Fortunato Calvino, Lontana la città, a cura di Annalisa Castellitti


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madre luna«Sono alte queste mura, non le vediamo ma ci stanno. E il silenzio, questo silenzio fa paura»: con queste parole prende avvio la vicenda della protagonista di Lontana la città, un testo scritto e portato in scena da Fortunato Calvino nel 2008 al Nuovo Teatro Nuovo di Napoli. La pièce nasce dalla volontà di descrivere un mondo complesso e contraddittorio: «in questo testo – racconta lo stesso autore – ho utilizzato un linguaggio onirico e surreale, con uno sguardo costante allo stile del teatro di tradizione che, unitamente all’attenzione per la cruda e pregnante attualità e le tematiche sociali, ha sempre rappresentato l’elemento primario della mia scrittura teatrale».

Il primo dettaglio che viene fornito al lettore/spettatore riguarda l’ambientazione del dramma. Si tratta dell’interno di una lavanderia situata in un quartiere popolare di Napoli, gestita con grande sacrificio da una donna di nome Rosaria. Dal negozio si accede ad altre due camere, usate come alloggio nell’orario di chiusura. Un luogo simbolico e occupato da pochi elementi scenici, dunque, si contrappone ad uno spazio reale e folkloristico, quello del vicolo popolato da un coro indistinto di voci. A fungere da ponte spazio-temporale tra il microcosmo/lavanderia e il macrocosmo/città è, sin dall’inizio, la presenza in scena del triangolo femminile composto dalla stessa Rosaria (una donna adulta con i segni di un’antica bellezza che la rendono ancora piacente e sensuale), la sua giovane figlia Anna e Carmela (la spacciatrice del vicolo soprannominata “Mammina”) che irrompe di continuo nella lavanderia per nascondersi dalla polizia. Dal loro dialogo iniziale scaturisce il ritratto di un quartiere in preda al panico:

 

CARMELA         Scusate il fastidio signora Rosaria! Avete sentito i colpi di pistola stanotte?

ROSARIA          Abbiamo sentito.

CARMELA               Avete sentito come sparpetiàva la ’ntèrra isso sulo? Povero giovane. Comme sì ’a
signora in nero avesse stìso dint’ò vicolo ’o manto suojo. Cinque minuti ’e silenzio
ca so’ parùte n’eternità! Doppo nun s’è capito cchiù niente, polizia ’a tutte parte,
gente che scendeva de vicoli, e pò ’a mamma ’e chillu giovane, ca se astregnùto
’o figlio ’mpiètto asciuttànno ’o sango cu ’a vesta soja. L’hanno dovuta trascinarla
via cu ’a forza. Che strazio, povera femmèna. E chi ha potuto cchiù durmi. Non
ho più chiuso occhio. Accusì stammatìna ’e sette avevo già pulito casa. Aggio visto
che pure voi vi siete affacciata, avete fatto bene!

ROSARIA          Anna ci sono delle lenzuola a nome Cirillo? Prendile.

CARMELA          (si affaccia sulla strada) Ne approfitto, ’a via è libera.

(Teatro, pp. 248-249)

 

Con l’uscita di Carmela la scena si restringe ad un acceso litigio familiare, che vede contrapporsi due punti di vista: quello premuroso e materno di Rosaria, la quale è preoccupata per il futuro della figlia, e quello indisciplinato e libertino di Anna che ha deciso di frequentare i figli dei malavitosi. Da un lato il mondo del duro lavoro, dall’altro quello del divertimento illecito. Due mondi lontani come lontana appare la città, il vivere civile, agli occhi di Rosaria che in preda all’angoscia non esce mai dal suo negozio:

 

ANNA                  Sono giovani come me.

ROSARIA             No. Sono figli di gente malamente, sono pericolosi.

ANNA                  Tutto questo pericolo non lo vedo.

ROSARIA             Non lo vedi, eh? Mi ammazzo di lavoro per cosa? Per vedere mia figlia che
frequenta la stessa gente che vive sulle nostre spalle.

ANNA                  Quelli che conosco io, tengono i negozi.

ROSARIA             Ah sì, i negozi! Estorti a chi ci lavorava onestamente da anni.

[…]

ANNA                 Intanto fanno la bella vita e si divertono, sono i primi ad avere l’ultimo modello
di cellulare o di automobile. Io per comprarmi un vestito devo sudare un mese.

ROSARIA            Pensi che fanno bene?

ANNA                 La vita è breve, mamma. È umiliante vedere che gli altri se la godono mentre tu
rimani al palo.

ROSARIA            Questa è gente che da un giorno all’altro o finisce in galera o sparata, li vuoi
imitare? Non ci riusciresti ad essere come loro…

ANNA                Già, per noi la vita significa altro… se questa la chiami vita!

