Salvatore Di Giacomo, A San Francisco, a cura di Annalisa Castellitti


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A San Francisco

mo sona ’o risveglio,

chi dorme e chi veglia

chi fa nfamità…

  • Rappresentazioni

A San Francisco è un dramma dialettale in un atto di Salvatore Di Giacomo, il quale recupera il poemetto omonimo del 1895. I sette sonetti, in novantotto endecasillabi, ebbero un primo svolgimento drammatico nella Scena lirica napoletana, musicata dal maestro Carlo Sebastiani e rappresentata prima al Mercadante di Napoli il 13 ottobre 1896, poi al Teatro Nazionale di Roma il 15 novembre dello stesso anno, dove però non riscosse il consenso della critica,[1] ed infine al Teatro Municipale di Salerno il 28 novembre in un’esecuzione diretta dal maestro Lombardi. In quest’occasione la parte del personaggio di don Giovanni Arcietto fu cantata dal giovane tenore Enrico Caruso.
Uno dei testi da cui muovere per ripercorrere le tappe della vicenda editoriale del testo digiacomiano è il libro di Gino Doria dal titolo Di Giacomo, Croce e a San Francisco, in cui sono raccolti articoli e lettere inedite che, insieme ai carteggi digiacomiani conservati nella sezione Lucchesi-Palli della Biblioteca Nazionale di Napoli, illustrano il passaggio dal testo poetico al dramma della mala vita
.
[2] In queste pagine si accenna alla “fraterna” collaborazione di Roberto Bracco alla messa in scena del dramma:

La meritata fortuna di A San Francisco indusse Di Giacomo a ritornare su quei personaggi, appena – ma così potentemente – delineati, e il suo pensiero si volse subito all’azione teatrale. Non solo perché il teatro, nei suoi molteplici aspetti, aveva già attratto la sua attenzione di storico e cronista, ma anche perché i sette sonetti erano nati, appunto, con una impostazione teatrale, con una sceneggiatura scarna, rudimentale, suscettibile di ampi sviluppi. […] Le riduzioni teatrali di A San Francisco furono due. Prima, in ordine di tempo, la «scena lirica» per la musica del maestro Carlo Sebastiani. Qui il poeta ebbe facile giuoco: i sonetti, nel loro stesso ordine, sono trasferiti nel libretto, spezzati e collegati da qualche sobria saldatura: poche inserzioni, qualcuna necessaria all’andamento della composizione musicale […]. Alcuni mutamenti furono portati nei nomi dei personaggi e furono precisati […] alcuni particolari, come quello del coltello […]. La breve scena lirica […] è come un ponte di passaggio per il fosco dramma in un atto che continua a recare il titolo di A San Francisco. In questo non poteva, Di Giacomo, limitarsi a una pura e semplice trasposizione dei sonetti, come nel libretto per la musica del Sebastiani: vi erano ben altre esigenze  da affrontare, vuoti da colmare, pause da integrare, dialoghi da allargare, corali da rafforzare e colorire. Per una felicissima intuizione, il poeta comprese che lo sviluppo dalla poesia al dramma non andava inteso come approfondimento della elementare psicologia dei protagonisti, il che avrebbe irrimediabilmente guastato il concentrato impeto del poemetto originale, bensì come un più ampio affresco dell’ambiente carcerario. Della messa in scena del dramma, incaricatone da Di Giacomo, sempre scontroso e ritroso, si prese cura fraternamente Roberto Bracco […]. Fra i sonetti primitivi, la scena lirica, il dramma del 1897 e la revisione di questa silloge definitiva del Teatro (Carabba), A San Francisco attesta, nelle sue varie fasi, la costante preoccupazione, non sempre fondata e non sempre avveduta, di Salvatore Di Giacomo nel mutare, moderare o accentuare, colorire o arricchire, non tanto l’intonazione generale quanto i minuti particolari.[3]

