Roberto Russo, La camorra sono io, a cura di Annalisa Castellitti


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camorra sono io La camorra sono io
è, nonostante tutto, «un disperato inno d’amore a questa città. Una disperazione che si cela dietro una risata grassa». Con queste parole il drammaturgo napoletano Roberto Russo sintetizza il vero significato della sua piece, strutturata sulla falsariga del teatro nel teatro. Al centro dell’azione scenica si colloca dunque la città Napoli, descritta attraverso il mosaico delle sue voci, quelle che parlano lo stesso linguaggio dell’illegalità. Questo lavoro teatrale, pubblicato nel 2007 dall’Editore Graus con prefazione di Amato Lamberti e presentazione di Giuseppe Giorgio, nasce dal proposito di analizzare la condizione attuale di Napoli – dichiara l’autore –  «da un punto di vista troppo spesso ignorato: le responsabilità che abbiamo tutti noi, componenti della società civile».

La scottante rivelazione delle responsabilità storiche, economiche, sociali e comportamentali del "ceto medio", mette così in discussione i capisaldi della storia culturale partenopea dal Seicento ad oggi, determinando il superamento dell’immagine di una città “spaccata” nettamente tra la classe intellettuale e la plebe, tra zona sana e zona del degrado, tra alta e bassa camorra, tra buoni e cattivi. In sintonia con la tesi espressa dall’autore, il quale sostiene che nessuno possa ritenersi innocente rispetto alla camorra, il professore Lamberti osserva che «siamo tutti diventati “camorristi”, pronti ad approfittare di tutte le occasioni per fare carriera e soldi, per occupare posizioni di potere e di decisione, per venire a patti con i poteri malavitosi che si nascondono dietro posizioni politiche, amministrative, istituzionali. Ma non lo riconosceremo mai. Per questo sono importanti testi teatrali come La camorra sono io: ci costringono, almeno una volta, a guardarci allo specchio».

Quello di Russo è un teatro di parola con una forte componente musicale, in cui si alternano canzoni brevi, appartenenti sia alla corrente neomelodica napoletana sia al genere americano del rap, e monologhi sull’attualità e sulla storia della città di Napoli, secondo uno stile insieme comico e sarcastico. È un teatro di riflessione che si rivolge anzitutto ai giovani attraverso un linguaggio moderno, che oscilla dal dialetto napoletano parlato a quello borghese ed italianizzato fino a quello più arcaico. È un teatro di denuncia, di critica feroce, nel quale ad essere condannata – spiega il giornalista Giuseppe Giorgio – «è la cultura napoletana, la stessa che, continuando ad esaltare il ruolo dei Pulcinella, dei poveri prodighi di espedienti, dei furbi e dei tanti Razzullo e Sarchiapone modello ventunesimo secolo, non fa altro che ribadire quanto a Napoli la norma e l’ordinamento civile siano considerati soltanto un ostacolo».

La rappresentazione si svolge in un “metaforico” e non identificato teatro, nel quale è stata organizzata una serata di beneficenza per ricordare tutti quelli che hanno preso parte alla cruenta “faida di Scampia”, il cui incasso sarà interamente devoluto non solo alle famiglie delle vittime, ma anche a quelle dei killers latitanti. Tra i presenti spiccano il I Boss, insieme alla moglie e ai propri bodyguards, e un II Boss. A questi ultimi si aggiunge un terzo personaggio che fa improvvisamente irruzione sul palco in veste di “intrattenitore”. Si tratta di un classico esponente della cosiddetta società civile napoletana, un Borghese di cultura media che, pur sembrando a prima vista lontano dalla società dei clan, rivendica inaspettatamente la propria ideale appartenenza a un modo di agire quotidiano, consortile e omertoso, tipico del Sistema camorristico:

BORGHESE                   Volevo ringraziarvi perché, stasera, mi date per la prima volta, l’opportunità di esprimervi, 
pubblicamente, tutta la mia riconoscenza e la mia solidarietà! Grazie, uomini e donne della 
camorra per fare, al posto mio, il lavoro sporco!

TUTTI                         Prego! (ridono)

BORGHESE                   Grazie! Perché, ogni giorno, posso riconoscermi insieme alla mia storia!

TUTTI                         (c.s.) Prego!

BORGHESE                   Grazie a voi posso continuare a vivere in questa città come se stessi a casa mia e dormissi,
fra due guanciali, nel lettone di mammà!

[…]

BORGHESE                   Io sono voi! E voi siete me!

[…]

I BOSS                        (al Borghese) Si spieghi meglio!

DONNA                        E prima di tutto, si presenti!

BORGHESE                  (teatrale, aprendo le braccia) Signori: la Camorra… sono io!

