Il duello dei camorristi


Autore:
Carlo D'Addosio
Casa editrice: Stamperia del Valentino  
Anno: 2010

Genere: Documentario

Recensione di Fiorina Izzo

mafia america

L’interessante opuscolo del penalista Carlo D’Addosio, Il duello dei camorristi, fu pubblicato per la prima volta nel 1893 a Napoli per i tipi dell’Editore Lello Pierro. L’odierna edizione si apre –  prima dell’introduzione autoriale - con la prefazione del sociologo Amato Lamberti (docente alla facoltà di Sociologia dell’Ateneo Federiciano) che, in un rapido excursus, fa una sorta di storia della camorra a partire dall’attestazione nel dossier dello svizzero Marco Monnier sino al presente quando, giornalisti, scrittori, poeti e pittori affrontano il problema pur continuando a muoversi «nel solco tracciato dal Monnier». Di quella setta il cuoi fine è il male, si è sinanche indagato l’origine araba del nome, il gergo, il codice nonché l’ ”organamento interno”. Questa associazione pseudo segreta diramava i suoi tentacoli sia nel basso popolo che negli strati sociali più abbienti, tanto che si è giunti a distinguere un’alta ed una bassa camorra. La novità del volumetto del D’Addosio sta innanzitutto nel considerare il fenomeno camorra non propriamente ottocentesco: infatti egli retrodata il tutto al Seicento e in piena età aragonese. Anzi è agli Spagnuoli che bisogna additare la colpa di questo male. A dimostrazione di quanto asserito, l’autore ritiene affini lo Statuto dei camorristi napoletani e quello spagnolo della Guarduna, riportato all’interno del volume qui in esame.. Nel corso del tempo, poi, le stesse tecniche utilizzate dai camorristi (in napoletano definiti smargiassi e in spagnolo compagnoni) si sono evolute. Essa ha fatto la sua prima apparizione ufficiale nel Seicento e la riprova è nell’opera del Confuorto che in data 6 luglio 1685 riportava l’episodio della mandata in galera di alcuni smargiassi, che andavano - dice il D’Addosio - «esercitando la camorra sulle prostitute». La situazione si profilava essere difficile, in città come in provincia, dato che già in preesistevano «associazioni di malfattori », tra le quali la Compagnia degli Impeciati e quella più famosa della Morte (di cui sembrerebbe far parte il pittore Salvator Rosa). Con la Compagnia del Monopodio (di cui parla Cerventes nella sua seconda novella) la camorra ha in comune «le leggi tradizionali, l’organismo, la gerarchia, le prepotenze, le estorsioni, in specie sul gioco e perfino lo sfregio che eseguiva sia per conto proprio che per mandato» (p.9) e che era «una imitazione fedelissima e complicata della società segreta spagnola detta La Guanduna» (Ibidem), il cui statuto Toledano fu redatto nel 1420. Parola chiave di questa organizzazione è l’Onore e, legato ad esso, il Rispetto: segni proprio distintivi del guappo, del camorrista. Ritroviamo poi l’idea (ampiamente sviluppata in altri autori, anche teatrali) che tra i camorristi e i paladini di Francia (in primis Rinaldo e Orlando) non vi siano sostanziali differenze se non per le modalità di combattimento del duello, dalla pietraia alla zumpata, sino a giungere al cosiddetto “dichiara mento”, ossia la lotta col revolver. Ed è su quest’ultimo elemento che il D’Addosio si sofferma particolarmente: il duello ad arma bianca – dice- «diventa subito il monopolio, lo chantage dei camorristi che se ne servono non già per ispirito di cavalleria, a ristoro del proprio diritto conculcato, ma per dar sfogo alla loro soviercheria, a domare i loro tentativi di ribellione al loro volere». Del cosiddetto dichiaramento viene così offerta la storia (capitolo primo), la descrizione nelle sue parti (capitolo secondo) e il suo essere dal punto di vista giuridico (capitolo terzo). Lo caratterizzano essenzialmente tre elementi: l’ ‘appicceco, ‘o raggiunamento ed, infine, ‘a custione, importanti «poiché dal modo come esse si intrecciano o si aggruppano, e dall’omissione o meno di alcune di esse dipendono e discendono importanti conseguenze per lo studio giuridico del fenomeno. Se l’esame particolareggiato e minuzioso di questi tre momenti non si fa, non può venirne che confusione, quando il legislatore vuol stabilire la figura giuridica del reato». Contrariamente però al Manduca, il «modesto cultore del diritto»- come si autodefinisce il D’Addosio- non crede nel fine omicida dell’agire del camorrista né, a suo parere, si può parlare di premeditazione sia perché coloro che esplodono i colpi quasi mai vogliono uccidere e sia perché quasi mai premeditano il loro reato. Su questo punto, la narrazione dell’avvocato diventa convincente, esauriente e minuziosa nei particolari. Concludono il volume - oltre al già ricordato Statuto della onorevole compagnia La Guarduna – anche il Rapporto del questore di Bari Falzani (città dove la “mala vita”era presente, tuttavia si era registrata la vittoria delle forze dell’ordine sulla criminalità organizzata) datato 22 agosto 1890 ed indirizzato “Al procurato del Re”, e brani tratti da opere di Francesco Mastriani (Due feste al Mercato, 1876 e inedita), Giulio Caggiano (Mala vita napoletana) nonché versi di Ferdinando Russo (più volte citato nel volume ) e Raffaele Viviani rispettivamente con ‘A zumpata e ‘O canto a figliola.