Sandokan. Storia di camorra


Autore:
Nanni Balestrini
Casa editrice: DeriveApprodi
Anno: 2009
Genere: Romanzo-documento

Recensione di Fabrizio Coscia (pubblicata su Il Mattino, 18 settembre 2009)


Faida«Una fenomenologia della vita al tempo della camorra». Così Roberto Saviano, nella sua prefazione, definisce il romanzo-documento Sandokan. Storia di camorra di Nanni Balestrini, tornato in libreria (DeriveApprodi, pagg. 138) dopo una vicenda giudiziaria che ne ha ostacolato a lungo la diffusione. Tra i protagonisti della neoavanguardia italiana («Gruppo 63») e della contestazione degli anni Settanta («Vogliamo tutto», «L’orda d’oro»), sperimentatore di codici e linguaggi, Balestrini ha raccontato, prima di Gomorra, la saga del male dei Bardellino e del clan dei casalesi, la loro irresistibile ascesa, dietro la quale, secondo l’autore, si cela «il volto criminale del capitalismo avanzato, assoluto». Un libro che presto diventerà un film per la Rai, con la regia di Sergio Spina, nome storico della televisione italiana (è stato, tra l’altro, l’ideatore di «Mixer»). Uscito nel 2004 per Einaudi, Sandokan (il titolo si riferisce al soprannome del boss Francesco Schiavone) ha ricevuto consensi di critica e pubblico, e la prima edizione andò esaurita in pochi mesi, diventando un cult nel Casertano, venduto persino nei supermercati. «È un dato curioso, ma comprensibile - spiega Balestrini, che inaugurerà il 22 ottobre a Napoli, nella nuova sede della Fondazione Morra di piazza Dante, una mostra di opere visive - un libraio di Aversa mi raccontò che ogni giorno arrivavano gruppi di ”muschilli” a chiedere ”il libro di Sandokan”. Ci sono state anche moltissime richieste di fotocopie, evidentemente da mandare ad amici o parenti in carcere, dal momento che i libri in prigione non si possono ricevere». Poi che cosa è successo, Balestrini? «C’è stata una querela per diffamazione da parte della moglie di Schiavone, perché il primo capitolo, dove racconto dell’arresto del marito, era stato ritenuto offensivo per lei e le figlie, dal momento che descrivevo l’uomo come un criminale. Ma io non avevo fatto altro che realizzare un collage con ritagli di articoli di giornali, ed è stato facile dimostrarlo. Nel frattempo il processo Spartacus si era concluso con la condanna di Sandokan. Ma intanto l’editore aveva sospeso, in via cautelativa, la ristampa del libro». Un libro che tra l’altro si era già attirato una richiesta di sequestro da parte dei legali di Schiavone prima ancora di essere stampato. «Sì, era uscita un’intervista, proprio al ”Mattino”, in cui anticipavo il contenuto del romanzo e gli avvocati di Sandokan chiesero che non fosse pubblicato perché poteva influenzare il processo, che allora era in corso. Ma la richiesta, anche in questo caso, fu respinta». Eppure il libro non è stato più pubblicato, neanche dopo il successo internazionale di «Gomorra». Come mai? «Forse era il destino di questo libro. Poi c’è da dire che le grandi case editrici hanno spesso un atteggiamento burocratico. Il libro si era attirato anche altre querele da parte di persone che si erano riconosciute in alcuni personaggi, e probabilmente queste cause hanno pesato nella decisione di non ristampare. Alla fine ho lasciato perdere e l’ho ripubblicato con una casa editrice che sta ristampando tutta la mia opera. D’altro canto io non sono un autore di best-seller e non mi andava nemmeno tanto di cavalcare l’onda del successo di Gomorra. Roberto è un amico, con lui mi sono anche consultato per la stesura di Sandokan. Mi ha dato dei suggerimenti». Da dov’è nato il suo interesse per la vicenda dei Bardellino e di Sandokan? «Prima di scrivere questo libro non avevo mai sentito nominare i Bardellino. Ho conosciuto per caso la storia incredibile di questo gruppo di giovani che nel giro di pochi anni hanno costruito un impero sul crimine associato alle più moderne tecniche della finanza globale. E trovavo inconcepibile che i giornali nazionali non ne parlassero, nemmeno quando c’è stato il primo grado del processo Spartacus, con decine e decine di ergastoli. Mi è parsa una storia emblematica, che mette in luce la criminalità implicita nel sistema capitalistico». Considerata anche la difficile vicenda personale di Saviano, può dire di avere qualche rimpianto per com’è andata questa vicenda editoriale? «Rimpianti no, ma non credo che si possano paragonare i due libri. Sono molto diversi come approccio e come stile. Saviano racconta delle sue esperienze personali, è un uomo di quelle terre, e ha scritto un grande reportage che in alcuni momenti diventa letteratura. Io mi sono fatto raccontare delle storie e le ho rielaborate studiando documenti di stampa e atti giudiziari».