Eduardo Pignalosa, Dint' 'a Vecaria, a cura di Serena Ruggiero



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Dinte ’a Vecaria è un atto unico di Edoardo Pignalosa pervenuto in unica copia manoscritta, ben conservata presso la Biblioteca Nazionale di Napoli (Lucchesi Palli, Mss LP1357). Sul frontespizio è riportato anche il nome di Vincenzo Perrella, proprietario del manoscritto e sull’ultima carta l’indicazione di data e luogo: «Napoli, 28 Settembre 1898».

Il dramma teatrale è ambientato nel carcere della Vicaria a Napoli, ovvero Castel Capuano, che dopo Castel dell’Ovo è il più antico castello napoletano. Situato presso via dei Tribunali a Napoli, nasce come residenza dei sovrani normanni e poi col vicereame spagnolo nel Cinquecento diviene Palazzo di Giustizia.

Protagonista della storia è il povero Antonio Fabiani; arrestato per “gioco penale”, incontra nella sua stessa cella Totonno, suo capo stanza, che si rivela essere l’assassino di sua figlia scippata e accoltellata. Decide così di vendicarsi e lo avvelena, confessando poco dopo la sua azione.

L’occasione giusta per poter mettere in atto la sua vendetta si presenta quando nella scena terza arriva un nuovo detenuto, Giulio, che, arrestato per aver avvelenato la moglie a causa delle “male lengue”, si confida subito con Antonio:


GIULIO:              Mannaggia ’a mmidia e chelle male lengue ca me fanno truvà nfra sti quatte mure.

ANTONIO:          Amico, s’è leceto ’e che site mputato, pecchè ve truvate dinto a stu carcere?

GIULIO:              Pecchè ’a sciorta accussì ha vuluto! ...

ANTONIO:          Parlate, confidammoce nzieme ’e pene noste. Io suppongo ca vuje pure ve truvate p’ ’a gente nfame!    ... è overo? ...

GIULIO:              Si, è overo! ... Io era nzurato da poco tiempo e nce vulevame nu bene pazzo cu muglierema; ma ’a mmidia e ’a gelusia ’e cierte perzone, pe farce appiccecà onne [onde, n.d.r.] fa fernì stu bene nuosto, me venettero       a dicere ca muglierema s’ ’a ntenneva cun’auto. Basta pe non piglialo a luongo, facenneme sempe nu campaniello int’ ’e rrecchie, nu jorno nfucato ’e mente, jennome ’o sango ncapo, perdenno quase ’a ragione, pigliaje cierto beleno ca io teneva annascuosto, e frattanto steveme magnanno nzieme, nce lu menaje dinto ’o piatto sujo. Allora doppo poche minute accummenzaje a fà l’affetto sujo ncuorpo a  muglierema, ’a quale ce ne jette a l’auto munno nfra ’e cchiu brutte spaseme! ... Là pe llà a nutizia se sapette e io fuje arrestato comme ’o sorece d’int’ ’o mastrillo. Pe chisto delitto me trovo ccà dinto.


Giulio è disperato per l’omicidio compiuto e ha deciso di ammazzarsi avvelenandosi a sua volta. Antonio allora si incuriosisce e cerca di capire dove il suo compagno di cella ha intenzione di trovare il veleno:

ANTONIO:          Vulite abbelenarve?

GIULIO:              Si, l’aggio jurato.
ANTONIO:          Ma ve site scurdato ca state carcerato? ... Chi vulite ca ve dà stu beleno? ...

GIULIO:              Chi m’ ’o dà?... Dinta a sta fodera e stu suprabbeto nce sta cusuta na cartuscella ’e veleno ed è ghiusto chello ca servette pe muglierema. Te raccumanno a starte zitto!...


Così Antonio trova il modo di realizzare la sua vendetta e sottratto il veleno a Giulio lo versa alla prima occasione nel piatto di Totonno. L’effetto del veleno è quasi immediato, il capo stanza inizia ad avere dei forti spasimi che in poco tempo lo portano alla morte.

Durante la scena finale sopraggiunge in cella un medico che constata il motivo del decesso, a questo punto Antonio, avuto ciò che voleva, confessa di essere lui l’assassino:


ANTONIO:          (alzandosi) Non date ’a corpa a niciuno d’e’ cumpagne mieje, pecchè io l’aggio abbelenato!
TUTTI:                Che!! ... Tu?

