Il libro che la camorra non ti farebbe mai leggere


Autore:
Tom Behan
Casa editrice: Newton Compton Editori
Anno: 2009
Genere: Saggistica

Recensione di Fabrizio Coscia (pubblicata su «Il Mattino», 1 aprile 2009)


Faida«Quando si studia la camorra, spesso ci si imbatte in un argomento quasi tabù: il consenso popolare che riscuote. È una cosa che non viene mai detta apertamente, ma sta dietro ogni spiegazione». I temi choc della scuola media di Miano dove si racconta di una camorra che protegge; o la foto di Cosimo Di Lauro sui display dei telefonini di alcuni studenti di Torre Annunziata, e non solo: parte da qui, dalla constatazione della «popolarità» della camorra nei quartieri a rischio, difficile da dire e da accettare, l’analisi della criminalità organizzata condotta da Tom Behan nel saggio Il libro che la camorra non ti farebbe mai leggere (Newton Compton Editori, pagg. 284). Il titolo italiano traduce, poco felicemente, l’originale «See Naples and Die», che rende in maniera caustica il rovesciamento di un mito: Napoli da città Sirena, che seduce per la bellezza della sua natura, a luogo di morte violenta, epicentro di sangue e veleni. Behan è uno studioso inglese che si occupa da tempo dell’Italia e che ha vissuto molti anni a Napoli: il suo saggio, che risale al 2002 ed è arrivato alla terza edizione in Inghilterra, esce ora per la prima volta in Italia in un’edizione aggiornata. Nel frattempo, infatti, c’è stata quella che lo stesso Behan chiama «la madre di tutte le guerre», ovvero la faida di Secondigliano, e l’emergenza rifiuti, e soprattutto Gomorra di Roberto Saviano, un libro che col passare del tempo acquista sempre di più la sua cifra - letteraria, prima che saggistica - nella capacità non comune di rileggere e rinominare la realtà. A partire da questo nuovo sguardo, com’è noto, è derivato un intero filone editoriale che appare ormai inesauribile. Il libro di Behan è l’ultimo in ordine di tempo e ha insieme i suoi punti di forza e di debolezza nel proporsi come un saggio a uso e consumo di un pubblico straniero. Lo sguardo «esterno» di Behan è, per certi versi, didascalico: c’è poco o nulla di nuovo, per il lettore italiano, nella sua chiara e dettagliata ricostruzione storica della Camorra dalle origini a oggi, nella sua analisi dell’evoluzione del fenomeno nel dopoguerra e nel post-terremoto, del passaggio dalla «camorra di massa» di Raffaele Cutolo a quella «imprenditoriale» del clan Nuvoletta, a quella «politica» di Carmine Alfieri, e della gestione dei rifiuti tossici da parte dei Casalesi fino alla ricostruzione degli intrecci tra politica e criminalità organizzata (compreso lo scottante caso Cirillo). L’effetto, però, per niente scontato, è quello di uno specchio messoci davanti. L’enfasi posta da Behan sulla collusione e il coinvolgimento di polizia, magistratura, imprenditoria e politica con la criminalità, da un lato, e sul sostegno popolare e il silenzio omertoso degli «innocenti», dall’altro, ci restituisce infatti un ritratto di corruzione a tinte fosche che diventa la carta d’identità da esportazione di un intero Paese, ma anche di un sistema economico globale. La camorra raccontata da Behan non è altro, infine, che una metafora del capitalismo, o meglio, la conseguenza inevitabile e spietata della logica capitalistica. E quel che va sottolineato non è tanto la prospettiva utopistica della rivoluzione marxista indicata alla fine da Behan come unica alternativa allo strapotere della camorra, in un’ottica quasi terzomondista, con i suoi riferimenti ai fanoniani «dannati della terra» napoletani; bensì la fiducia dell’autore in un’anticamorra che può venire solo dal basso, dalla gente comune: una speranza che è l’altra faccia della sfiducia radicale nelle istituzioni italiane, accusate dello «svuotamento della democrazia» e per le quali «la criminalità è diventata un meccanismo essenziale per il mantenimento del potere e dei privilegi».