Punto di partenza per ricostruire la storia delle rappresentazioni di questo testo, oltre a quella delle sue varie edizioni, sono senz’altro le Ricerche e note bibliografiche di Franco Schlitzer sull’intera produzione digiacomiana. Il debutto di A San Francisco risale al 1897, quando venne portato in scena al teatro di piazza Municipio, già Fondo, dalla compagnia Stella, per la regia – si legge esplicitamente nel volume schlitzeriano – di Roberto Bracco, che avrebbe curato una traduzione italiana del libretto, alla quale accenna il critico Eugenio Cecchi nel suo articolo scritto intorno alla rappresentazione della scena musicata di A San Francisco al Nazionale di Roma («Fanfulla», 16 novembre 1896), traduzione che però Di Giacomo stentava ad accettare, come egli stesso afferma in una lettera inviata al maestro Sebastiani.[4] Tuttavia, fino ad oggi, non si conoscono rappresentazioni del testo italiano dell’opera:

Il dramma, regista Roberto Bracco,[5] fu rappresentato la prima volta la sera del 15 maggio, abbinato a La gran dama e il cenciaiuolo, al teatro Mercadante di Napoli, dalla compagnia drammatica diretta da Federico Stella. Interpreti furono: Antonio Allegretti (don Gennaro), Crescenzo di Maio (Peppe Pazzia), Alfonso del Giudice (don Gennaro ’o cusetore), Vincenzo Stella (Totonno Battimelo), Pironti e Rippa. Replicato con due spettacoli al giorno, il 16, il 17 e il 18, il 19, all’ottava replica, fu preceduto da un bozzetto del di Maio: Innanzi alla morte. Il 20 fu data l’ultima replica a La gran dama e il cenciaiuolo fu sostituito con il dramma Ada la saltatrice o la coscienza pubblica.[6]

  • Genesi e Contenuti

Fonte di ispirazione per la sua materia prima, confluita inizialmente nei sette sonetti dedicati a Cesare Pascarella,[7] fu certamente – come ha osservato Doria – il «crudo realismo della cronaca»:

È possibile, anzi è certo che Di Giacomo, trasformando ed elevando ad opera d’arte le osservazioni che, da giornalista, andava tesaurizzando nella vita quotidiana della plebe e della bassa borghesia, non tenesse in rigido conto (e Dio me lo benedica) tutti i dati esteriori e pratici di quella vita. […] L’ambiente della malavita, con i suoi «guappi», talvolta, «di cartone», i suoi prosseneti e le sue prostitute, il suo «giuco piccolo» e i suoi «dichiaramenti», lo aveva attratto, e ne aveva derivato alcuni motivi nelle opere prime, come i Sonetti, che sono del 1884, e ’O funnceo verde, che è dell’86. E ora, tutto preso dall’infatuazione veristica, rispettoso delle norme di quella poetica, cerca con dirette indagini e osservazione diretta di portare i personaggi della sua fantasia sul piano della realtà inoppugnabile […]: le imputazioni, che gli furon mosse, di non aver rispettato alla lettera tutti gli articoli del regolamento carcerario, incidono proprio sui lampeggiamenti più vividi del poemetto attestando nello stesso tempo e lo spirito indipendente del poeta e la limitatezza dei suoi critici.[8]

Questo breve ed impressionante dramma su Napoli dimostra anzitutto la propensione di Di Giacomo verso la tematica della camorra, trattata d’altronde nell’articolo I segreti della camorra in Napoli:

Ogni corpo di Società è costituito da 24 camorristi e 48 piccioni (reclute): ogni camorrista ha alla sua dipendenza 2 picciotti […]. La Società agisce solo nelle Carceri giudiziarie, principalmente nelle colonie de’ coatti e non negli Stabilimenti penali, dove non potendo comodamente a causa della disciplina, ottenere la camorra, non devono assolutamente agire, cioè riunire Società. Quando i camorristi in un Carcere sono molti e divisi in varie stanze, allora eleggono un sol capo, ove il numero è maggiore, e nelle altre stanze, alzano un contatolo per ogni stanza; però tutti sono alla dipendenza di quel capo nominato, ma non sono obbligati a fargli sapere quanto si è guadagnato. Avviene spesso che non sono concordi nell’elezione del capo, allora, ogni stanza fa a suo modo, e ne deriva il cosidetto contrapiglio. Allora avvengono frequenti questioni, che cessano solo quando un’altra società di altro Carcere processa tutti i camorristi che hanno mancato, e ristabilisce l’ordine.[9]