Il suo scopo è celebrare gli uomini della camorra in quanto suoi naturali collaboratori nella “ripresa” della Napoli di oggi. Tuttavia il suo comportamento viene scambiato dai malavitosi come una sorta di provocazione, ovvero un tentativo di addossare a loro la responsabilità del degrado della città. Inizia, così, il confronto/scontro tra i due mondi: da una parte l’uditorio composto da boss ed affiliati, dall’altro quello della borghesia che – a detta dei primi –  è in fondo parassitaria e sterile, perbenista ed ipocrita, dal momento che “predica bene e razzola male”. I dialoghi, che sono interrotti dagli interventi di un Presentatore (una specie di manichino umano vestito per metà come uomo e per metà come donna) intenzionato a raccontare la fatidica barzelletta del “Ci stanno un francese, uno spagnolo, un piemontese, e un napoletano…”, ruotano intorno ad una triste consapevolezza: «la cultura della tanto vantata “furbizia” e dell’auto indulgente “creatività”», nonché l’antica arte dell’“arrangiarsi” a sopravvivere piuttosto che a vivere, spingono i partenopei – afferma Russo – a credere «che la furbizia sia una virtù ma in realtà, gli altri, proprio quei popoli che prendiamo in giro, storicamente, sono venuti da noi, ci hanno saputo dominare e sfruttare, lasciandoci ciò che siamo oggi: un popolo che se la canta e se la suona da solo». Dall’incontro tra i due Boss e l’intruso emerge un messaggio didascalico amaro ed inquietante: «a Napoli – conclude l’autore – non esistono né oasi, né zone franche. Il mostro è dentro di noi. Viviamo ciò che in qualche modo, consapevolmente o meno, volontariamente o meno, tutti abbiamo contribuito a creare»:

BORGHESE                 …mio nonno, mio padre, mia madre, mi hanno detto che voi siete il cancro di questa 
città…

II BOSS                       Azzò! E chisto stesse d’ ‘a parta nosta!?

I BOSS                        Sssssst!!

BORGHESE                 …e, oggi, vi chiedo scusa anche a nome loro perché, la verità è che, il mostro, l’ammo   
sempe tenuto ‘a dinto! Siamo tutti cellule malate…

camorra sono io In una Napoli del malcostume si aggirano creature inquiete e disperate: i sei personaggi-tipo dell’atto unico sono ridotti a maschere stereotipate, contraddistinte dal simbolismo cromatico bianco/nero, a burattini privi di una caratterizzazione psicologica e senza un nome proprio. La narrazione, invece, riprende aneddoti tratti da fatti di cronaca realmente accaduti, tra cui la telefonata intercettata tra un capoclan (in questo caso il I Boss) e suo figlio Gaetano, che fa da leitmotiv alla storia anticipando l’agguato di camorra del finale, nel quale resterà colpito proprio il giovane figlio del I Boss. Ma un duplice colpo di scena renderà noto al lettore/spettatore l’impianto surreale e tragicomico della rappresentazione, incentrata sul connubio tra realtà e finzione, tra comicità ed amarezza:                                         

BORGHESE             Era tutto un varietà! Una simpatica trovata per intrattenere il gentile pubblico!


La Camorra sono io
non propone, pertanto, «l’immagine di una Camorra vincente, contrapposta a una società civile inerme e sconfitta poiché, nella realtà, e a gioco lungo, si è tutti perdenti», vittime e carnefici al tempo stesso di una società che si nutre di apparenze e convenzioni. Ma quale potrebbe essere la soluzione? Dall’analisi storico-sociologica condotta da Russo scaturisce, infine, il ruolo fondamentale che i giovani, a differenza dei loro padri, possono avere nella (ri)nascita sociale e morale di Napoli, rilanciando il valore universale del rispetto verso l’altro. Ed è, appunto, ai figli dei figli di questa città che l’autore dedica il suo testo.


Edizione di riferimento

Testo fornito direttamente dall’autore.

Altre edizioni

R. RUSSO, La camorra sono io, con prefazione di Amato Lamberti e presentazione di Giuseppe Giorgio, Napoli,  Graus Editore, 2007.

Rappresentazioni
Debutto: 2 Gennaio 2007, Teatro Lilly di Marano (Rassegna Teatri della Legalità). Genere: Nuova Drammaturgia; Autore: Roberto Russo; Produzione: Ente Teatro Cronaca;Regia: Agostino Chiummariello; Interpreti: Antonio Fischietti-Antoine (I Boss); Pio Del Prete (II Boss); Stefano Ariota (Presentatore); Rosalba De Girolamo (Donna del I Boss); Flavio Pagano e Paolo Palumbo (Guardie del corpo); Scene e Costumi: Elena Ricciardi; Musiche: Carlo Benedetti; Foto di scena: Davide Mercaldo.