Fortunato Calvino, Adelaide, a cura di Annalisa Castellitti


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madre luna

Dalla costante e proficua ricerca teatrale svolta da Fortunato Calvino all’interno del variopinto universo popolare partenopeo nasce nel 1997 una nuova protagonista femminile, la quale compare in scena per la prima volta l’8 febbraio 2005 quando viene ospitata al Nuovo Teatro Nuovo di Napoli. Il suo nome, che dà il titolo al testo, è Adelaide: «una prostituta già avanti con gli anni – spiega Calvino nelle note di regia – che sbarca il lunario offrendo rifugio ai malavitosi feriti dal fuoco di bande avverse». Già dalle prime battute del testo, l’autore delinea la personalità della protagonista secondo precise caratteristiche psicologiche, in modo da fissarne a priori i tratti peculiari. Adelaide è, più precisamente, una ex prostituta consapevole che il tempo ha reso visibili sul suo corpo i segni dell’età che avanza. Ma è, anzitutto, una donna dall’animo eternamente indeciso ed alquanto agitato. Abbandonata dai suoi numerosi e vecchi clienti, che hanno scelto donne più giovani di lei, il suo letto è ora giaciglio per uomini feriti ed assetati di vendetta che lei prende in cura perché sono in grado di garantirle una fonte di guadagno. Uno di questi è Genny, un giovane con il vizio delle donne che aspira a diventare il boss del quartiere, sostenuto in questa ambizione dalla fidanzata Patrizia che è, in realtà, animata dall’unico desiderio di sposare «n’òmmo ca se fa’ rispettà». Genny è ancora incensurato e di giorno lavora come carrozziere, tuttavia questa posizione socio-economica non gli basta:

 

GENNY                     Nun veco l’ora ’e turnà a casa.

ADELAIDE                 Prima ristabilisciti, poi si vedrà.

GENNY                     Chelle c’aggia fa’ io, nun me le dicere tu!

ADELAIDE                 Non io, ma i tuoi amici vogliono che tu rimanga qui fin quando le acque
non si sono calmate.

GENNY                     E quanno sarrà?

ADELAIDE                 Che ne saccio!

GENNY                     Sperammo ampréssa.

ADELAIDE                 Tiene tanta pressa e turnà a fa bum bum?

GENNY                     Me servene ’e sorde.

ADELAIDE                 A chi ’o dice! Da quando stai nel giro?

GENNY                     Nu pare d’anne, so’ ancora incensurato. Di giorno lavoro, faccio ’o
carruzziére!

ADELAIDE                Sta fatica nun te basta?

GENNY                    No, voglio addiventà uno ca conta, voglio fa’ tanti e ’chille solde ca
m’aggià accattà meza città!

 

(Teatro, pp. 65-66)

 

Filo conduttore del testo è un profondo senso di attesa che invade le mura dell’appartamento di Adelaide fino a raggiungere il suo cuore, pronto ad accogliere anime della malavita in fuga, ovvero i killer appartenenti ai clan coinvolti nelle cruente faide di camorra che funestano i Quartieri Spagnoli di Napoli. Ma dietro l’attesa, quella della libertà e del riscatto sociale, tende a celarsi la paura della morte. Ed è proprio di questa che discutono con ironia i due interlocutori:

 

GENNY                    Te miette paura ’e murì, è overo?

ADELAIDE                Pecchè tu no?

GENNY                    Murissi pe’ me!

ADELAIDE                È bello isso! Non ci tengo, grazie!

GENNY                    Adelà!

ADELAIDE                Eh?

GENNY                    Te sì maie immaginato ’o funerale tujo?

ADELAIDE                (evasiva) E comme no! Quanno nun tengo niente che fa penzo ’o
funerale
mio!

(Teatro, p. 85)

 

Ma la leggerezza del discorso tende a scemarsi di fronte all’unanime consapevolezza che esiste un unico destino, uguale per tutti e da cui nessuno può sfuggire. A dimostrarlo è il passo in cui il giovane boss, immaginando il suo funerale, rivela (in)volontariamente ad Adelaide tutta la sua fragilità, quella di un uomo la cui vita è sempre in bilico tra la luce e l’ombra, la vita e la morte:

 

GENNY                  […] Vedo a mammà ca chiagne cu tutt’è femmene d’’o vicolo. E pe tutt’’a
casa n’addore ’e cafè
ca s’ammeschia cu chelle dè cannèle! Miez’a via
na folla ’e gente. E i negozi abbassano ’e
saracinesche e miez’a stù
burdello ce stà chi murmulea.
“Nu bastardo in meno!” “Basta ca s’accìrene
fra di loro!”  “Aveva fa’ na morta peggiore!”.
Improvvisamente strille,
allucche. So ’e sore meje vestúte a lutto ca se sbattene vicino ’o tavúte.
Me
sbrunzuleàno annanze e arete. Me sento male vulesse ascì!
Po’ me dico,
ma che vaje penzanno? Che vaje ’a penzà, Genny?