Per l’autore, infatti, «è facile capire l’amore, lo sfregio, il delitto passionale: tutti elementi che fanno parte anche della sua cultura borghese, seppure con altre modalità».[10] Ma «il tema del carcere dei sonetti digiacomiani – ha sottolineato Toni Iermano – richiama alla memoria La ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde del 1898, composta in memoria di un soldato condannato per aver ucciso la donna che amava. […] I condannati di Di Giacomo si situano in un ideale confronto fra la giustizia dell’uomo, che colpisce spieatata, e la giustizia divina […], che sa maturarsi in misericordia, ma che qui sembra esitare a dare nuova vita, dove l’uomo non vede che sterili rovine. I versi scaturiscono da questo contrasto fra la pietà divina che tarda a realizzarsi e la cieca ragione umana, che giudica e condanna».[11]

L’ambientazione del dramma è quella di un camerone del vecchio carcere napoletano di San Francesco, «il carcere dove sembra che tutto sia già accaduto e dove invece la vita esplode con una violenza, anche di linguaggio, inconsueta del poeta, ma non per questo meno sua».[12] I dodici personaggi in scena sono Giovanni Arcietto (Accietto nei sonetti originali), Peppe Pazzia camorrista (ovvero il Tore ’Nfamità dei sonetti), Don Gennaro ’o cusetore, Luigiello ragazzetto tredicenne, Rafele ’o masterasciello, Cicciariello Spina, Federico ’o pittore, Totonno Battimelle, Don Peppe «’o siciliano», carceriere,  e Tre secondini. Di Giacomo tradusse in italiano il dramma originario, che utilizza le forti sfumature del dialetto napoletano, apportando varie modifiche, che emergono chiaramente dal confronto tra i due manoscritti autografi conservati alla Biblioteca Lucchesi Palli. Tra le varianti autoriali presenti nella versione italiana, intitolata A San Francesco, si segnala ad esempio la pagina in cui sono elencate le Persone (Personaggi): Don Gennaro ’o cusetore diventa Don Alfonso il vecchio sarto, mentre Peppe Pazzia è il camorrista capo, Luigiello è il ragazzetto di tredici anni, ladro, Cicciariello Spina, Federico e Totonno Battimelle sono camorristi ed infine il carceriere Don Peppe, che nel dramma del 1897 è dato come siciliano pur parlando in napoletano, nella trascrizione in lingua può parlare milanese o siciliano.

  • Trama

L’opera si configura come «un bozzetto in cui è presente la volontà del poeta di accentuare l’andamento cinematico e lo sviluppo degli eventi con una scena iniziale che introduce la tragedia così come si evince dai sonetti».[13] Si narra di una vicenda di sangue: Don Giovanni Arcietto, dopo aver ucciso la moglie Donna ’Ndriana che l’aveva tradito, viene portato nel carcere di San Francesco, situato fuori Porta Capuana, dove potrà completare la sua vendetta. Qui infatti accoltellerà l’amante della moglie, Peppe Pazzia. La narrazione drammaturgia, collocata verso il 1850, si suddivide in sei scene, illustrate con otto disegni dal pittore Pietro Scoppetta in occasione della pubblicazione del dramma nella rivista «La scena», diretta da Roberto Carafa, il 1 giugno 1897.
Noto è il canto dell’incipit, che ritorna nell’epilogo del dramma. Al levarsi della tela si ode una voce interna cantare da un altro camerone malinconici versi, che corrispondono alla Canzone ’e carcerate che apriva il poemetto del 1895.

