un miserabile, è l’uomo più sozzo della terra! E tu questo sei… sì… sozzo e miserabile!

[...]

Camurro             Noi altri Spagnuoli chiamiamo camorra la società, nella quale vi sono tutti uomini di coraggio che debbono difendere i deboli, le fanciulle, punire chi commette abusi, chi opprime il popolo povero, chi calpesta l’onestà, disonora le fanciulle. Ora io vengo a Napoli per impiantare questa società. Ditemi, volete voi tutti far parte della camorra?

Tutti                  Sì… sì!!

Camurro             Sì!!

Ciccio                 Ma che nce vò per essere cammurrista?

Camurro             Bisogna aver cuore, anzi tutto. Bisogna essere onesti e leali. Il cammorrista che abusasse di tal nome per commettere soprusi o per disonorare, sarà espulso dalla onorata società non solo, ma perde la vita. Adesso se volete, giurate su questo crocifisso, simbolo della fede, e su questo pugnale, simbolo della forza, fedeltà e coraggio! (li mette a terra)

Tutti                    Lo giuriamo…

(Prologo, scena 3)

I sei atti intrecciano le azioni di Camurro e dei primi affiliati con le vicende di Pasquale Caccaviello, padre di famiglia senza lavoro ed ammalato, che sta per essere sfrattato di casa per morosità assieme alla moglie Maria e alla figlioletta dall’infame camorrista Alfonso Maietta, personaggio già incontrato nel Prologo. Quest’ultimo, approfittando del fatto che Pasquale si arruola volontario per guadagnare un po’ di denaro, convince Maria a sposarlo. Il brutale sistema di valori su cui si basa l’umanità descritta da Minichini ha modo di rivelarsi con il ritorno di Pasquale dal fronte: compreso il tradimento di Maria, uccide barbaramente entrambi gli amanti, giustificando il suo insano gesto con un «s’’o mmeretava!» (Atto II, scena 5). Trascorre vent’anni in carcere, durante i quali si affilia alla setta di Camurro e diventa ‘capo di società’. In occasione del tentato omicidio di Pasquale da parte di Ciccio, il fratello di Alfonso Maietta, Camurro biasima la condotta dei compagni di cella, pronti ad assalire un uomo senza armi ed offre un ulteriore definizione del ‘camorrista d’onore’:

Camurro             Fermatevi… Infami… assassini che non siete altri! E voi vi chiamate cammoristi [sic]! Voi siete la feccia degli uomini!! Camorrista è colui che difende i propri diritti. È colui che a petto a petto, a cuore a cuore combatte. Camorrista è colui che è onesto… ma voi siete tante carogne… tanti miserabili… tanti briganti che non potete appartenere a questa onorata società. Date un coltello a quest’uomo di coraggio… armatelo e poi vedete se lui vi terrà fronte. Ma voi armati tanti contro uno! Andate che non siete degni di appartenere alla onorata società… banda di briganti… vili e carogne!!

(Atto III, scena 6)

Particolarmente interessante risulta il V atto, che consente di assistere alla cerimonia di iniziazione con la quale vengono promossi, rispettivamente al grado di ‘camorrista proprietario’ e di ‘picciotto’, i personaggi di Tore e di Fra Pacifico. Quest’ultimo è un monaco guappo e facinoroso che, come indica il suo antifrastico soprannome ‘Fra Manisco’, sa al tempo stesso distribuire il pane dell’elemosina ma anche far roteare il «mazzariello», ovvero il manganello che nasconde sotto il saio, non risparmiando randellate a quanti pungano il suo orgoglio, opprimano le donne o offendando il suo semplice senso di giustizia ‘provvidenzial-popolare’. L’ingresso nella camorra e la condivisione dei valori su cui si basa appaiono paradossalmente opportuni nella sua ottica, ma il senso di questo personaggio nell’economia del dramma di Minichini va rintracciato nella necessità da parte dell’autore di assicurare al dramma un saltuario controcanto comico. L’iniziazione di Fra Pacifico-Manisco è infatti condita da gustosi ‘a parte’ e lazzi.

