Giuseppe Patroni Griffi, Cammurriata. Canti di malavita, a cura di Annalisa Castellitti


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È proprio Patroni Griffi a fornire, nella Premessa al testo a stampa, la definizione della sua ultima opera, composta nel 1983 per Leopoldo Mastelloni e rappresentata per la prima volta al Teatro Romano di Benevento: «Cammurriata è una rapsodia su temi della malavita napoletana di sempre, anche se oggi gli aspetti di costume sono mutati (ma non troppo). È soprattutto una indagine sulla lingua napoletana, basata su una ricerca alle radici di quella dura sonorità che ne è la matrice (oggi svilita dall’uso riduttivo che ne fanno gli emersi ceti cafoni che hanno occupato Napoli); basata sulla capacità di questa nostra straordinaria lingua di poter dire cose che in italiano non si sa come dire e quindi sulla riproposta dell’uso caratteristico di parole grosse, di espressioni irriverenti, ma mai blasfeme, ravvivandone la sua origine fescennina che permette al licenzioso e allo scherno di non essere mai triviali». Già il nome Cammurriata è un «titolo neologistico che l’autore ricava innescando la voce camorra (cui si riferisce la pièce per argomento), sul calco della voce dialettale “tammurriata” che indica un antico genere di cenno popolare partenopeo».[1]

Nel testo, progettato «al fine di esaltare al massimo grado le doti sceniche e le capacità trasformistiche dell’attore protagonista», sono chiari i nuclei fondamentali del teatro dell’autore. Tuttavia si tratta di un’opera particolare, estranea alla drammaturgia comica o drammatica di Patroni Griffi, dal momento che, strutturata nella forma di una rapsodia in undici quadri, «si discosta vistosamente dai precedenti drammaturgici dell'autore, presentando una serie di monologhi o brevi dialoghi in versi interpretati da personaggi appartenenti al mondo dei bassifondi napoletani, senza che esista una vicenda unificante, un’ambientazione prestabilita, un finale riassuntivo. Tecnicamente, pertanto, il testo si presenta privo di qualsivoglia tipo di didascalia, giacché l’interesse dell’autore si concentra interamente sulla ricerca linguistica e fonica della parola napoletana che, specie nell’uso di espressioni caratteristiche ed irriverenti, trova una straordinario vigore teatrale».[2]

Al centro di Cammurriata si colloca, dunque, il mondo della malavita napoletana raccontato attraverso brevi "canti" in endecasillabi, i cui titoli sono: ’O Rre, Benàres, Golgota ’e notte, Tango lento, Dduie, Kamasutra, ’A cantera d’ ’o Duemila, ’O femmenello ’nnammurato, La bisca clandestina, Piccadilly Circus e ’O spusarizio d’ ’o cammurista gregario. Il tema della camorra, che funge da filo conduttore all’opera, si snoda man mano in vari sottotemi, tenuti insieme dalla forza del linguaggio. In primis quello dell’amore tra due giovani, descritto come una sfrenata libidine, una passione carnale che travolge con violenza i protagonisti verso la perdizione. L'amore è disperazione, gelosia e possessione, ma è anche sinonimo di malinconia, memoria, dolcezza. Costante è il legame tra l'autore e la sua città natale, nonché la presenza simbolica della musica che fa da cornice all'azione scenica. A questi temi, si agganciano quelli della prostituzione, della droga, del gioco d'azzardo e della morte e per finire  il motivo dell'uocchie come strumento di espressione dei sentimenti.
Il primo quadro è ambientato in un seminterrato dove si rifugia il “re” di Poggioreale, che possiede - come egli stesso afferma - l'ironia tipica del napoletano, mentre nel finale la dimensione spaziale dell'opera si sposta a Londra. Dal palazzo reale alle prigioni, da Napoli all’Europa: l’intento è quello di tracciare l’evoluzione della vecchia camorra napoletana con le sue relative diramazioni. Su questa linea nascono i protagonisti di Cammurriata, personaggi-simbolo che agiscono all'interno di una realtà suburbana: donne, travestiti e malavitosi. Oltre ai capiclan, emblemi della camorra napoletana, si individuano: un drogato che scambia Napoli per Benàres; una donna che intende suicidarsi dopo aver perso il suo giovane amante in un agguato cammoristico e ripensa a «nu tango triste comme ’o mare», che ballarono insieme ad Amburgo; un'artista del teatro popolare che litiga con una spettatrice in prima fila, la quale amandola troppo la insegue fino sotto casa; un cuoco che seduce a modo suo l'amante, legato al mondo del malaffare, nella cucina del ristorante in cui lavora; un'operaia napoletana che, durante le sue ore di lavoro presso le toilette di Piccadilly Circus, mette a confronto i
clienti di Napoli, spesso maldestri e senza classe, con gli uomini inglesi che al contrario sembrano più educati, istruiti e raffinati. L'opera si conclude con la tragica scena corale dei festeggiamenti per il matrimonio di un camorrista, ritornando così al personaggio del primo quadro.

Di seguito si riportano lo stralcio di un'intervista a Patroni Griffi, nonché i video relativi a ’O Rre, Benàres, Tango lento, Dduie, Kamasutra, Piccadilly Circus, ’O spusarizio d’ ’o cammurista gregario.



Edizione di riferimento

G. PATRONI GRIFFI, Tutto il teatro, a cura di P. Bosisio, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1999.

 

Rappresentazioni

Debutto: Benevento, Teatro Romano, 3 settembre 1983. Regia: Giuseppe Patroni Griffi. Scene e costumi: Bonizza. Musiche: Renzo Rissone. Interprete: Leopoldo Mastelloni.

 


 


 

[1] P. BOSISIO, Introduzione, a G. PATRONI GRIFFI, Tutto il teatro, Milano, Mondadori Editore, 1999, pp. LXXIII-LXXIV.

[2] M. CAMBIAGHI, La tecnica drammaturgica di Giuseppe Patroni Griffi, in Giuseppe Patroni Griffi e il suo teatro. Settimana del Teatro 5-9 maggio 1997, a cura di A. Bentivoglio, Roma, Bulzoni Editore (Quaderni di Gargnano. I protagonisti del teatro contemporaneo, n. 7. Collana diretta da P. Bosisio), 1998, p. 254.