La scena prima ritrae due carcerati (Rafele e Cicciariello) seduti sulle tavole di un letto che fumano e giocano a carte, mentre altri due (Federico ’o pittore e Totonno) sono impegnati in un tatuaggio sotto lo sguardo curioso del giovane Luigiello. Una terza coppia è formata da Don Gennaro ’o cusetore, il letterato del gruppo che annota con un mozzicone di matita dei numeri su un libricino, e da Peppe Pazzia, rispettato come capo della Società, che risvegliatosi chiede spiegazioni al suo interlocutore su un proprio sogno, ambientato «’int’ a na cantina ’a Sanità». Si tratta di una premonizione della tragedia che di li a poco sta per accadere: l’elemento dello scorrere incessante del vino «ncopp’ ’a tavula comme si se fosse scatasciata na vótte» indica, infatti, un cattivo presagio, anticipato da una serie di canti esterni che si traducono in veri e propri avvertimenti che rendono pensoso il camorrista. Le prime immagini sceniche ritraggono le consuetudini della quotidianità carceraria, scandita dalle visite dei secondini, dalle voci e dai rumori che provengono dalla strada. L’arrivo del nuovo «passeggero», nominato nella scena seconda, si compie nella quarta quando vittima e carnefice si trovano faccia a faccia. Nel presentare l’ “amico” agli altri detenuti, Peppe Pazzia conferma il proprio ruolo di capo mentre il gruppo, mostrandogli rispetto, si sottomette automaticamente allo statuto dell’onorata società. È giunta la sera (scena quinta). Tuttavia i due interlocutori ottengono la possibilità di vegliare, corrompendo con una moneta Don Peppe ’o carceriere. Nella scena ultima Peppe Pazzia ficca la mano nel suo materasso, cava un coltello e glielo porge a Don Giovanni per permettergli di spezzare un sigaro, ma quest’ultimo, macchinalmente, prende l’arma e la nasconde nella manica: con questo gesto, la vittima ha inconsapevolmente decretato il suo omicidio. Durante il dialogo finale, che racchiude in sé tutta l’umanità espressiva di Di Giacomo, Don Giovanni confida a Peppe Pazzia il vero motivo della sua “visita” al carcere, quella che egli stesso definisce una giusta causa: «Muglièrema mm’aveva offeso ncopp’ a ll’onore, e io mme so’ fatto giustizia».[14] Il momento della rivelazione, che comporta un capovolgimento delle parti tra il  capo-traditore e il capo-tradito, esplicitato man mano sul piano linguistico, vede da una parte Peppe Pazzia, sorpreso e lusingato, e dall’altra Don Giovanni che gli prende la mano amichevolmente, nascondendo così il suo freddo proposito vendicativo. La vendetta esplode nella risposta finale che egli dà al suo rivale che continua a chiedergli chi fosse l' amante di donna Ndriana: «Chi?!... Chi?... Si’ tu!». Dopo avergli rivelato, quindi, di essere a conoscenza di tutta la verità, fa scorrere il coltello dalla manica nella mano e lo colpisce ferocemente. Intanto cresce l’attenzione dei carcerati, che si precipitano dai letti, ma Don Giovanni si leva col coltello in mano e li affronta. Entrano dalla porta Don Peppe e i secondini, che afferrano l’omicida. I carcerati si avvicinano al corpo esanime di Peppe Pazzia, rimasto steso a terra. Ritorna il silenzio.

  • Critica

I sonetti ottennero subito un largo consenso da parte della critica, a tal punto da essere definiti come la chiara espressione dell’ “arte veristica” del Di Giacomo.[15] Inoltre A San Francisco rappresenterebbe un documento del pessimismo dell’autore, testimoniato dal ritratto del protagonista: «Ecco in Giuvanno Accietto infondersi il tipico pessimismo digiacomiano: il pessimismo di questo personaggio, nella sfera di dolore che accomuna tutti i veri poeti, reca il tratto distintivo di tutta l’opera del Nostro: la rassegnazione. Il delitto è subito come una necessità: egli amaramente si chiana innanzi a un destino».[16]

Per concludere, si riportano di seguito alcuni stralci di articoli e recensioni apparsi sui quotidiani dell’epoca, che forniscono la cronaca della prima rappresentazione di A San Francisco al Mercadante, con repliche serali dal 15 al 20 maggio 1897. Si tratta di documenti fondamentali in grado di fornire dettagliate notizie sulla trama, la resa attoriale, il ritratto dei personaggi, l’esito dell’opera e la reazione del vasto e variegato pubblico, nonché permettono di cogliere le scelte linguistiche e stilistiche dell’autore nel passaggio dai sonetti al melodramma ed infine al dramma.

- Al Mercadante (già Fondo) la compagnia Stella-Allegretti domani rappresenterà A San Francisco, scene drammatiche napoletane di Salvatore di Giacomo. Queste scene già dettero luogo ad un lavoro musicale, che ebbe lieto successo; ma ora il Di Giacomo le ha amplificate, allargando l’azione ed aumentando il numero dei personaggi. Nella compagnia Stella-Allegretti ha trovato gli elementi che meglio possono riprodurre, con verità e con sentimento, i diversi tipi della mala vita, e domani certamente si avrà una rappresentazione che non tradirà l’aspettativa del pubblico. («Roma», n. 133, 14 maggio 1897)

