Giovanni Meola, Lo sgarro, a cura di Cristiana Anna Addesso


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L’inedito monologo Lo sgarro (che viene qui pubblicato su gentile concessione dell’autore) si offre al lettore-spettatore quale crudo ma dolente esame di coscienza di un giovane Boss di provincia, colto negli ultimi istanti di vita prima di essere giustiziato per aver commesso un irreparabile ‘sgarro’.

Alternando l’immagine del Boss legato ad una sedia, stravolto, rabbioso ed incredulo per la situazione in cui si trova, con quella del Boss ‘in tiro’ con «cappotto scuro, largo» - emanazione della sua coscienza ormai dissociata -, il monologo-confessione racconta una storia di violenta solitudine e di amara quanto consapevole brutalità.

Quella del Boss de Lo sgarro è la storia di tanti ‘guaglioni’ che la strada e il degrado sociale fanno crescere in fretta, rubando loro la fanciullezza e l’innocenza. La violenza sociale e familiare si sostituisce alla scuola, mentre la povertà in cui versano rende facile «l’arruolamento» di questi piccoli consumatori di spinelli come insospettabili pusher con «una pistola in mano e tanti soldi nell’altra». Il ‘guaglione’ impiega poco tempo ad acquistare «rispetto» e a diventare Boss, intravedendo con cinica chiarezza nel panorama «squallido e vuoto» che lo circonda «’a curnice ’e valore» in cui racchiudere il proprio capolavoro di truffe ed efferatezze, di costruzioni e cimiteri abusivi, di morti ammazzati nascosti nelle colate di cemento. L’orgoglio di essere «ricco e rispettato» ha richiesto, tuttavia, il silenzio della coscienza, che ora parla al pubblico svelando il dietro-le-quinte di una fulminea carriera da Boss. «S’è fatto ’o deserto attuorno a mme», constata il Boss appena trentenne e già «vecchio», solo per aver ucciso i suoi stessi amici, privo di svaghi e divertimenti, bloccato dalle colonne d’Ercole della piccola provincia in cui si esercita il suo potere effimero («come esco dal paese mio [...] sono uno qualsiasi, anzi peggio, pecché nun saccio fà niente ’e normale, saccio sulo accidere e cumannà»). La legge su cui questo potere si basa e che regola le sue azioni è avvertita come ineluttabile, per quanto priva di senso ai suoi stessi occhi: è la legge dello ‘sgarro’ e della sua punizione, che il Boss definisce chiaramente «na malatia, n’infezione, [na] smania», del tutto basata su «una morale del cazzo» secondo la quale qualsiasi sbaglio va punito. La finzione scenica consente, infatti, al lettore-spettatore di sentir risuonare tra i ricordi del Boss le delatrici voci dei suoi «guagliuncielli» che gli riferiscono di continui ed insulsi sgarri: «’O strunzillo ha fatto na strunzata», «T’hê pigliato l’autoradio d’’o cumpare; tu hê guardato ’a sora ’e chill’ato cumpare; tu hê risposto ammalamente!». È toccato al Boss ogni volta «sistemà ’e cose», in ragione di un dovere e di un ruolo che «pesa» per le rinunce che ha comportato e «fa paura» per la coscienza che urla al cuore e graffia la ragione.

Ed è in questa coscienza che hanno albeggiato spesso dei barlumi di normali velleità.

Il Boss che da ragazzino si divertiva ad interpretare il Pulcinella per «pazzià» e divertire gli amici, è diventato «giudice», «boia» e «becchino», ma più che altro è diventato «nu Pulecenella» qualsiasi, una maschera nera dai tratti diabolici mai atteggiata al sorriso e alla commiserazione, lontano ricordo della maschera e del «vestitiello janco» che indossava da bambino per «fa rirere a mammà» al mattino presto. Per quanto «sulo cu n’arte e na parte ll’uommene ponno fà ll’uommene», il Boss ha infatti indossato la maschera ed ha interpretato la parte sbagliata e quelle mattine non albeggiano più da tempo: «’o scuro è rimasto scuro, ’o juorno è rimasto suonno».

Non ha mancato la sua coscienza di pizzicare la corda del rimorso e del pentimento religioso. Una «chiesia sulitaria [...] grigia e severa» faceva da enclave nel suo territorio; entrarvi è stato spesso per il Boss uno «sfizio», uno «sfreggio», ma ha costituito talvolta anche la possibilità di concedersi «nu momento ’e arricetto». E vi ha avvertito come fuori da ogni logica «chill’ommo ammartenato ncopp’’a chella crucettella» che distribuisce il perdono anche ai latori di morte come lui, una logica che ha imposto al Boss di schiaffeggiarsi mentre «’e penzieri mieie se mettetteno a ballà na tarantella ’e mille culure».

Anche il Boss ha commesso uno ‘sgarro’, da scontare con la vita. Ha ‘desiderato’ la normalità: «’o tiempo d’’e guardà ’e cose belle d’’a vita : na femmena attraente, nu criaturo cu ’e mmane sporche ’e ciucculata, ’o mare, na jurnata ’e sole». La pericolosità di questa normalità è rappresentata dalla procace Concetta, la figlia di un altro potente Boss, che lui ha osato ‘castigare’.

Tra risate isteriche e smorfie di dolore, nel Boss non albeggia alcun pentimento, né il lettore-spettatore ha modo di provare commiserazione o pietà per la sua vicenda esistenziale. Resta l’amarezza di una gioventù bruciata nel degrado e nella delinquenza.

Edizione di riferimento

Il testo è inedito. Si ringrazia l’autore per la gentile concessione.

Rappresentazioni

Il testo è inserito nel progetto Teatro & Legalità, diretto dall’autore e giunto al nono ciclo, che prevede la messa in scena di più spettacoli legati dalla comune tematica camorristica declinata nell’ottica della ‘legalità’ per rassegne, festival e mattinate scolastiche. Il testo ha partecipato all'edizione 2000 di "Benevento Città Spettacolo" ed ha ricevuto il Premio nazionale ‘Città di Valenzano’ (Bari) 2006.