La camorra come 'prepotenza'
di Francesco Montuori   

   


Negli stessi anni attorno all’Unità, l’uso di camorra viene esteso per designare un modo di delinquere, diffuso tra le classi urbane napoletane e consistente nell’imporre il pagamento di una tangente su molteplici attività, sotto la minaccia di gravi ritorsioni.

In questo senso può apparire emblematica la testimonianza di Angelo Brofferio, che ne I miei tempi: memorie di A.B. (1802-1866), stampati da diversi editori tra il 1857 e il 1864, ricorda che durante il suo soggiorno napoletano un monello gli chiese la camorra sull’affitto di quindici giorni della sua camera ammobiliata; al suo rifiuto la padrona di casa si affrettò a pagare il carlino imposto e a spiegare allo “straniero” le usanze locali:

«- Qual colpa ha commessa?... e le par poco aizzare contro di me povera donna tutta quanta la camorra?

- La camorra?... che cosa diavolo avete detto?

- Non sa lei che per causa sua e di quel ragazzo dabbene sono stata a rischio di vedermi lapidata peggio che dalle vespe e dai calabroni?

- Ma, in grazia, quel ragazzo dabbene chi è?

- E non lo ha conosciuto chi è? È il camorrista.

- Che Dio mi fulmini se io so che cosa vogliate dire!

- Ma da che paese vien dunque vostra Eccellenza?... In Piemonte non c’è la camorra? A Torino non vi sono i camorristi?

- Vi accerto che queste due diaboliche parole non le ho mai udite che quest’oggi dalla vostra bocca.

- Come? A Torino non vi è nemmeno la camorra? Oh sì che sarà un bel paese Torino! Non vi si troverebbe neppure un camorrista!

- Potreste dirmi perché quel ragazzaccio volesse da me un carlino!

- Oh bella! è l’obolo della camorra che si paga dai locatori e dagli inquilini di camere arredate, di quindici in quindici giorni.

- E perché si paga quest’obolo?

- Per essere lasciati in pace.

- La camorra è dunque una befana, una maliarda, una spaventatrice del prossimo, una orrenda Megera che mette in fuga le donne, che mangia i fanciulli...

- Precisamente così: guai a chi la tocca, guai a chi non la obbedisce, guai a chi non la paga!

- Misericordia di Dio! e quel monello del carlino è un figlio della brutta bestia?...

- Sicuramente che lo è. Egli non è mandato che da un cenciajuolo, ma il cenciajuolo è sostenuto da un risajo, il quale risajo è assistito da un poliziotto, il quale poliziotto è protetto da uno scrivano d’uffizio, il quale scrivano d’uffizio è difeso da un brigadiere di gendarmeria, il quale brigadiere di gendarmeria è secondato da un giudice di tribunale, il quale giudice di tribunale gode della confidenza di un vicario capitolare, il quale vicario capitolare va molto d’accordo con un duca, il quale duca se la dice molto bene con un ministro, il quale ministro...

- Ma che: sono dunque tutti camorristi in questo paese?

- Che so io? Quello che è certo è questo, che se noi paghiamo di buona voglia l’obolo alla camorra possiamo vivere in pace; se non lo paghiamo guai a noi! Il panattiere ci dà il pane cattivo, il vino vi si guasta nella cantina, il medico non vi guarisce la febbre, il ciabattino vi rattoppa male le scarpe, il commissario vi fa la perquisizione, il prete non vi dà la benedizione, il giudice non vi fa giustizia... da che cosa dipenda questo non lo so; ma i camorristi sono tutti gli uni per gli altri, toccato uno toccati tutti, e tutti insieme ad uno per uno sono d’accordo per pelarvi. Se vi lasciate pelare colle buone amen; se non volete dare un po’ del vostro pelo per riscattare la persona vostra, allora vi pigliano la pelle, la polpa, le ossa, il sangue, la milza, il fegato, le budella e felicissima notte va in aria tutta la bottega.

- Ma non c’è l’autorità?

- C’è... ma fa parte anch’essa della camorra.