(Teatro, pp. 249-250)


Il dialogo successivo si svolge tra Rosaria e il marito Gaetano, il quale a causa di un’ischemia cerebrale è da circa due anni un vegetale su una sedia a rotelle. Attraverso una serie di flashback il lettore/spettatore viene a conoscenza della storia di questa coppia: «gli anni passano, la vita è come il mare, lo vedi calmo poi d’improvviso un temporale, la burrasca». La protagonista ha due figli, il maschio è riuscito ad allontanarsi dal quartiere trovando una sistemazione lavorativa al nord mentre Anna l’aiuta nella gestione della lavanderia. Il marito è un ex operaio dell’Ilva di Bagnoli, ma messo in prepensionamento si trova senza lavoro e l’impossibilità di riuscire ad iniziare una nuova attività lo ha fatto precipitare in uno stato di profonda depressione. E, così, di fronte al degrado esistenziale non resta altro che il ricordo felice di una vita vissuta insieme che, purtroppo, non sarà mai più come prima:

 

ROSARIA       La vita è un viaggio impervio. Restano le ferite, insanabili. Fino all’ultimo attimo di
vita sono lì, a ricordarti che quel vuoto che hai dentro, che ti ha tormentato nelle
giornate di solitudine, che ti sei trascinato dietro ovunque, è il dolore per chi vedi
andarsene, consumarsi fra le tue braccia, e tu lì ad assistere impotente alla sua
fine.

(Teatro, p. 278)

 

lontana la cittàLa padrona di casa cerca di darsi da fare per portare avanti la famiglia e superare le difficoltà economiche del negozio, aggravate dal fatto che tra i suoi clienti ci sono anche le famiglie dei camorristi del luogo che non pagano il conto da anni. E la situazione familiare tende ulteriormente a complicarsi quando Anna si dimostra intenzionata a sposare, contro la volontà della madre, Alessio il figlio di don Ciro, il boss della zona che frequenta spesso la lavanderia con lo scopo di riuscire a possedere Rosaria attraverso un insistente corteggiamento che si concretizza con il tempo in vere e proprie minacce.

In Lontana la città la figura di don Ciro, a differenza del giovane boss che compare in Adelaide, presenta tutti i tratti caratteristici del capo maturo, astuto e senza scrupoli, istruito e circondato dalla schiera dei suoi guagliùne:

CARMELA           […] chille ha studiato eh! T’arravoglia con i suoi modi gentili ma la sostanza non
cambia, si te vò scamazzà lo fa senza troppi complimenti […].

(Teatro, p. 275)

 

Se il boss riesce sempre a farsi rispettare dalla persone del quartiere, che in cambio della cosiddetta “protezione” hanno scelto di rifugiarsi dietro il muro (in)visibile dell’indifferenza, al contrario Rosaria, nonostante qualche momento di debolezza, lo rifiuta costantemente mostrandosi come «na femmena ca sape affruntà ’a vita», anche se in fondo è una donna sola ed afflitta dal senso di estraneità che pervade il suo quartiere:

 

ROSARIA           Sono stanca Anna, stanca soprattutto di questa vita. Ma perché, perché devo
vivere giorno per giorno con l’angoscia che uno di questi una mattina si sveglia e
ti chieda di più, loro la chiamano la protezione! E tutti zitti, tutti morti dentro così
non si va da nessuna parte […].

(Teatro,  pp. 277-278)

 

Il rapporto tra la protagonista e la sua città «vicina eppure lontana», che fa da sfondo all’intera rappresentazione, si capovolgerà definitivamente nel finale. Sospesa tra passato e presente, tra sogni e realtà, tra desiderio e rassegnazione, Rosaria decide di reagire contro gli sguardi silenziosi della gente che la circonda per dare voce al suo isolamento. Per questo corre il rischio di consigliare a Rita, una ragazza madre, di lasciare il compagno, appartenente alla malavita, che la maltratta sia fisicamente che moralmente; poi chiede a Carmela di smetterla di portare scompiglio nel suo negozio con la sua falsa devozione e i suoi strani racconti su Santa Patrizia; ed infine decide di chiedere a don Ciro di pagare il suo conto. E questo conto verrà saldato dagli scagnozzi del boss, ma con la violenza e il sangue. Stavolta, però, Rosaria non resterà in silenzio di fronte ad una realtà dalla quale non basta fuggire per sentirsi liberi, perché «è anche colpa nostra se accadono certe cose, accettiamo tutto senza reagire e ci abituiamo a subire». Dopo l’assalto degli estorsori, la protagonista chiede alla figlia di accendere tutte le luci del negozio, prende il telefono e compone un numero. Le sue parole racchiudono un messaggio di speranza e di ribellione:

 

ROSARIA Anna le luci!

ANNA                 A che serve, me lo spieghi? (si allontana)

ROSARIA            A che serve? Mo’ serve! Pecchè vene pure ’a nuje tutto stù silenzio! Accendi
accendi tutt’è luce, appiccià tutto ccòse!

(Teatro, p. 286)



Edizione di riferimento

F. CALVINO, Teatro, Napoli, Guida Editore, 2007.


Rappresentazioni

Debutto: Napoli, Nuovo Teatro Nuovo, 23 aprile 2008. Produzione: Metastudio89. Regia: Fortunato Calvino. Interpreti: Roberta Serrano, Loredana Simioli, Massimiliano Rossi, Gioia Miale, Alessandro Poggiali, Stefano Siviero. Musiche: Paolo Coletta. Scene: Paolo Foti. Costumi: Annamaria Morelli.