Fortunato Calvino, Cristiana famiglia, a cura di Annalisa Castellitti


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madre lunaIn Cristiana famiglia si scontrano due opposte concezioni della vita, incarnate rispettivamente dalla vicenda esistenziale di due fratelli: Giuseppe è un ex operaio onesto ed istruito che dimostra dignità e rispetto verso gli altri, pur tuttavia è costretto a fare debiti per andare avanti nell’attesa di riottenere il suo lavoro in fabbrica; Alfredo, invece, aspira a diventare un potente boss della malavita e, per difendere il proprio prestigio, sfoggia di continuo le ricchezze accumulate davanti agli occhi dei suoi familiari. La figura dell’aspirante boss, «che non dorme, che deve stare sempre sveglio e guardarsi le spalle», si contrappone a quella di Giuseppe, legato ai valori della lealtà e del vivere civile che lo inducono a rinunciare al lusso e ai piaceri della vita mondana.

Il testo, scritto da Fortunato Calvino nel 1999 ed inserito nella sua raccolta “Teatro” (Guida, 2007), è interamente incentrato su coppie concettuali antitetiche che sottintendono una visione dualistica del mondo: da una parte il disincanto, maturato nel corso di una quotidianità difficile e piena di rinunce; dall’altra l’illusione del potere che spinge Alfredo a compiere azioni senza scrupoli, perché «si vuò cumannà nun e guardà ’nfacce a nisciùno».

Il dualismo è insito anche nello schema dei personaggi, i quali sono portavoce di pensieri contraddittori: Alfredo e Giuseppe con le proprie mogli Sonia e Sara; la sorella di questi ultimi Maria, devota a Santa Rita che considera come la sua guida spirituale; il I Giovane e il II Giovane, ovvero i ragazzi del boss ossessionati dal consumismo, ed infine la Madre nel ruolo di una mater familias “misericordiosa”. La donna, infatti, sembra proteggere ed accogliere con maggior affetto quel figlio dal comportamento accattivante ed accecato dal troppo, il “figliol prodigo” che «era morto ed è tornato in vita; era perduto, ed è stato ritrovato»[1], e non il figlio che, al contrario, è sempre stato al suo fianco senza mai trasgredire un suo comando. Questo atteggiamento materno si evince dal seguente dialogo, nel quale prevale in primis l’antinomia tra cultura e malavita, cui segue quella tra miseria e ricchezza:

 

MADRE                   Che cosa sta succedendo, che avimme fatto per meritare tutto questo?

GIUSEPPE               Si dice, che il male fatto torna al mittente.

MADRE                   Che vuoi dire? Ah, batti sempre sullo stesso tasto. Tuo fratello. Io che ci
posso fare se è venuto così lo ammazzo? Sono sua madre e nonostante
tutto per me è ancora un ragazzo. Se lavora, e non mi chiama mi 
preoccupo mi agito, sto’ male; mi tranquillizzo quando lo sento al telefono,
solo allora trovo pace.

GIUSEPPE               E già il ragazzo, ma le persone che deruba o fracassa la testa non ti fanno
pena no?

MADRE                   Mi preoccupo se lo prendono, e penso: come farà a cavarsela. Potrò
portargli una parola di conforto?

GIUSEPPE               Già ora il “ragazzo” lavora anche in trasferta. Qui l’aria per lui è diventata
irrespirabile voleva fare il boss!

[…]

MADRE                   […] Tuo fratello è stato rovinato dagli amici, tu dai libri, uno di questi
giorni li prendo e gli do fuoco! Accumulano
polvere e levène spazio,
a cheste servono!

GIUSEPPE              Servono a pensare di testa tua.

MADRE                  Ho visto! Sei andato molto lontano, operaio era pàteto e operaio sì
addiventato pure tu, mò ca nun sì cchiù operaio quaccòsa 'e fa'!

GIUSEPPEE            E che dovrei fare, seguire le tracce del fratellino?