(Teatro, p. 86)

 

Se nei dialoghi confidenziali tra Genny ed Adelaide, che a tratti sembra incarnare la lucidaade coscienza di quest’ultimo, il ritratto tipico del boss spietato e senza scrupoli appare con contorni più sfumati, durante lo scontro fisico e verbale con l’avvocato Alfredo, un vecchio cliente di Adelaide che è diventato cieco a causa di un incidente automobilistico ed ogni tanto ritorna a farle visita per offrirle una possibilità di cambiamento, Genny indossa invece i panni di un giovane prepotente per il quale «’e sòrde nun tenene faccia, sentimento». A tale convinzione si contrappone il punto di vista del rivale che, nonostante l’offesa arrecatagli da sua moglie, giunge addirittura a giustificare il mestiere di Adelaide, antico quanto il mondo, affermando poi che «il sentimento non ha sesso».

Il teatro di Calvino, allora, diventa non solo un’occasione di denuncia sociale, bensì va inteso come rappresentazione scenica di una serie di conflitti di natura ideologica ed etica. A confrontarsi, in questo caso, sono due classi sociali diametralmente diverse: da un lato la borghesia, i cui valori affiorano attraverso il personaggio dell’avvocato che non riesce a cogliere le ragioni del malessere di un’umanità reietta; dall’altro i ceti umili ed emarginati, costretti a nascondersi tra la folla per sfuggire a quella miseria che «te fa perdere ’o suonno». A questa schiera appartengono Genny e la giovane Patrizia, attori che agiscono sul palcoscenico di una realtà diseredata e miserabile, nella quale è facile scambiarsi a vicenda i rispettivi ruoli.

adeIl boss ostinato ed ambizioso, la prostituta in veste di «crocerossina», l’avvocato borghese e la ragazzina desiderosa di diventare la moglie di un uomo dell’onorata società condividono, anche se solo per qualche ora, lo stesso letto, quello appunto di Adelaide, che si trasfigura così in un luogo di ascolto e confronto nonché in un rifugio di solitudini incomunicabili tra di loro. Ed è infine una prigione di verità, dove si incontrano vittime e carnefici, innocenti e colpevoli al tempo stesso. Ed ecco che il lettore/spettatore si trova dinanzi ad un via vai di fantasmi immaginari che bussano di continuo alla porta di Adelaide, la quale, per scelta o per costrizione, deve compiere il suo “servizio criminale” divenendo pertanto lei stessa complice e testimone del silenzio dei malviventi, poiché in fondo non si sente «meglio ’e lloro»!

L’autore di Adelaide spinge il pubblico a riflettere sul “come” e il “perché” degli avvenimenti, per indurlo a comprendere da solo le motivazioni intrinseche alle azioni dei personaggi. E lo fa attraverso una scrittura asciutta, insieme intima e realistica, che avvalendosi del dialetto napoletano dei vicoli intende ritrarre, sulla scia del grande Raffaele Viviani, una Napoli “minore” contraddistinta da usi e costumi particolari che si tramandano di generazione in generazione. Non è, infatti, solo il binomio tematico camorra-prostituzione al centro del testo, ma un mosaico di immagini che richiamano alla memoria una tradizione storico-antropologica secolare.

Non va, senza dubbio, sottovalutato il rapporto tra fede e malavita che, in questo testo, emerge in maniera implicita attraverso la visione “cristocentrica” che fa da sfondo alla vicenda esistenziale dei due protagonisti: il boss, che da carnefice si trasformerà in agnello sacrificale, e la prostituta, la quale potrebbe essere considerata un “capro espiatorio” conteso su diversi fronti. La scena della lavanda dei piedi di Genny, il riferimento insistente alla carne bruciata ed infine il segno della croce che i due si fanno prima del finale inaspettato, sono tutti dettagli funzionali al significato latente del testo, quello che va oltre la parola, quello che oltrepassa la rappresentazione della pièce. Si tratta del significato autentico della vita, che i due personaggi comprenderanno al termine di un iter di espiazione, quando il male di vivere che prima li ha uniti finirà per separarli in maniera definitiva.
Ed avviandosi verso l'epilogo, anticipato dal verificarsi di sogni funesti, il testo porta alla luce il dissidio interiore di una donna combattuta tra il bisogno di amare e il timore di dover soffrire per sempre. Esplicativo, a tal proposito, è un breve monologo che vede la protagonista abbandonarsi ad un momento di tenerezza, laddove rivendica la propria dignità di donna macchiata da un posto di lavoro mortificante:

ADELAIDE                […] E so’ pigliassene stù posto, ca nun supporto cchiù tutte stì piatte,

stì cosce aperte, lazzariate e fracete ’e sango. E po’ ’e strille, ’a sofferenza,

basta!

(Teatro, p. 93)

Ed anche se nel corso degli anni il suo corpo è diventato come uno scrigno privo di illusioni, Adelaide è ancora capace di innamorarsi «'e tutte chille ca trasene ca dint'o», ricordandosi però che «c''o tiempo tutto se' scorda».

 

 

Edizione di riferimento

F. CALVINO, Teatro, Napoli, Guida Editore, 2007.


Rappresentazioni

Debutto: Napoli, Nuovo Teatro Nuovo, 8 febbraio 2005. Produzione: Compagnia E.T.C. diretta da Mico Galdieri. Regia: Franco Però. Interpreti: Imma Piro, Guglielmo Guidi, Roberta Serrano, Biagio Forestieri. Voce solista: Stefano Ariota. Musiche: Antonio Di Pofi. Scene: Renato Lori. Costumi: Annamaria Morelli.