- Stasera A San Francisco, dramma dialettale in un atto, di Salvatore di Giacomo. La parte del protagonista sarà sostenuta dall’Allegretti, del quale il pubblico avrà opportunità di ammirare le molte qualità dell’attore e l’acuto ingegno. L’atto unico in cui v’è, come si sa, tanta cupezza di toni, è tratto quasi rallegrato da una figurina un po’ comica, il cui carattere è benissimo reso dall’artista Del Giudice. Questa figurina è un vecchio, don Gennaro, cusetore e cabalista. («Corriere di Napoli», a. XXVI, n. 134, 15 maggio 1897)

- Con pochi tocchi il Di Giacomo è riuscito ad imprimere ad ognuno dei suoi personaggi un’attitudine distinta, una fisionomia diversa, pur avente tutti impresso sulla fronte lo stigma della camorra. La tragica scena che si svolge rapida nella lugubre cella è l’epilogo di un dramma della vita del nostro popolo, ove il sentimento dell’onore offeso chiede al sangue il suggello della colpa. […] L’esecuzione fu ottima da parte di tutti gli attori, giacché ogni scena, ogni sfumatura fu colorita col gesto e colla voce – e oltre all’Allegretti e del Di Maio, contribuirono al successo il del Giudice, il Pirone, il Rippa, lo Stella Vincenzo, e principalmente il de Marco. Il di Giacomo fu insistentemente, e per replicate volte, chiamato alla ribalta – e mentre durava l’emozione prodotta da quel lavoro di arte, si ripensava ieri sera alla risurrezione del teatro napoletano! («Roma», n. 134, 15 maggio 1897)

- La rappresentazione colorita, efficacissima, viva del carcere napoletano che Salvatore di Giacomo ha condensato in mirabili sonetti prima, in un melodramma poi, ed ora nelle scene rappresentate ieri sera al Mercadante, ebbe in questa, che è la più completa incarnazione dello studio magistrale, il più completo successo. Intorno all’episodio principale che racchiude in sé, con sintesi meravigliosa, un grande dramma della vita popolare napoletana, Salvatore di Giacomo ha ora sviluppato tutta una serie di piccoli avvenimenti della triste vita che si svolge entro le pareti impenetrabili di San Francesco, e nel felice aggruppamento delle macchiette e nel rapido succedersi degli avvenimenti è scolpita con rara evidenza tutta la psicologia della mala vita napoletana. […] L’esecuzione fu da parte di tutti accuratissima, benché l’Allegretti e il Di Majo non riuscissero a distruggere il loro disagio evidente nel dover recitare in dialetto e rendere una interpretazione di caratteri con sobrietà e colore, piuttosto che un episodio a forti tinte con eccesso di gesticolazione e di inflessioni tragiche. Ma il De Giudice (don Gennaro ’o cusetore) fu di una giustezza e di una verità estreme, nè meno intelligenti e felici interpreti furono il De Marco (Rafele ’o masterasciello), lo Stella Vincenzo (Totonno Battimello) e, ciascuno per la sua parte, tutti gli altri. («Corriere di Napoli», a. XXVI, n. 135, 16 maggio 1897)

- Salvatore di Giacomo possiede, lui felice, quel sommo dono del calore comunicativo, non consentito che a rarissimi artisti, e nessuno meglio di lui conosce, dico anzi frequenta le vie che vanno dritto alla precordia. In questo A San Francisco da che s’alza la tela lo spettatore è preso. È preso da un’emozione che non lo lascerà più sino alla fine e andrà man mano aumentando, andrà man mano occupandolo, comprimendolo, soffocandolo sino allo spasimo. Da che s’alza la tela e apparisce il sinistro quadro del carcere e, nel carcere, tra le varie figure di prigionieri variamente espressivi e atteggiati, campeggia quella di Peppe Pazzia, ’o cammorrista, torvo e lugubre, spirante il malagurio e la disgrazia, uno sgomento inesprimibile, una vaga e grave angoscia sorprendono gli animi: uno sgomento e un’angoscia che i lazzi e le baruffe degli altri carcerati non valgono a distrarre. […] (Ivi, n. 136, 17 maggio 1897)