MADRE                  Un’occasione te l’aveva data. ’Nu negozio tutto pe’ te. Non dovevi spendere
niente, ci entravi da padrone.

GIUSEPPE              Mamma, mamma! Lo sai con quali soldi era stato fatto quel negozio lo sai?
Si, tu lo sai ma fingi di non sapere. Soldi del racket, quel
negozioapparteneva ad un poveraccio che è stato costretto a
cederlo. Quel negozio serve per riciclare soldi sporchi!

(Teatro, pp. 196-197)


A differenza delle altre opere edite e messe in scena da Calvino, Cristiana famiglia si presenta subito, a cominciare dal titolo, come una rappresentazione corale di respiro religioso e con una forte connotazione socio-economica e politica, in cui più voci si scontrano apertamente fino a congiungersi nella consapevolezza che «nella vita si fanno delle scelte». La massima filosofica, d’ispirazione kierkegaardiana, racchiude un messaggio di notevole spessore etico. Le privazioni rendono debole e colpevole anche la persona più restia al male, come avviene nel caso di Sara: «Mi sento soffocare da questa precarietà e intanto il tempo passa e ti accorgi che non stai vivendo. Ho bisogno di sentirmi utile».

Tuttavia bisogna continuare ad avere fede, come dimostra il personaggio di Maria, la quale, afflitta per la perdita della sua bambina, il cui nome si aggiunge all’elenco delle vittime innocenti della camorra, in alcuni momenti di delirio giunge perfino ad invocare la propria morte. A fare da filo conduttore del dramma è proprio la presenza costante ma silenziosa del personaggio di Santa Rita (la “Santa degli impossibili”), allo stesso tempo immaginario e reale, che compare esclusivamente durante gli intensi soliloqui di Maria, in qualità di confidente dei suoi dolori:

 

MARIA              Allora? Voglio sapè chi è stato. Devo sapere. Per trovare pace non vendetta. 
Anna sta bene? È diventata un angioletto? Perché non mi porti con te?
Guardali, guarda in che famiglia devo vivere. Mangiano allo stesso tavolo ma
ognuno disprezza l’altro. Portami con te. Liberi me e loro di un peso. Hai
ragione, non devo parlare così. Sono disperata. Tu soltanto puoi aiutarmi, chi
ha armato la mano di quell’assassino, chi?

(Teatro, p. 238)

 

Un altro aspetto interessante del testo, che non va sottovalutato, riguarda l’onomastica. Va notato, pertanto, che il criterio seguito dall’autore nella scelta dei nomi propri riconduce, esplicitamente, all’aggettivo usato nel titolo. Sono, dunque, di matrice biblica e cristiana i nomi dei personaggi Giuseppe e Maria, Anna e Sara, nonché Rita e Sonia. A questi si affianca quello di Alfredo, nome storico di affermazione più recente, assegnato d’altronde ad una figura esemplificativa di una generazione che vede il sorgere di un predominante sistema mediatico.

Sullo sfondo di un fitto intreccio di tematiche di grande interesse ed attualità si colloca l’arrivo della guerra, che in questo contesto assume un duplice significato: concreto e simbolico. E durante un “sacro” pranzo domenicale, mentre aumentano le scene di bombardamenti trasmesse da più televisori disposti in successione all’interno dell’appartamento napoletano in cui si svolge la vicenda, una cruda verità capovolgerà all’improvviso i rapporti tra i componenti della famiglia, ognuno a suo modo macchiato da un grave colpa: quella dell’incomunicabilità. E, così, tra l’indifferenza verso ciò che accade intorno a loro, i personaggi verranno colpiti da un finale inaspettato.



Edizione di riferimento

F. CALVINO, Teatro, Napoli, Guida Editore, 2007, pp. 193-243.

Rappresentazioni

Inedito.

 

 

 

 

 


 

[1] Vangelo di Luca, 15:31-32.