'O cecato. La vera storia di uno spietato killer Giuseppe Setola


Autore: Daniela De Crescenzo
Casa editrice: Tullio Pironti Editore 
Anno: 2009
Genere: Saggistica


Recensione di Fiorina Izzo


tango criminale

«Il maresciallo Perfetto parte per primo, Di Giuseppe dai tetti vede un’ombra tesa sul vuoto alla ricerca di un’altra via di scampo. Ma non è Iovine, è ‘O cecato. L’uomo in fuga si gira, scorge le divise apparire una dopo l’altra e capisce che l’ultima avventura è conclusa. Inutile la corsa di due chilometri nelle fogne, inutili i diciotto cadaveri che si lascia alle spalle, inutili il terrore e la morte seminati per dieci mesi in Campania. Per lui e per il suo capo, Cicciotto ‘e mezzanotte, è finita» (p.140).
Era il 14 gennaio 2009, poco dopo le 15.00: termina così la corsa in un casolare di Campozillone, frazione di Mignano Montelungo, piccolo centro alle porte del casertano, la latitanza di Giuseppe Setola, un killer spietato, che spara per colpire anche "a viso scoperto", perchè non ha nulla da perdere, dal momento che già gli «hanno dato l’ergastolo». Davanti ad una missione da compiere non bisogna pensare nè fare i preziosi ma agire perchè - ricorda Setola ai suoi - «Noi non facciamo gli orefici, noi facciamo i killer». Proprio lo spietato uomo della morte, Giuseppe Setola, è al centro del libro di Daniela De Crescenzo. Con due brevi prologhi ed una serie di capitoletti in forma diaristica l'autrice ripercorre la storia e i malaffari del boss casalese, dal 14 marzo 2008 al 14 gennaio 2009. Lo scenario che si delinea apparirà forse noto ma è ulteriore dimostrazione che questo cancro sociale dal nome camorra, ha radici ovunque, al punto di ostacolare il giusto decorso della vita  politica,imprenditoriale, sociale.  

I prologhi iniziali sono indice delle due storie e vite che si intrecciano: Setola e Vassallo, ossia la mano della camorra negli affari illegali della vicenda rifiuti. 
Che il 14 marzo 2008 fosse un giorno particolare e da ricordare si respirava particolarmente nell'aula del Tribunale di Napoli, nella cui Corte d'Asssise si tenevano le ultime e concitanti fasi d'appello del processo Spartacus (avviato da un'indagine della DDA nel lontano 1993 e apertosi nella Corte d'Assise di Santa Maria Capua Vetere il 1 luglio 1980) che vedeva imputati i personaggi di spicco del clan dei Casalesi e della criminalità casertana. Alle ore 12.00 la parola passa all'avvocato Michele Santonastaso, difensore rispettivamente di Antonio Iovine e del supercarcerato Francesco Bidognetti, che legge un documento redatto dai suoi assistiti nell'aula bunker “Ticino uno” del carcere di Poggioreale. Scende il gelo sui presenti e ancor di più man mano che si procede nella lettura: i due boss ritengono possibile appellarsi alla legge Cirami in materia di “legittima suspicione” e ancor di più accusano Roberto Saviano (autore del best-seller Gomorra) e la giornalista de “Il Mattino” Rosaria Capacchione, di essere gli «esecutori della trama architettata dal pm anticamorra Raffaele Cantone contro gli imputati». In realtà, sostiene la De Crescenzo si era di fronte ad un messaggio in codice: destinatari erano gli stessi affiliati al clan, per far sapere loro che nonostante le numerose defezioni (la stessa Anna Carrino, moglie di Bidognetti, passerà dalla parte dello Stato), il clan è unito e forte, ragion per cui bisogna andare avanti e mettere in atto i piani e gli affari intrapresi, mantenendo le alleanze.
Passano i giorni e si giunge al 19 marzo 2008, giorno della memoria in quanto si ricorda don Peppino Diana, il sacerdote di Casal di Principe che proprio nella Casa del Signore fu brutalmente assassinato dal clan, lui che «per amore» del suo popolo non avrebbe taciuto, trovando per questo la morte. Nella Chiesa di San Nicola in quel giorno erano convenuti centinaia di giovani (molti gli studenti) per partecipare ad un incontro sulla legalità. Il monito a percorrere la strada del bene e non quella della paura, delle violenza e della brutalità viene da una lettera scritta dal pentito Domenico Bidognetti e letta dall'avvocato Valerio Taglione: egli esorta, conscio dei propri errori, i presenti ad avere fede, a credere in Dio per cambiare vita proprio come lui, seppur dopo anni di  «peccato». Bisogna, dunque, combattere per la propria terra e per il proprio futuro, un futuro di legalità e non avere paura di denunciare. Ed è ciò che ha fatto Gaetano Vassallo, albergatore casertano di Castel Volturno e in contemporanea,  signore dei rifiuti. «Potenziale vittima di Setola»: così si autodefinisce ai poliziotti che lo interrogano quando decide di collaborare e smascherare gli orrendi traffici illegali, legati al controllo e allo smistamento dei rifiuti solidi urbani. A partire dal 28 febbraio 2008, Gaetano Vassallo col sostegno della sua famiglia, infatti, stremato dai debiti e dalle continue vessazioni e minacce, denuncia Giuseppe Setola, Nicola Alfiero, Giovanni Letizia, Luigi Guida detto 'o drink, quello stesso che nel 1990 organizzò l'agguato a Gennaro Pandolfi del rione Sanità, colpendo mortalmente il figlioletto di lui di appena due anni. E così a poco a poco il “re della monnezza” (soprannome che condivideva con l'avvocato Cipriano Chianese, poi arrestato e i suoi beni sequestrati) inizia a credere nella giustizia. È un fiume in piena Vassallo che riferisce nomi e cognomi, porta allo scoperto, ad esempio, il cosiddetto affare del viino dove si  costretto a comprare dai Carobene trenta pedane di vino ad un prezzo esorbitante o dà indicazioni sul luogo in cui trovare i depositi – altamente nocivi – di rifiuti, tra cui gli scarti di lavorazione dell'azienda ligure “Acna” di Cengio. «Parla per sei mesi» il manager dei rifiuti e quando termina il racconto (che parte dall'ascesa paterna che si arricchisce coll'adibire terreni di proprietà a discariche abusive) «la Campania non è più la stessa», perchè un ruolo attivo nell'ormai continua emergenza rifiuti (iniziata diciassette lunghi anni fa) ha la Regione Campania, i suoi politici, imprenditori ed «uomini dell'economia» (p. 76). È così - come racconta l'autrice - prendono avvio ulteriori inchieste giudiziarie, con la conseguente condanna per reati di mafia a carico «dell’ex ministro Mario Landolfi» e dell'allora «sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino» (p. 77).