Angela Di Maso, L'Acquario, a cura di Cristiana Anna Addesso


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Una casa «in stato di abbandono» con pochi mobili ricoperti da lenzuola, collocata in una qualsiasi località del Sud Italia, è il luogo di incontro ideale per una coppia di amanti ritrovatisi a distanza di anni. è la Donna, custode dei ricordi e delle chiavi di casa, ad aver richiamato a sé l'Uomo per il tramite di una telefonata e di una lettera, da aprirsi unicamente in sua presenza al momento dell'incontro. Opposti e lontani, come gli estremi della tavola attorno alla quale sono seduti, i due scambiano poche battute essenziali, volte a ricreare a tratti l'intimità di un tempo e a confrontarsi con il nuovo stato delle cose: la Donna è sola, apparentemente libera ma prigioniera di ambigui ricordi, indisponibile ad accontentarsi di qualcun altro, tenace nella sua fedeltà all'Uomo che è ormai sposato ed in attesa di prole. 

Anonimato e indeterminatezza, scenografia minimale, ambientazione generica, dialogo scarnificato, sotterraneo trattenuto erotismo, sono volti nell'atto unico di Angela Di Maso a calare e celare −  nell'apparente grigiore della contemporaneità e in un dramma che si colora improvvisamente delle fosche tinte camorristiche − i crimini più nefandi della tragedia classica, la cui catarsi è topicamente legata all'elemento acqueo.

Amanti e fratelli, figli di genitori «potenti, temuti, odiati» (un sequestratore e una trafficante d'organi), l'Uomo e la Donna hanno disonorato la "famiglia" con l'incesto e sono stati divisi loro malgrado. Tuttavia, i genitori hanno pagato il male perpetrato ai figli e alla società per mano della stessa Donna che ha ottenuto dal clan rivale la possibilità di giustiziarli calandoli vivi nell'acido («Vedevo le bolle che l’acido formava sui loro corpi nudi che a contatto con l’aria si rompevano al punto da spaccargli la pelle e… quelle grida… Celestiali»). Una vendetta che non riguarda, tuttavia, solo un amore ostacolato - per quanto incestuoso - ma si colora di tinte più fosche e cruente. I clan camorristi scelgono dei simboli che li rappresentino - ricorda la Donna all'Uomo - per dimostrare icasticamente « il potere acquisito sul territorio, la loro forza, la loro violenza, il loro cannibalismo nel nutrirsi del sangue degli altri»; il simbolo della loro casa era un acquario con «dei pesci strani... brutti... mai visti prima...», lo stesso sul quale la Donna farà galleggiare la foto di un bambino che l'Uomo lascia cadere inorridito a terra.



Edizione di riferimento

Testo inedito, gentilmente concesso dall'autrice.


Rappresentazioni
L'Acquario è stato rappresentato al Teatro Belli di Roma, stagione 2010-2011, con Pio Stellaccio e Nicoletta La Terra, per la regia di Jacopo Bezzi