- Continua ad accorrere numeroso il pubblico alle rappresentazioni di A San Francisco, il dramma in un atto di Salvatore di Giacomo. Alle vivaci e rapide scene, seguono sempre insistenti e clamorosi applausi del pubblico commosso. Questa sera si darà la sesta rappresentazione. (Ivi, n. 137, 18 maggio 1897)

- Ieri sera un pubblico eletto assisteva alla replica del dramma di Salvatore di Giacomo: A San Francisco. Le poltrone e i palchi erano pieni. Questa sera A San Francisco si replicherà ancora, preceduto dalla rappresentazione del bozzetto drammatico di Crescenzo di Maio: Innanzi alla morte. […]. A San Francisco arriva questa sera alla sua settima rappresentazione.    (Ivi, n. 138, 19 maggio 1897)

- Al Mercadante (già Fondo) questa sera ultima rappresentazione delle scene drammatiche di Salvatore Di Giacomo: A San Francisco. («Roma», n. 139, 20 maggio 1897)

- Tutto in 'A San Francisco è suggestivo: ogni suo particolare è un elemento di impressione, ogni tratto è una descrizione palpitante di densa verità. Il colore la vince su tutti gli altri elementi che concorrono alla formazione del dramma, e forse sul dramma istesso. Se così non fosse, la tragedia che scaturisce tremenda dai sonetti, nel dramma avrebbe perduto, par certe esigenze della scena, della primordiale intensità.  («Proscenio», n. 18-19, 20 maggio 1897)

- Parlare del contenuto di «A San Francisco» di S. Di Giacomo, significherebbe sciuparne tutta l’efficacia, una volta che i lettori troveranno riprodotto il lavoro per intero, in altra pagina del nostro giornale, con finissime illustrazioni del nostro Scoppetta. Mi limiterò a riferire che, nella sua modestia, l’A. ha voluto intitolare, semplicemente Scene quello che, invece, è un potentissimo dramma, al cui confronto non potrebbero reggere molti lavori, che attualmente infestano il teatro, abbenché diluiti in moltissimi atti. L’azione si svolge rapida, sicura, con un crescendo meraviglioso di verità e di interesse, l’ambiente del carcere, così come è stato riprodotto, fa lungamente fremere e meditare: il dialogo è addirittura scultorio, e vi si riscontra tale una proprietà di linguaggio ed ingenuità di frase, ad un tempo, da far pensare alla maniera di scrivere de’ nostri trecentisti, abbenché si tratti qui di dialetto napolitano. Ed, a proposito di questo lavoro, si è di nuovo risollevata l’antica disputa sulla opportunità, o meno, di sforzarsi a tutt’uomo per far risorgere presso di noi un teatro dialettale. Io dico semplicemente questo: non è la volontà degli altri, che fa sorgere o risorgere un teatro, quando difettano gli autori. Auguriamoci, soltanto, un’altra decina di lavori, come quello del di Giacomo – per cui un pubblico composto delle classi più svariate, chiedeva frenetico il bis da capo di tutto il dramma – ed allora il teatro dialettale sarà sorto per incanto, a malgrado di tutti e di tutto («La scena», a. I, n. 7, 1 giugno 1897, p. 8).


Edizione di riferimento

S. Di GIACOMO, Le poesie e le novelle, a cura di F. Flora e M. Vinciguerra, I, [1946] Milano, Mondadori, 19553 (Collana Classici Contemporanei Italiani), pp. 131-136 (riproduzione della stampa Ricciardi 1927).

ID., Il teatro e le cronache, ivi, II, 147-188 (riproduzione dell’edizione Lanciano, Carabba, 1920).


Altre edizioni

A «San Francisco»: manoscritto autografo custodito alla Biblioteca Lucchesi Palli.

A «San Francisco» | Dramma in un atto | (Versione italiana): manoscritto custodito alla Biblioteca Lucchesi Palli.

A «San Francisco»| Liriche Neapolitanische| von | S. Di Giacomo| Musik von |Karl Sebastiani | manoscritto.non autografo della trad. tedesca incompleta, interpolata di brani, scritti a matita.

A San Francisco, con due illustrazioni di V. Migliaro Napoli, Pierro, 1895 (editio princeps del poemetto), poi con lo stesso titolo in Poesie, Napoli, Ricciardi, 1907.

A San Francisco, scena lirica napoletana di S. Di Giacomo, musica del maestro C. Sebastiani, Napoli, Pierro, 1896 («Collezione minima», n. 37).

