Fortunato Calvino, Donne di potere, a cura di Angela Di Maso


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madre lunaLa violenza, il rifiuto della ragione e della tolleranza, gli istinti più brutali e disumani, la camorra, l’usura, la pedofilia, questo è “Donne di potere”, dramma in due atti di Fortunato Calvino, drammaturgo e regista, da sempre, dagli inizi della sua carriera teatrale e letteraria, attento studioso e ricercatore di quei fenomeni, divenute piaghe sociali, che ritroviamo sunti in un’unica ma esplicativa definizione: il teatro della legalità.

Un testo questo di Calvino al femminile, con una accezione del termine e cioè donne che in realtà si comportano come uomini. Sono degli uomini.

Ma della peggiore specie, poiché spietate e prive di ogni sentimentalismo tipico del gentile sesso, qui usato e messo in atto solo per ottenere consensi e favoritismi.

Protagoniste, Costanza e Assunta.

La prima, specchio di una borghesia media che arraffa ed incamera ricchezza spazzando via ogni valore; e che si annulla, si aliena in quel consumismo che alla fine la divorerà.

Assuntina invece è segnata da un’infanzia amara, nutrita di dolore e povertà, ma che riscatta con gli unici strumenti che sembra conoscere: la violenza e la sopraffazione.

Assuntina e Costanza, che all’occorrenza divengono, sdoppiandosi, come riflusso di ricordi e coscienza,  anche Madre d’Assuntina e Madre di Costanza, si incontreranno anni dopo nell’appartamento di quest’ultima, la quale cercherà disperatamente di convincere Assuntina, divenuta potente malavitosa, a non portarglielo via facendo, erroneamente leva, sui ricordi della loro infanzia; e su Claudio, divenuto poi marito di Costanza.

Costanza aveva sempre sospettato che tra suo marito ed Assuntina ci fosse una segreta e torbida relazione. Solo alla fine, sotto sua insistenza, le verrà detto da Assuntina, con calma e “normalità”, quali in realtà gli affari tristi e sporchi che teneva uniti i due.

Claudio era divenuto negli anni un importante uomo politico, implicato però in cose compromettenti. Costanza, la sua consigliera. Assuntina, colei che esaudiva i suoi desideri. Questo il triangolo.

Fra le due donne è guerra aperta.

Costanza accusa, e Assuntina, non più la bambina di un tempo che per giocare con le belle bambole dell’amichetta, lasciava che tutti le facessero del male, deridendola, diventata forte, cattiva e vendicativa, non stenta a confessare la terribile verità.

 

Assuntina           Ti ricordi ‘e “schifezze” che ce faceva fa Claudio? Chillu vizio l’hè rimasto.
Nuje l’avimme sempre accontenato. A maritèto le piacevano assaje ‘e  
creatùre, due giorni fa l’avimme purtato na piccerèlla! Duje juorne fa…

Costanza si porta le mani alla bocca soffocando un grido disperato. Buio. Fine.

 

Assuntina e Costanza sono lo specchio di una società che tutto macina e più lo schifo è evidente più lo si nasconde e confonde con atti perversi.

La lingua  di Calvino è semplice, diretta, comunicativa, senza falsi preamboli né ondate di parole e filosofismi senza senso. La sua, è  la voce del popolo, del quotidiano; e gli stessi sentimenti, sono reali perché inumani.

Donne pronte a tutto. Donne che si svendono. “Donne di potere” è un testo,  scritto nel 2004, oggi, più che mai, di grande attualità.

 



Edizione di riferimento

Fortunato Calvino, Teatro, Napoli, Alfredo Guida-Editore, 2007. pp.149-191


Rappresentazioni 

Inedito