ANTONIO:          Si, io! ... L’anema ’e filgiema m’à data l’arma pe puterme   vennecà ’e stu traritore ccà, l’assassinaje! ...

GIULIO:              Oh!’On Antò c’avite fatto? ...

ANTONIO:          (respirando) Ah! ... M’aggio levata na palla ’a coppo ’o stommaco. (in questo momento s’ode di nuovo la verifica delle cancelle Antonio colpito dall’emozione cade svenuto ...) (cale la tela)


L’interessante ambientazione di questa storia consente di indagare più da vicino il mondo delle carceri napoletane, all’interno delle quali la camorra e la guapparia hanno avuto la loro formazione e crescita.

Il carcere è un mondo a sé, fatto di leggi, codici, riti e linguaggi specifici verso il quale il carcerato “novello” deve essere iniziato.

I riti sono numerosi per indagarli tutti, ma prendendo spunto da elementi riscontrabili all’interno del testo teatrale si possono approfondire alcune peculiarità di questo nuovo mondo.

Innanzitutto, ci troviamo all’interno della Vicaria e La Vicaria era un carcere particolarmente affollato, soprattutto dai camorristi, e quando il carceriere conduceva un prigioniero nella cella assegnata, da quel momento il detenuto cadeva nelle loro mani; per questo motivo, ad un certo punto, i camorristi furono separati dagli altri carcerati e proprio alla Vicaria fu costituito un reparto speciale denominato S. Lazzaro (cfr. A. De Blasio, Usi e costumi dei camorristi, Napoli, Pierro, 1897, p. 34).

Il nuovo detenuto, in primis doveva pagare un dazio, di solito giustificato come pagamento per il lume alla Madonna, che in realtà non avrebbe mai visto acceso.

All’arrivo di Giulio si compie immediatamente questo rito, seppur senza specificare che il pagamento sia per la lampada della Madonna. Ciò lascia intendere quanto fosse comune e conosciuta questa usanza, divenuta un gesto ovvio per chi entrava in un luogo di detenzione.

Interessante la figura del capo – stanza, impersonata da Totonno, il guappo di turno che comanda e dispone non solo sui compagni di cella, ma sulle guardie stesse. Il capo - stanza può andarsene in giro per le altre celle, decide chi può portare le armi e mantiene ordine sostituendosi pienamente alle guardie. Totonno, nel testo, è un personaggio che riesce a suscitare ribrezzo nel lettore, con i suoi toni forti e spregevoli, soprattutto nei confronti di Antonio, considerato una  «peroccola»  perché è triste e spesso piange pensando a sua figlia. Antonio, inoltre è in carcere per la prima volta mentre Totonno si vanta di essere entrato e uscito dalla prigione:


TOTONNO:                       Io ’o carcere l’aggio tenuto, e ’o tengo comme si fosse ’a casa mia. Songo asciuto e so’ trasuto comme meglio m’è piaciuto.


Il carcere è casa sua, è un guappo, e solo chi entra ed esce dalla galera «acquisto mmereto ’e n’omme ». Merita, infatti, questo “titolo” l’altro compagno di cella che ha ucciso la figlia per essere fuggita col suo “innamoratiello”.

Siamo di fronte una vera e propria “società”, «la nostra società», così la definisce Totonno, un’organizzazione a cui non manca nulla, sono sotto-chiave, ma hanno la libertà e il controllo più di quanto non potrebbero averne fuori, hanno il denaro, il potere sui detenuti e sulle guardie.

Il testo è fondamentale, perché l’unico dell’autore giunto fino ai nostri giorni che tratta questa tematica così da vicino attraverso pochi ma essenziali personaggi. Di un altro testo che, presumibilmente, affronta lo stesso argomento è reperibile soltanto il titolo: ’E cammurriste all’isola d’’a Pantellaria.

 


Edizione di riferimento

Edoardo Pignalosa, Dinte ’a Vecaria. Scene napoletane in un atto, manoscritto con collocazione: Biblioteca Nazionale di Napoli, sezione Lucchesi Palli, Mss 1357

 

Rappresentazioni

Al momento non risultano rappresentazioni del testo.