A San Francisco, «Fortunio», a. IX, n. 30, Napoli, 18 ottobre 1896.

A San Francisco, «La Frusta», a. XXI, n. 132, Salerno, 26-27 novembre 1896.

A “San Francisco„. Scene napoletane di S. Di Giacomo. Illustrazioni di P. Scoppetta, «La scena» Rivista Internazionale, Artistica, Letteraria, Mondana, Napoli, a. I, n. 7, 1 giugno 1897 (prima edizione del dramma).

A San Francisco. Scene napoletane, illustrazioni di P. Scoppetta, Napoli, S. Di Giacomo Editore, 1897 (seconda edizione del dramma).

Teatro, Lanciano, Carabba, 1910 (contiene ’O voto - A «San Francisco» - ’O mese mariano - Assunta Spina - Quand l’amour meurt).

Teatro, vol. II (contiene A «San Francisco» - ’O mese mariano - Quand l’amour meurt - L’Abbé Pèru), Lanciano, Carabba, 1920.

A San Francisco, in G. Doria, Di Giacomo, Croce e a San Francisco, Napoli, Philobiblion, 1957, pp. 73-89: autografo Di Giacomo-Croce, ovvero dei setti sonetti preparati da Salvatore Di Giacomo per la prima edizione ricciardiana delle Poesie, con correzioni autografe di Benedetto Croce.

Tres dramas: Assunta Espina – Las flores de Mayo – La cárcel de Nápoles: traducción dal dialetto napolitano por C. Rivas Cherif, Editore Calpe, 1923.


Rappresentazioni

Scena Lirica

Debutto: Teatro Mercadante, 13 ottobre 1896.

Altre rappresentazioni: Teatro Nazionale di Roma, 15 novembre 1896; Teatro Municipale di Salerno, 28 novembre 1896.

Dramma

Debutto: Il dramma fu rappresentato la prima volta al Teatro Mercadante di Napoli il 15 maggio 1897 dalla Compagnia teatrale diretta da Federico Stella.

Altre rappresentazioni (cfr. G. Doria, cit., p. 63 e Schlitzer, cit., p. 338): Il 2 maggio 1899 in due spettacoli di beneficenza “promossi dal popolare autore” di ’O marenariello, Salvatore Gambardella, fu dato al Teatro Nuovo, interpretato da O. Grimaldi (Giovanni Accietto) e R. Piccinini (Peppe Pazzia). Dopo la pubblicazione nel 1910 del volume Teatro, dalla compagnia Molinari fu ripresentato sulle stesse scene in varie riprese: dal 19 al 24 aprile preceduto dalla commedia di Ernesto Murolo Addio mia bella Napoli, il 28 e il 29 dicembre dello stesso anno insieme con Anema bella dello stesso Murolo e il 22 febbraio 1911 con Signorina di Murolo e I Tre amanti di Lauretta.

Al 1915 risale, inoltre, la trasposizione cinematografica prodotta dalla Caesar Film di Giuseppe Barattolo, interpretata e diretta da Gustavo Serena con Francesca Bestini come interprete principale.

 


[1] A tal proposito cfr. una lettera del 17 novembre 1896 (conservata alla Biblioteca Lucchesi Palli nella Raccolta Di Giacomo), inviata da Di Giacomo a Carlo Sebastiani: «io sono ripartito per Napoli disgustato dal modo con cui la stampa ha trattato S. Francisco. Non ho letto giornali: non ne ho voluto più sapere: voglio sperare che il pubblico abbia smentito, col suo concorso, la critica vana, insulsa, irrispettosa, de’ giornali romani. L’opera andrà, andrà sempre e ci renderà sempre».

[2] Per ulteriori approfondimenti si rimanda al saggio di T. IERMANO, A San Francisco di Salvatore Di Giacomo: dal poemetto al dramma, in Rivista di Letteratura Teatrale, 2, Pisa-Roma, Fabrizio Serra Editore, 2009, pp. 59-74.

