I costi dell'illegalità. Camorra ed estorsioni in Campania


Autore: Giacomo Di Gennaro e Antonio La Spina
Casa editrice: Il Mulino
Anno: 2010

Genere: Indagine scientifica

Recensione di Domenico Pizzuti (pubblicata sulla rivista Aggiornamenti Sociali)


 

costi illegalità

Negli ultimi anni, al di là della letteratura romanzata, della narrativa o dell’inchiesta giornalistica, vi è stata un’ampia ripresa degli studi e delle analisi di natura sociologica, antropologica, storica, economica e organizzativa sulla camorra campana. Tuttavia finora «il fenomeno estorsivo non era stato sottoposto a una indagine scientifica che con un approccio multidimensionale, quanti-qualitativo, intrecciando competenze economiche, sociologiche e giuridiche ne scandagliasse i diversi aspetti» (p. 24). Viene perciò a colmare un vuoto di analisi la pubblicazione a nome della Fondazione Rocco Chinnici di Palermo — a cura dei sociologi Giacomo Di Gennaro dell’Università Federico II di Napoli e Antonio La Spina dell’Università di Palermo — che si caratterizza per un approccio rigoroso al fenomeno estorsivo in Campania, accompagnato non solo da dati quantitativi affidabili, ma anche da elementi qualitativi che arricchiscono le dimensioni dell’analisi e la comprensione di tratti della camorra di cui si sa ancora poco.

Nell’ambito di un programma di ricerca promosso dalla Fondazione Chinnici sui costi delle varie forme di illegalità, che ha trovato una sua prima applicazione nella ricerca sui costi dell’attività estorsiva della criminalità mafiosa in Sicilia (cfr La Spina A., I costi dell’illegalità. Mafia ed estorsioni in Sicilia, il Mulino, Bologna 2008), il volume in esame ha come scenario la Campania e l’attività estorsiva praticata dai differenti gruppi della camorra, con un affinamento delle metodologie di indagine. Oggetto della ricerca è stata tale attività in due aree ad alta intensità criminale: Napoli e provincia e Caserta e provincia. L’indagine è stata limitata a questi due distretti giudiziari sia per la più facile disponibilità del materiale, sia perché in entrambi si registra una maggiore presenza, rispetto ad altre province campane, delle forme criminali associate. L’obiettivo dell’analisi era quantificare l’impatto che le estorsioni hanno sulle imprese nelle due aree indicate, offrendo in particolare una stima del prelievo complessivo e medio di natura economica e individuando i settori merceologici più tartassati, nonché le modalità attuative delle attività estorsive.

I costi monitorati sono molteplici, poiché diverse sono le forme dell’illegalità: dalla classica criminalità organizzata di stampo camorristico alla corruzione, dalla «legalità debole» (che si riscontra in presenza di scarsa credibilità delle istituzioni pubbliche) alla criminalità comune. Tutto ciò rende molto impegnativo portare avanti una ricerca di questo tipo: «sfogliando i giornali, seguendo gli altri mezzi di comunicazione di massa, sembra che la corruzione, la legalità debole, la criminalità comune, la criminalità organizzata di stampo mafioso siano onnipervasive e — anche se contrastate dalle istituzioni ottenendo molti successi — capaci di rialzarsi ogni volta che subiscono una sconfitta» (p. 557). La presentazione e l’analisi dei risultati si avvalgono dei contributi di magistrati (Franco Roberti, procuratore della Repubblica di Salerno), di esponenti delle istituzioni (il prefetto di Napoli Alessandro Pansa), di studiosi e ricercatori dell’ambito sociologico, economico e giuridico, e dell’associazionismo antiracket (Tano Grasso, presidente della Federazione antiracket italiana).

Il volume si articola in due parti: la prima riporta i risultati della ricerca, la seconda i contributi di alcuni dei componenti del comitato scientifico della Fondazione Chinnici, che si soffermano sulle linee di intervento, «sia dal punto di vista delle istituzioni pubbliche e della politica del diritto, sia da quello degli attori del mondo economico e della società civile in genere» (p. 35).