Il rito di iniziazione (V atto) si svolge in un sotterraneo rischiarato dalla luce di una lampada e arredato – come indica la didascalia di apertura – con un tavolo su cui figurano due pugnali, un teschio, un crocifisso, candelieri, un libro, un bacile e una tovaglia. Vi si trovano riuniti i soci fondatori della setta napoletana alla presenza del Capo supremo Camurro. L’avanzamento di grado da camorrista a camorrista proprietario, per Tore, prevede una prova di coraggio (un colpo di pistola a salve in pieno petto, sparato da Camurro), il salasso rituale ed il giuramento col sangue. L’ingresso in società del «nuovo ascritto» Fra Pacifico (che non manca di ironizzare sulla ‘promozione’ di Tore sottolineando ‘a parte’ «È stato fatto Ministro!») prevede invece un cerimoniale diverso. La prova di coraggio consiste nel dimostrare abilità a sottrarre una moneta (una piastra) dal tavolo evitando di farsi infilzare la mano dagli altri presenti pronti a colpire con i coltelli (si tratta di un gioco di destrezza descritto anche da Monnier), quindi il salasso rituale, il giuramento di fedeltà alla società ed al Capo supremo, l’impegno a versare il proprio sangue per difendere il Capo stesso o «per opprimere chi vuol schiacciare il povero», quindi l’illustrazione da parte del «cuntaiuolo» Leopoldo delle «cariche della società», della sua gerarchia piramidale:

Leopoldo           C’’o permesso d’’o Capo, ’o sotto Capo… io in qualità di contaiuolo, vaco spieganno. Dint’’a la nobile ed onorata società nosta, nce stà ’o Capo Supremo, ’o Cape ’e sucietà, ’o sotto capo, ’o cuntaiuolo. Po’ vene Cammurrista pruprietario, cammurrista, Picciuotto ’e sgarra, tammurro, picciutto ’e iurnata, e giuvinotto annurato.

Il contrasto onore-infamità che fa sempre da leitmotiv nei drammi di Minichini e della Compagnia di Federico Stella, latente anche ne La fondazione della camorra, si palesa negli ultimi due atti con il ritorno in scena, durante la riunione sotterranea dei camorristi, del capo di società Pasquale Caccaviello, pronto a difendersi dall’accusa di non essere degno di appartenere alla società in quanto assassino del camorrista Alfonso Maietta, ma soprattutto intenzionato a difendere l’onore della figlia Filomena, sedotta per vendetta dal giovane Ciccillo Maietta.

L’istanza moralizzatrice che la Compagnia Stella perseguiva con la messa in scena di tali drammi camorristici, connessa al trionfo della Virtù e del Bene sul Vizio e sul Male, si concretizzano allora nell’ultimo atto del dramma, quando Pasquale, moribondo a seguito dello scontro con gli ‘infami’ Ciccio e Ciccillo Maietta, subisce un ulteriore assalto nella propria camera da letto da parte dei due, intenzionati a finirlo dando fuoco alla casa. Ciccio e Ciccillo percorreranno nel finale le due diverse strade della redenzione e della perdizione: se il giovane Ciccillo viene scosso dalle parole della giovane Filomena che, segnando il trionfo del Bene nella forma del perdono, implora Pacifico di non uccidere il padre di sua figlia («Che sento! Tu si chella che me salve? Embè, io saparraggio ’o duvere mio, e de fà l’ommo onesto… se io so’ degno d’’o bene tuio, io te sposo»), Ciccio al contrario maledice la scelta del nipote («Carogna!»), perseverando in una condotta infame cui pone fine non Pasquale Caccaviello, ma Fra Pacifico precipitandolo dalla finestra nel nome di S. Francesco, di cui veste il saio, in una paradossale, caotica e si direbbe quasi blasfema mescolanza di sacro e profano, giustizia terrena e divina:

Pasquale            Che! Tu risarcisci l’onore perduto di mia figlia col sposarla… Ebbene abbracciatevi ed io vi perdono…

I due                 (si abbracciano)

Pacifico              Evviva! (Ciccio c.s. minaccia Ciccillo. Fra Pacifico lo afferra e lo precipita dalla finestra) Ccà ’o tenevo!! (mostra la gola)

Tutti                  Ch’’e fatto?!

Pacifico              Niente! San Francisco ha fatto ’o miracolo!

 

 

Edizioni a stampa

(nessuna: l’edizione del copione inedito e manoscritto è in corso di stampa)

 

Rappresentazioni

Teatro San Ferdinando, 18 ottobre 1899 (Compagnia di Federico Stella) con repliche fino al 15 novembre.  Le rappresentazioni furono ‘sospese’ dal 10 al 13 novembre su disposizione dell’autorità prefettizia, come si apprende sia dalle segnalazioni giornalistiche che da un documento originale dell’Archivio di Stato di Napoli. Principali motivazioni del divieto furono alcune scurrilità gratuite poste in bocca al personaggio di Fra Pacifico-Manisco e soprattutto la presenza, tra il numeroso pubblico in sala, di molti «pregiudicati e affiliati alla mala vita».

Il dramma è segnalato sia sul «Roma» che sul «Mattino».

Tra le recensioni disponibili, si veda quella di Gaspare Di Martino sul «Proscenio» del 20 ottobre 1899.