[3] G. DORIA, Di Giacomo, Croce e a San Francisco, Napoli, Philobiblion, 1957, pp. 51-65. Sulle divergenze tra i sonetti (S), la scena lirica (SL), il dramma (D) e il testo del dramma nell’edizione Carabba, cfr. in particolare ivi pp. 65-66 e A. BENEVENTO, Premessa a Napoli in dialetto e in lingua. Saggi su Salvatore Di Giacomo, Roma-Pisa, Edizioni dell’Ateneo, 2000, pp. 72-73: «Rispetto al poemetto il dramma presenta sol alcune piccole aggiunte, come il sogno di Peppe Pazzia e l’avvertimento che gli giunge dalla strada attraverso il canto di Nunziata, nonché i particolari dei carcerati che giocano a carte o procedono all’esecuzione di un tatuaggio e dei secondini che effettuano il controllo serale e accendono il lume, oltre ad alcune variazioni di dettaglio, generalmente suggerite da ragioni di verosimiglianza scenica, come il nome “Tore nfamità”, che diventa “Peppe Pazzia”; il ragazzetto ladro, che ha ora tredici e non più dodici anni; don Peppe il carceriere, che nell’edizione del 1910 diventa siciliano e ci offre qualche scorcio di parlata siciliana, la “liretta” offerta a don Peppe che diventa “sei carlini”, giacché la scena si svolge intorno al 1850 e cioè in epoca borbonica; il coltello che ora viene offerto a don Giovanni dallo stesso Peppe Pazzia per tagliare un sigaro».

[4] Sulla notizia di una versione italiana del libretto cfr. una serie di lettere dattiloscritte (Raccolta Di Giacomo, Biblioteca Lucchesi Palli) indirizzate dall’autore a Carlo Sebastiani nel biennio 1896-1897: «Stasera vedo Bracco che mi darà la sua traduzione in italiano […] (10 nov. 1896)»; «Domani vi spedirò un testo italiano per la musica, quello di Bracco che in confidenza ho rimaneggiato perché proprio non m’andava (1897)» ed ancora «Vi mando la traduzione. Bisogna aggiungere i nomi e le azioni. Riprovate al piano con la musica: ho fatto qualche modifica, lievissima per altro. E all’ultimo verso v’è da rifare la musica. Manca una seconda quartina all’aria di Tore: la faccio oggi e ve la mando, mentre rivedete».

[5] Sui rapporti tra Di Giacomo e Bracco riguardo alla messa in scena di A San Francisco cfr. l’articolo firmato Baby sul «Mattino» del 16-17 maggio 1897.

[6] F. SCHLITZER, Salvatore di Giacomo. Ricerche e note bibliografiche, edizione postuma a cura di G. Doria e C. Ricottini, Firenze, Sansoni, 1966, n. 709, p. 338.

[7] Cfr. la lettera inviata da Di Giacomo all’amico Giannino Antona-Traversi (22 settembre, 1895) pubblicata in G. DORIA, Di Giacomo, Croce e a San Francisco, cit., pp. 38-39.

[8] Ivi, pp. 32-37.

[9] Cfr. S. Di GIACOMO, I segreti della camorra in Napoli, in Archivio per le tradizioni popolari, XVI, Palermo, Luigi Pedone Lauriel, 1897, pp. 26-27.

[10] Id., La vita a Napoli, a cura di A. Fratta e M. Piancastelli, Napoli, Bibliopolis, 1986, pp. 69-70.

[11] T. IERMANO, Appendice. A San Francisco, 1895 (Ed. critica), in Rivista di Letteratura Teatrale, cit., p. 69.

[12] A. PALERMO, Salvatore Di Giacomo, in Id., Da Mastriani a Viviani. Per una storia della letteratura a Napoli tra Otto e Novecento, Napoli, Liguori, 1974, p. 101.

[13] T. IERMANO, Oltre Scarpetta. Il teatro digiacomiano e il suo pubblico, in Il melanconico in dormiveglia, Firenze, Olschki, 1995, p. 200.

[14] Cfr. Sonetto V: «Riébbete, figlie, malatie : so’ guaie / ma nun pogneno… ’E ccorna so’ pugnente! /To’!... Curtellate sì, ma corna maie!... ».

[15] Cfr. F. FLORA, Nuova lettura delle poesie e delle prose di Salvatore Di Giacomo, Napoli, Ente Provinciale per il Turismo, 1961, p. 69.

[16] A. CONSIGLIO, Di Giacomo e il dialetto, in Omaggio a Salvatore Di Giacomo nel primo centenario della nascita, a cura di R. Minervini, Napoli, Azienda di Soggiorno Cura e Turismo, 1960, p. 86.