La camorra. Origini, usi, costumi e riti dell’annorata suggietà

 

Autore: Ernesto Serao
Casa editrice: Imagaenaria editore (collona Terraferma 7)
Anno: 2009 (prima edizione 1907)
Genere: Saggistica

Recensione di Annalisa Castellitti

 


La camorraPartendo dall’omicidio dei coniugi Gennaro Cuocolo e Maria Cutinelli, avvenuto il 6 giugno 1906, Ernesto Serao, all’epoca cronista de Il Mattino, scruta «il fondo limaccioso degli infimi strati sociali napoletani» con l’intento di sottolineare il ruolo delle forze dell’ordine nei confronti di quella che lo stesso autore definì «una società segreta secolare, organizzata tutta sul principio della massima circospezione, dell’assoluta diffidenza». La ricostruzione dell’assassinio del basista Cuocolo, massacrato «a colpi di mazza e di trincetto» da cinque malavitosi lungo la solitaria spiaggia Calastro a Torre del Greco, mentre altri dieci fecero da pali, e di Maria Cutinelli detta ’a Surrentina, che era a conoscenza di tutti i segreti del marito e il cui corpo fu trovato nel loro appartamento in  via Nardones a Napoli, stabilì che entrambi furono organi della malavita ma condannati a morte dal tribunale supremo della loro stessa corporazione criminale. La condanna capitale avvenne dunque «per motivazione di nfamità», nel senso di «un tradimento meditato, consumato sia verso gli interessi materiali della comunità, sia esponendo, con denunce e indiscrezioni, la società a gravi pericoli rispetto alla giustizia». Tuttavia, la conclusione cui giungerà l’autore si fonda sull’angoscioso dubbio che la città di Napoli non sarebbe stata difesa abbastanza contro i nemici della salute e gli insidiatori della vita cittadina, la quale dovrebbe essere garantita in ogni suo aspetto: quella parte della cittadinanza - spiega Serao - che non conosce bene quale smisurato intrico sotterraneo di radici e di fittoni costituisce il vigore della flora della mala vita, si illudono che l’aver isolato trenta o trentacinque camorristi e messo un altro centinaio di costoro nella impossibilità di nuocere, costituisca la liberazione totale dall’esosa combriccola. Purtroppo non è così. Le affezioni cancrenose non si eliminano asportando un solo strato delle cellule infette; per ogni lembo di tessuto che si recide, si riproducono rigogliosamente e rapidamente altri tre quattro strati. Il male si appalesa ben presto con gli identici fenomeni inquietanti, se non si ha la forza e la destrezza di eliminare il focolare infettivo, la radice che si affittisce profonda e tenace nella carne viva (p. 16). Infatti se da un lato la duplice efferata strage, «consumata dalla malavita unicamente per rinsaldare, difendere i segreti della propria casta», avrebbe prodotto il benefico effetto di sollevare i cittadini dall’incubo della tirannide della mala vita, dall’altro non ci sarebbe stato nessun mezzo per venire vittoriosamente a capo delle indagini relative al processo. Alla riflessione sulle dinamiche interne al caso Cuocolo, che sin dal primo momento per le caratteristiche dell’esecuzione e per quelle delle vittime si configurò come effetto «di una esemplare vendetta della malavita», suscitando una spiccata impressione oltre le mura di Napoli, segue uno sguardo allargato a quella che l’autore definì una «massoneria del crimine»: dalle origini alla struttura intima, dagli usi, i riti e i costumi speciali, indossati dai camorristi in modo da potersi riconoscere agevolmente tra loro, fino alle fortunose vicende della mala vita, intendendo con questo termine sia la camorra sia le sue molteplici diramazioni e dipendenze, che formano tutte un medesimo ceppo e fanno parte della «malinconica storia del popolo di questa città di perenni allegrezze». L’autore sottolinea, anzitutto, l’audace «politica di penetrazione della camorra in tutti i campi chiusi, sorvegliati dalla legge», poiché «non sarebbe una vasta e temibile società segreta se non disponesse di mezzi formidabili e allo stesso tempo insidiosi, discreti, per difendersi ed offendere», dopodiché risale alle radici del fenomeno, legato ad una tradizione cavalleresco-birbonesca, e alla sua trasformazione in camorra cittadina e poi in strumento dei movimenti elettorali, per soffermarsi infine sulla storia di figure memorabili di camorristi (come Salvatore De Crescenzo e Ciccio Cappuccio), distinguendo nettamente il campo d’azione della camorra da quello dei cosiddetti “guappi”. Di grande interesse sono anche le pagine dedicate al gergo camorristico e quelle che racchiudono numerosi aneddoti riguardanti il battesimo degli affiliati, nonché le regole che costituiscono lo statuto fondamentale della camorra basato sul concetto di “omertà”: il giuramento di non denunziare mai, nemmeno in punto di morte, un torto avuto da un confratello, di non ricorrere mai alla giustizia della società civile e, soprattutto, di sottostare passivamente alla volontà dei superiori senza rivelare ad anima viva le mosse del sodalizio. Ne consegue la divisione della società tra coloro che devono comandare, servendosi della forza brutale e dell’arroganza, e coloro che devono obbedire e porre nelle mani dei primi gran parte delle loro risorse, cui si aggiunge il tentativo di alcuni a mettersi in evidenza in qualità di guaglione ’e mala vita, che era il più alto onore al quale una persona dotata di core e curaggio potesse aspirare. Nacque così l’Annorata società, ma – aggiunge Serao – «se l’onore dei popoli è un imponderabile, l’onore dei singoli individui è anche meno di un imponderabile: è la più bislacca maschera di cui ciascuno ama coprirsi il viso a seconda delle proprie tendenze».
Sullo sfondo di uno scenario che presenta forti richiami alla società contemporanea, La camorra di Ernesto Serao fa penetrare il lettore all’interno di un «deserto popoloso, dove la virtù è un simbolo vano, poche sono le oasi, dolci, ombrose», intorno alle quali si colloca la perdizione, l’esercito organizzato della delinquenza. La mala vita è quindi nell’ambiente, «è atmosfera ed è sostanza purulenta insieme, che cementa i degenerati d’una plebe che fu secolarmente schiava». A tal proposito si riporta una delle testimonianze più toccanti forniteci dall’autore: La verità è – mi ripeteva testè un provetto e temutissimo guappo, appartenente a distinta famiglia oriunda straniera e godente un prestigio popolaresco famoso – la verità è che la camorra ha esisto sempre, esisterà sempre.