Antonio Capuano, Vito e gli altri, a cura di Armando Rotondi


pianese nunzio

Nella notte di Capodanno il dodicenne Vito perde tutta la sua famiglia: suo padre uccide la madre e suo fratello, decidendo di risparmialo e poi di costituirsi alla polizia. Il ragazzo va a vivere dalla zia Rosetta e dal  marito, un fabbricante di fuochi d’artificio. Per tirare avanti Rosetta è costretta a spacciare servendosi della figlia e di Vito, il quale spende le sue giornata rubando e prostituendosi, finché non viene arrestato mentre sta consegnando una partita di droga. In riformatorio, durante i sette mesi di reclusione, viene abusato dai compagni di cella più grandi di lui. Scarcerato per l’illegittimità del suo arresto (avendo solo dodici anni), Vito si sente immune davanti alla legge e più sicuro di sé, sebbene viva incubi notturni che riguardano le sevizie subite. Per Vito il destino sembra segnato. Continua la sua educazione criminale che lo portano a diventare un giovane sicario della camorra.

Vito e gli altri segna il mirabile esordio alla regia dello scenografo Antonio Capuano e, allo stesso tempo, la nascita del “Nuovo Cinema Napoletano”, che vede tra le sue fila autori come Martone e Corsicato. La pellicola di Capuano presenta una realtà difficile, squallida, un’infanzia rubata e un futuro inesorabile per i ragazzi delle periferie e delle zone povere di Napoli che sembrano destinati ad essere assoldati dalla camorra e ad intraprendere la carriera criminale. Ma nonostante questa descrizione nuda e cruda, con tutte le premesse per un film (neo)realistico, Capuano opta per uno stile e una narrazione antinaturalistica in cui, ai momenti della vita del giovane Vito, vengono intercalati spezzoni di programmi televisivi come Beautiful o Dallas. Nota bene l’anonimo recensore del “Centro Nazionale di Documentazione e Analisi per l’Infanzia e l’Adolescenza” quando afferma: “Capuano, in effetti, mostrandoci la carneficina compiuta dal padre di Vito senza fornire alcuna spiegazione, nessuna causa che motivi un gesto così eclatante, fin dalla prima inquadratura si libera da qualsiasi obbligo narrativo verso il pubblico, rinuncia a una raffigurazione tradizionale, iniziando ad accumulare – apparentemente senza un ordine preciso – una serie di episodi e di testimonianze che riescono a trasmetterci il senso di smarrimento del piccolo protagonista meglio di una storia. Così, il mondo di Vito può rivelarsi in tutto il suo squallore grazie a una serie di situazioni che scandiscono la sua cruenta esistenza quotidiana: piccoli furti, scippi, liti furibonde in famiglia, momenti di solitudine o di euforia con gli amici, fughe dalla realtà attraverso sequenze oniriche che spesso si trasformano in incubi, il tutto per mezzo di una rappresentazione secca, asciutta, che risolve ogni singolo evento in inquadrature essenziali, in movimenti della macchina da presa esemplari per la capacità che hanno di sintetizzare ogni situazione con cinica imperturbabilità”.

Il regista mostra una realtà malsana in cui, ad esempio, la televisione con i suoi messaggi pubblicitari vuoti e i suoi programmi riveste un ruolo nell’educazione delle famiglie e dei giovani, ormai più importante di quello dei genitori. E così lo schermo televisivo, ma anche i videogiochi, fa capolino nella narrazione interrompendola. Ed essa viene interrotta anche da siparietti surreali, brechtiani, che vedono ragazzini seduti su una sedia e parlare allo spettatore, enunciando le sei regole fondamentali della vita: “Al succedersi degli eventi che vedono Vito coinvolto nella lotta quotidiana per una sopravvivenza che non è motivata da necessità concrete, ma dal bisogno di un consumo fine a se stesso (e che ha, per questo motivo, le caratteristiche di una corsa verso un baratro di angosciante solitudine), si alternano le confessioni o, meglio, le dichiarazioni dei ragazzini che, seduti a turno su una sedia in mezzo alla strada, di fronte alla macchina da presa parlano allo spettatore di quelli che per loro sono i veri valori, gli obbiettivi da raggiungere”. Si leggano le prime due regole: Prima cosa, chi tiene i soldi deve morire; Seconda cosa: la camorra se non la fai tu, la fanno gli altri. A queste fa inesorabilmente eco la sesta e ultima: Sesta cosa: quando hai fatto un patto, l’hai fatto e basta; se campi campi, se muori a te che te ne fotte?


Scheda tecnica

Vito e gli altri

regia di Antonio Capuano

soggetto e sceneggiatura di Antonio Capuano

con Nando Triola, Gino Apicella, Giorgio Alberti, Roberta Leighton

produzione Italia, 1991

durata 82 minuti