- E non c’è la giustizia?

- Oh sì che c’è... ma anch’essa è camorrista.

- Ma la forza pubblica?

- Camorra anch’essa.

- Ma la curia, la chiesa, la corte?

- Tutto camorra.

- Ma dunque sarete camorrista anche voi?

- Io no perché sono una povera donna che fa i fatti suoi e non è buona a nulla... Se fossi giovane, chi sa! ma fatto sta che la camorra come ha detto lei, è una brutta bestia che ha i denti acuti e le unghie lunghe... chi ha unghie e denti è camorrista... chi si taglia le unghie e si fa limare i denti paghi e stia zitto. Questa è la morale. Ha capito?

Io presi un carlino e mezzo, lo posi in mano alla vecchia a titolo di restituzione, la ringraziai della data lezione di storia patria, e percuotendomi la fronte esclamai: grandi ignoranti siam noi in Piemonte! nemmeno della camorra abbiamo inteso a parlare! che Beozia!».[35]

Poche pagine dopo, si trova il significato estensivo di ‘corporazione o classe organizzata di prepotenti’. Il Brofferio riceve dall’amico Ulloa il diploma che lo iscrive all’Accademia Pontaniana:

«[...] Che cosa pensi tu fare della mia persona?

- Insuperbisci: ti abbiamo fatto camorrista!

- Camorrista! Hai tu perduto il cervello? Ma bravo il mio galantuomo! sei dunque membro anche tu della gloriosa camorra che estorquisce i carlini in piazza, che mette la tassa sulle camere affittate, che suona l’arpa nei caffè, e si trasforma in tutte le sembianze per fare l’onorata sua parte dappertutto, dove si raspa, si mente, si ruba, s’inganna, si truffa e si leva con buona grazia la pelle al prossimo?

- Non bisogna confondere cose e cose, persone e persone. Delle camorre tanto qui che altrove se ne trovano di tutti i generi e di tutte le dimensioni. Vi è la camorra degli impieghi, la camorra delle professioni, la camorra dei titolati, la camorra dei cortigiani, la camorra dei diplomatici, la camorra dei ministri, ed una infinità di altre camorre che troppo lungo sarebbe numerarle. Quella a cui il tuo amico Pietro Ulloa appartiene ed ha pensato di ascriverti, è una camorra letteraria, la quale in termine più elegante, si chiama accademia di scienze, lettere ed arti.

- Ah! ho capito: tu vuoi farmi accademico.

- Sì, accademico o camorrista che vuol dire lo stesso. Credi tu di poter conseguire durevole fama nella repubblica delle lettere se non ti associ a trecento o quattrocento letterati, i quali abbiano obbligo di lodarti, incensarti, esaltarti, per essere da te alla lor volta incensati, lodati, esaltati? Se tu fossi Omero, se tu fossi Torquato, nessuna speranza di poetica fama se tu non entri in qualche accademia dove la fama si manipola, si impasta, si distribuisce, si traffica, si vende come una derrata qualunque, che prima di arrivare in piazza, passa per il ghetto degli Ebrei e lascia per istrada una tassa o piccola o grande secondo le circostanze».[36]

Di qui prenderà piede un uso strumentale e politico della parola camorra, il cui referente prototipico risiede a Napoli, ma che occasionalmente può alludere a situazioni di degenerazione sociale di qualsiasi parte d’Italia. Scriveva il Carducci:

«La povera arte italiana [...] oggi è caduta ad essere servetta umilissima e a pena tollerata di consorterie politiche e di camorre giornalistiche».[37]

  

 

 

 


[35] A. Brofferio, I miei tempi: memorie di A.B. Serie Seconda. Volume I, Milano, M. Guigoni, 1863, pp. 103-107.

[36] Ivi, pp. 243-244.

[37] Grande dizionario della lingua italiana (gdli), a cura di S. Battaglia e G. Bàrberi Squarotti, 21 voll. e 2 voll. di suppl. (a cura di E. Sanguineti), Torino, UTET, 1961-2008, s.v. camòrra § 2.