Giovanni Meola, L'infame, a cura di Cristiana Anna Addesso


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l'infameProtagonista dell’inedito monologo L’infame è il giovane popolano Luigi Della Buona, detto «Mazza ’e Scopa» per il suo aspetto smilzo ed allampanato. Il ragazzo è un ‘pentito’ della camorra ed il monologo si configura, dunque, come la sua confessione-fiume in un anonimo commissariato, rilasciata alla presenza di un magistrato inquirente che rimane muto (ma la cui presenza è tradita dalla costante allocuzione «dotto’») ed interrotta solo dalla voce fuori campo della radio che riferisce di quanto frattanto accade a seguito delle sue dichiarazioni, tra retate e vendette trasversali.

«Mazza ’e Scopa» è «nu pesce piccerillo», «na quaglietella» della malavita, invischiato suo malgrado nel clan del boss «’O Cardillo». ‘Inciampato’ nella camorra per volontà di suo padre che avrebbe voluto farne un boss rispettato, Mazza ’e Scopa ha continuato invece a muoversi fra i suoi meccanismi come una marionetta maldestra, dall’espressione vagamente ingenua e sognatrice. La vita del camorrista gli ha rivelato continui orrori e nefandezze, la consapevolezza di doversi sempre guardare le spalle («avive sta sempe attiento») non solo dagli uomini di legge ma soprattutto dai clan avversari («che è pure peggio, pecché nun teneno na divisa ca t’ê fà riconoscere»); gli ha rivelato l’impossibilità di godere di gioie semplici come trascorrere una fresca nottata «a vedè cu l’uocchie fisse fisse comme vola na palomma», presto trasformatasi in una sparatoria. Si tratta, ad ascoltare bene le parole del ‘pentito’, di una «palomma» che ‘fa venir sete’, ma che consente a Mazza ’e Scopa di estraniarsi dalle brutture che lo circondano: il ruolo di Luigi Della Buona nel suo piccolo clan non è mai stato, infatti, quello di commettere omicidi o altri reati ma di procurare la ‘roba’, la droga per spegnere la ragione e mettere a tacere le coscienze («loro sparavano e io ’e facevo sta buono, doppo. Me sapevo procurà robba ’e tutti ’e tipi»). Passato dal clan del «Cardillo» a quello del «Purtuallo» dopo aver scoperto i reali mandatari dell’omicidio di suo padre, Mazza ’e Scopa è così diventato «L’Infame», ha partecipato all’omicidio del fratello del Cardillo e, divenuto collaboratore di giustizia, ne sta subendo le vendette trasversali vedendosi in breve tempo sterminare quasi tutta la sua famiglia, ad eccezione del fratello menomato Peppino, fornaio sotto la diretta protezione del Purtuallo.

Mazza ’e Scopa è ‘pentito’ della vita che non ha potuto godere, «pentito di non aver saputo deviare il corso delle cose, pentito di essere solo e soltanto na mazza ’e scopa!». A fronte di questa dolorosa quanto grottesca condizione, a Mazza ’e Scopa non resta che la smemoratezza, l’oblio assicuratogli dalla ‘roba’ («Io nun pozzo sta senza fummà; sulo chesto me fa scurdà, me fa campà»), bene di scambio per  i nomi dei componenti del suo clan: «E si no pecché cantavo a ’e cumpagni d’’a malavita mia? P’’a bella faccia vosta? No dotto’, io l’aggio fatto pe putè fummà pure dint’’a sti quatto passi astritti ca nun me fanno vedè ’o cielo».

‘Conta’ e ‘canta’, dunque, Luigi Della Buona-Mazza ’e Scopa e rivela nomi, contronomi e omicidi del suo piccolo clan. Il tratto caratterizzante della sua confessione è, sul versante squisitamente linguistico, il marcato gergalismo emergente dall’uso dei soprannomi camorristici minuziosamente spiegati da Mazza ’e Scopa quale consuetudine estesamente popolare, più che limitata alla malavita, come dimostra l’appellativo di «Facciagialluta» rivolto dalle popolane all’erma di San Gennaro nell’attesa del miracolo della liquefazione del sangue. Mazza ’e Scopa è, per questo, a suo modo orgoglioso del proprio ‘contronome’, come lo sono tutti i giovani malavitosi del suo clan dal momento che l’uso del gergo e l’identificazione mediante un soprannome significativo - come dimostrano gli studi linguistici - favorisce il senso di appartenenza al gruppo.[1] È quanto spiega, in modo semplice ma estremamente calzante lo stesso Mazza ’e Scopa nell’affermare che i contronomi «ce servono soprattutto pe nce fà riconoscere, pe nce dà n’identità, na personalità», sono come «nu stemma, na divisa [...] na siconda pelle», che rende ‘superiori’ per il merito di averlo talvolta guadagnato sul campo.

Tocca dunque a Mazza ’e Scopa snocciolare e spiegare diffusamente al magistrato, uno dopo l’altro, i veri nomi ed i curiosi soprannomi dei suoi compagni («’O Sparatrap», «’O Tuosto», «Animabella», «Aucelluzzo», «’O Rafaniello», «’O Malamente», «Cinema a culuri»), fino all’ultimo e più importante, quello del suo amato fratello Peppino («’a perla ’e ll’anima mia»), segnato sin dalla nascita da una mano più piccola dell’altra e tenacemente tenutosi lontano dalla camorra («è sempe stato nu buono guaglione»).


Edizione di riferimento

Il testo è inedito. Si ringrazia l’autore per la gentile concessione.

 

Rappresentazioni

Il monologo, sempre interpretato dall’attore Luigi Credendino, va in scena dal 2002 nell’ambito del progetto Teatro & Legalità ideato e coordinato dall’autore. Ha avuto molteplici rappresentazioni di successo sia in area napoletana che sul territorio nazionale (tra gli altri, "Settembre al Borgo", Caserta vecchia, 2010). Premio Girulà 2007 e Premio Enriquez 2008.

 


 

[1] Si veda la scheda Il gergo. Parole in scena, a cura di Patricia Bianchi, ed i relativi approfondimenti.