Il tema dell’illegalità diffusa fa da sfondo a molti degli interventi presenti nel volume, tra cui quello del prefetto Pansa (pp. 63- 90), che intravede nel contesto regionale la presenza di «un humus favorevole alla sopravvivenza della camorra» (p. 68), che va al di là delle forme organizzate dell’agire mafioso e si manifesta in un insieme di pratiche, abitudini, costumi, azioni, modi di fare e comportamenti non coincidenti con il rispetto delle regole della vita collettiva. A suo avviso, un debole senso della legalità si ritrova anche nelle istituzioni amministrative locali e nel modo di fare economia da parte di molti imprenditori dell’area: «Basta citare il settore del commercio, dove gli accertamenti eseguiti dalla guardia di finanza evidenziano categorie che evadono al 95%» (p. 73).

Anche Roberti nel suo contributo sostiene che si deve al rapporto che intercorre tra la camorra e i territori in cui è insediata se l’economia locale è inquinata e annaspa, perché la criminalità organizzata si avvantaggia di una più diffusa presenza di comportamenti illegali di cui sono promotori imprenditori, commercianti, professionisti, esponenti politici, burocrati e amministratori locali, modulando le proprie attività in modo tale che siano sempre violate le leggi fiscali, amministrative, civili, penali e del lavoro. Inoltre, il rapporto della camorra con le diverse attività illecite si è rafforzato nel tempo, «grazie, soprattutto a due fattori: l’omertà delle vittime, che non denunciavano le estorsioni per paura di ritorsioni, ma anche per non richiamare l’attenzione dei pubblici poteri sulle proprie attività illecite; la diffusa tolleranza dei pubblici poteri, spinta in certi casi fino all’aperta legittimazione» (p. 44).

Dal contributo dell’economista Maurizio Lisciandra (pp. 161-185) risulta che la stima del costo medio annuo sopportato dal sistema produttivo napoletano e casertano a seguito delle estorsioni subite dagli imprenditori è di circa 950 milioni di euro l’anno. «Si ricordi che a tale cifra corrisponde il solo prelievo monetario senza considerare invece le estorsioni sottoforma di imposizioni di forniture o di manodopera» (p. 179). Una percentuale pari a quasi il 2% della ricchezza prodotta nell’area, che così viene sottratta. A Caserta un’impresa «paga» in media 10mila euro l’anno, a Napoli 8mila. Tra i settori economici presi in considerazione, quelli del commercio al dettaglio e delle costruzioni presentano una maggiore esposizione al fenomeno estorisivo, seguiti dal settore degli alberghi e ristoranti e del commercio all’ingrosso. Il settore merceologico più tartassato in assoluto è quello dello smaltimento dei rifiuti solidi e delle acque di scarico, specialmente nella provincia di Caserta.

Il campione preso in considerazione era composto da 785 casi di racket registrati nelle province di Napoli e Caserta emersi dalla consultazione di oltre 1.200 casi giudiziari tra ordinanze e sentenze, in un arco temporale di due decenni (1990-2009). Parallelamente sono state eseguite interviste strutturate a 45 magistrati, 20 testimoni privilegiati (operatori delle forze dell’ordine), 30 vittime di estorsioni (aderenti ad associazioni antiracket). Bisogna poi segnalare che 2.248 intercettazioni telefoniche e ambientali sono state analizzate con metodo del tutto innovativo, che ha validità non solo analitica ma anche giudiziaria, allo scopo di individuare e approfondire temi e relazioni tra significati lessicali che rimandano a determinate azioni, gestioni di ruoli, appartenenze a clan, riferimenti territoriali, trasmissioni di ordini, ecc.

Sinteticamente, su un piano comparativo, sembra emergere che l’attività estorsiva praticata in Campania presenti un maggior grado di differenziazione rispetto a quella praticata in Sicilia e non del tutto ascrivibile al carattere protettivo. «Tra le due polarità estreme dell’asse (predatoria/protettiva) riscontriamo una maggiore molteplicità di forme che, specie nella città di Napoli e nella sua area metropolitana, si generano per adattabilità territoriale, densità dei gruppi criminali, breve ciclo di vita di clan, basso radicamento territoriale, tipologia organizzativa del gruppo criminale. A queste diverse forme sempre più si va associando e sviluppando la tipologia estorsiva che ha carattere di “servizio truccato”, ossia imposizione di beni e servizi talora a prezzi nient’affatto vantaggiosi» (pp. 29-30).

Insieme al contributo della base empirica utilizzata nella ricerca, che consente una più accurata analisi degli effetti economici e sociali dell’attività estorsiva, il volume, specie nell’analisi sociologica di uno dei curatori, si manifesta particolarmente utile a diagnosticare peculiarità e recenti trasformazioni delle organizzazioni camorristiche, delle loro modalità operative e strutture organizzative.