Recinto di porci


Autore:
Andrea Simeone
Casa editrice: Pequod
Anno: 2007
Genere: Romanzo


Recensione di Fabrizio Coscia (pubblicata su
«Il Mattino», 27 dicembre 2007)



recinto di porciUn paese che si «adagia sul nulla, in una provincia a metà fra campagna coltivata e sobborgo cittadino». È questo spazio di nessuno - San Giovanni Vesuviano, nome di fantasia ricavato dall’unione di due toponimi, reali, appartenenti a un quartiere periferico di Napoli e un vicino comune della provincia - il vero protagonista di Recinto di porci (Pequod, pagg. 160) romanzo d’esordio di Andrea Simeone, giovane scrittore e fotografo napoletano folgorato, come tanti altri, sulla via di Gomorra. In questa periferia del mondo quattro amici vivono il loro comune destino di degrado e violenza come dentro un recinto, senza scampo, come maiali in un mattatoio. Ciro, Vinicio, Gaetano e Domingo: quattro modi diversi di vivere l’alienazione in una «provincia silenziosa quanto contaminata» che ti addormenta o ti ferisce a morte. Ciro, diciannove anni, una vita spericolata, è il leader del gruppo; Vinicio, dal carattere infantile e psicolabile, dorme nella stessa camera insieme ai tre fratelli e alla sorella; Gaetano ha un padre in carcere e Domingo è il cittadino trasferitosi in paese. La camorra, qui, si respira nell’aria, nei comportamenti, nei codici linguistici. Caderci sembra uno scherzo da ragazzi, quasi un modo per ammazzare il tempo. I quattro amici trovano, per caso, una cassa di armi in un terreno abbandonato. Cercare il contatto giusto per piazzare la refurtiva segna, per i quattro, il simbolico sconfinamento della zona grigia che fino ad allora avevano imprudentemente costeggiato. Comincia da qui, infatti, la collaborazione con il «Sistema», prima con incarichi secondari, come la rottura intimidatoria delle vetrine dei negozi, poi con mansioni di corrieri della droga, finché non sarà più possibile fermare il meccanismo avviato, che porterà tutti alla rovina. Ennesima storia disperata di camorra, Recinto di porci descrive così un percorso di iniziazione violenta e (auto)distruttiva di una gioventù che, del tutto priva di punti di riferimento, affonda inesorabilmente nella palude della malavita. Il romanzo s’immette nel solco tracciato dal libro di Roberto Saviano e dalla sua cupa rappresentazione dell’impero (economico) del Male. Il risultato appare però alquanto debole, letterariamente parlando, e non solo perché l’immaginario di Simeone oscilla in modo irrisolto tra cinismo alla Tarantino (ma senza ironia) e lirismo neoromantico alla Peppe Lanzetta, ma soprattutto perché è inficiato da una retorica del degrado che, sia detto per inciso, accomuna molti libri nati all’ombra si Saviano. Il che spingerebbe a una riflessione approfondita sui meccanismi editoriali che tendono a cavalcare l’onda di un successo. Come in tutti i casi in cui gli epigoni non fanno che esaurire la carica innovativa di chi li ha preceduti, la sensazione è che il fenomeno Gomorra - il quale non va confuso con il libro Gomorra, la cui necessità resta indiscutibile - abbia ormai cristallizzato la visione di una Napoli miserabile che sembra creata a esclusivo uso e consumo di una certa borghesia acculturata la quale, da Roma in su, non diversamente dagli intellettuali stranieri del Grand Tour ottocentesco, continua a cercare nella città il profumo esotico delle emozioni forti e del sensazionalismo criminale.