Eduardo Minichini, Alta e Bassa camorra, a cura di Cristiana Anna Addesso


Il dramma Alta e Bassa Camorra, manoscritto in sei atti, si inserisce nel fecondo filone di testi teatrali a sfondo camorristico che Eduardo Minichini produsse a partire dagli anni Novanta dell’Ottocento per la Compagnia di Federico Stella, presso la quale era scritturato sin dal 1877 quale autore e attore.

 

Prima di affrontare la disamina dei suoi contenuti, è necessaria una breve premessa.

La produzione teatrale di Eduardo Minichini, vasta, eterogenea e consegnata integralmente alla sola tradizione manoscritta, annovera un numero cospicuo di drammi popolari in cui, in maniera latente o patente, il tema ‘camorra’ si ritrova declinato in molteplici direzioni. In particolare, può accadere che paranze, infami e persecutori di belle fanciulle, guappi e uomini d’onore siano protagonisti o semplici personaggi secondari in drammi popolari i cui titoli non lasciano sospettare alcuna componente camorristica (ad es. La pettinatrice di San Giovanni a Carbonare, Gli spiriti di Mondragone) e nei quali, dunque, il lettore-spettatore assiste a tirate, tuocchi, sentenze e giuramenti di sangue. Al contrario, invece, è possibile imbattersi in drammi apparentemente impostati sulle trame della “onorata società” (come gli eloquenti titoli lasciano intendere), ma nei fatti blandamente connessi alla tematica camorristica. È il caso di Alta e Bassa Camorra, un titolo di sicura presa sul pubblico che accorreva numeroso nelle sale del popolare Teatro San Ferdinando nel quartiere Vicaria, impero della Compagnia di Federico Stella, ma ancora in parte riconducibile agli schemi del ‘basso Romanticismo’.

 

Il dramma di Minichini, ambientato a Napoli nel 1840, richiama nel titolo la duplice ‘facies’ dell’“onorata società” ottocentesca illustrata, su basi documentarie, da Francesco Mastriani nel romanzo I vermi, nel quale da un lato c’è la camorra ‘alta’, attiva nei casini di prostituzione e di gioco d’azzardo frequentati da nobiluomini corrotti e da usurai; dall’altro la camorra ‘bassa’, attiva a livello popolare, riunita in paranze e regolata da rigorosi cerimonali e codici d’onore.

Il debito del dramma Alta e Bassa Camorra nei confronti del romanzo mastrianesco è tuttavia puramente esteriore, trattandosi di un’opera teatrale i cui personaggi (aristocratici e popolani) si muovono nei luoghi d’elezione della camorra ‘alta e bassa’ ma con risultati scarsamente rilevanti sul piano dell’impianto drammaturgico.

 

Protagonista è il marchesino Carlo di Belmonte, accanito giocatore d’azzardo e perdutamente innamorato di Adelia. I vertiginosi debiti di gioco contratti con l’usuraio Arminio, giunto nell’avito palazzetto a reclamare il denaro dai suoi accorati genitori Ezio ed Erminia, lo spingono ad un gesto estremo, quale la sottrazione della cassaforte di famiglia. Attiratasi così la maledizione paterna, a Carlo non resta che l’amore per Adelia, una ‘traviata’ su cui si sono appuntate anche le mire di Emilio Del Fiore. A difendere la giovinetta, ospitata nella ‘casa onesta’ della ‘tenitrice’ Agnese, giunge provvidenziale il protettore di quest’ultima, il ‘camorrista d’onore’ Pasquale Alberico, latitante per una serie di delitti e dunque in procinto di essere tratto in carcere. Le intenzioni di Carlo sono quelle di sposare Adelia e redimerla dalla strada della perdizione, prima che la giovinetta prenda una decisione ben più drastica, quale quella di rinchiudersi nel Monastero delle Pentite a Materdei come le viene suggerito dalla sua madre spirituale Suor Carlotta (un tempo a sua volta prostituta) ed imposto dagli stessi genitori di Carlo per salvarlo dal traviamento morale. Il destino di Adelia è tuttavia ben più disgraziato, dal momento che viene barbaramente uccisa dai camorristi Tore Tranciapane e Peppe Berti, entrati per un furto nel casino di Agnese. Del crimine viene ingiustamente accusato Carlo, che viene così tradotto in carcere in attesa di essere giustiziato. Mentre il marchesino spera nella grazia sovrana, impetrata per lui dagli stessi genitori pronti a concedergli il perdono per il furto dei beni di famiglia, l’atto V pone il lettore-spettatore di fronte ad uno scontro in carcere tra mafiosi siciliani e camorristi napoletani, scarsamente rilevante sul versante tematico e – si direbbe – abbastanza slegato rispetto alle precedenti e successive azioni del dramma (vi agiscono in realtà Pasquale e i due assassini di Adelia). Il dramma recupera infatti nel successivo (ed estremamente sintetico) atto finale le vicende di Carlo ormai prossimo al patibolo nella Piazza del Cavalcatoio, nella quale giunge per lui la provvidenziale grazia sovrana e l’estremo perdono paterno.

 

Il dramma non risulterebbe in realtà tra le migliori prove di Eduardo Minichini, in grado di dominare intrecci teatrali ben più complessi e meglio strutturati e soprattutto di ‘caratterizzare’ con maggiore spessore drammatico i personaggi. La lettura del testo teatrale, infatti, lascia alquanto delusi per la mancanza di specifiche scene a sfondo camorristico (tirate, zumpate, prove di coraggio, giuramenti e simili), di pregnanti momenti di dialogo e confronto tra infami e camorristi d’onore, per la scarsa caratterizzazione dei personaggi di Pasquale Alberico o, tra gli altri, dell’usuraio Arminio, per l’estrema sinteticità e superficialità dell’Atto V, potenzialmente ricco di sviluppi drammaturgici interessanti per la rappresentazione teatrale della camorra carceraria.

L’impressione offerta dal copione manoscritto della Sezione Lucchesi Palli (per altro dalla grafia non sempre leggibile) è dunque quella che si tratti probabilmente di una ‘riduzione’ da un originale del Minichini, utilizzata nel «repertorio di Raffaele Bassarello», come recita lo stesso frontespizio.

Edizione di riferimento

Alta e Bassa Camorra. Dramma originale in 6 atti di E. Minichini, [manoscritto] Biblioteca Nazionale di Napoli, Sezione Lucchesi Palli, collocazione Mss. L.P. 1223

(in corso di digitalizzazione)