Giuseppe Castellano,’E guappe a Vicaria, a cura di Fiorina Izzo


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E guappe a Vicaria è tràdito dal copione manoscritt Mss. L.P. 962 della Biblioteca Nazionale di Napoli (Sezione Lucchesi Palli). Il testo è scritto ad inchiostro nero e presenta didascalie a matita rossa e rare cancellazioni o varianti, apportate sempre a matita. Sul frontespizio, in alto a destra, è riportata la seguente massima «L'umirtà ca ’nzegna e ’mpone chiav ’e pacchere c' ’a ragione», alla base dell’agire dei personaggi in azione.

Le «scene napoletane tipiche popolari» di quest'atto unico hanno luogo in «un camerone del carcere di San Francesco» a Napoli, luogo in cui confluivano per lo più camorristi e prepotenti.  L'atto inizia con Mineco detto «’o rafaniello» ed il provinciale Don Marcantonio Cicero, che trascorrono il tempo in carcere chiaccherando e giocando a carte. Giungono quindi Tore, che porta nuove sulla «soggietà» e i suoi affiliati, e  Fafele Sbreglia «libero ’e camorra», cui «se mperisce a camorra provisoriamente», perchè in carcere. Fafele si rivolge per questo al «masto» dei camorristi del carcere di San Francesco, ossia Pascale Scola, il quale ordina ai suoi di accoglierlo con dovere e lo ammette a far parte del gruppo. Non tutti però i detenuti rinchiusi nel carcere sono preepotenti e uomini malavitosi. Il protagonista è infatti un borghese, dedito al suo lavoro e alle sue passioni: Panfilio Miserini è un «professore di scherma, maestro di grancassa ed ora suonatore di violini», finito in carcere per aver reagito ad un torto subìto da un prepotente:

PANFILIO:           Vengo da casa del diavolo! Si è commesso un abuso… mi hanno fatto un torto.... Si mette in carcere D. Panfilio Miserini, professore di scherma, maestro di grancassa, suonatore di violino.... un pacifico cittadino che, non
tollerando gli insulti, ha menato le mani ed ha rotto il muso ad un prepotente, ad un sopraffattore...Era un pezzo grosso e mi hanno messo in carcere...Ma che ho rubato a qualcheduno forse? ma che sono un ladro io?..Io sono Panfilio
Miserini, professore di scherma, maestro di grancassa, suonatore di violino...

Si comprende subito che Panfilio è un uomo debole, sciocco, facile bersaglio di scherno da parte dei camorristi:

BIASE:                  (fra ) ’O pullaste è verace!...(poi a Panf.) Avisseve besuogno de...

PANFILIO:           ...denari?.. No, grazie a Dio ne sono provvisto.
BIASE:                  Ah! M'bè! Avarrate penzato pure p’ ‘o magnà...v' ’o manneno d’ ‘a casa?
PANFILIO:        No, io famiglia non ne tengo... anzi vorrei vedere se è possibile farmelo venire da  qualche trattoria vicina, perchè, vedete, io soffro collo stomaco e la cucina del carcere non fa per me.

Biase «’o cecatiello» cerca di mostrarsi premuroso e generoso nei confronti del povero Panfilio, fingendo di aiutarlo in caso di bisogno. In realtà, i due danno inizio ad un gioco di doppi sensi linguistici, dovuta alla reciproca incomprensione. Panfilio, infatti, parla in perfetto italiano e, consapevole di trovarsi tra gente di “basso popolo” che si esprime in un registro linguistico esclusivamente dialettale, reinterpreta nel suo codice quanto gli viene detto:

BIASE:                  N' quanto a chesto putite darc’ ’e cumanne, o putite metterve d’ accordo
c’’o Capo e sarrate servute a duvere.

PANFILIO:           Col capo?... (fra ) Col Direttore delle carceri credo... (a Biase) Ho
capito, voi siete forse un carceriere e volete usarmi delle agevolazioni... ma non dubitate che saprò compensarvi dell'interesse che vi prendete... anzi...(fa per dargli moneta).

Dunque, mentre Biase fa riferifementi espliciti all'organizzazione interna della “onorata società”, Panfilio non riesce a seguire le fila del discorso e quando esprime la sua incomprensione, Biase così risponde:

BIASE:                Ecco ccà, nuie ccà dinto stamme m’ paranza,  n’ suggità.

Panfilio non comprende ancora il reale significato dell'espressione “essere in società”:

PANFILIO:           In società?

BIASE:                E tenimmo n’ testa nu capo paranza.

PANFILIO:           Il capo della società?

BIASE:               Gnorsì, ch' è n' ommo de grande onore, scivete ’a nuie stesse pe dà ragione a chi spetta e tuorto a chi s’ ‘o merita...

Quest'ultima battuta di Biase è propedeutica per il procedere del discorso. Panfilio, convinto di trovarsi in carcere per aver subito un «grave torto», decide di divenire socio della società e, pertanto, chiede ulteriori informazioni ma senza – ancora una volta – riuscire a comprenderne con esattezza il senso:

BIASE:                  Vuie? Sempe ca c' è pizzo e a suggità ve trova degno de trasirce, pechè no? Suramente nuie simme prupitarie.
PANFILIO:           No, io beni di fortuna non ne tengo...
BIASE:                  N'ce sta chi è de sgarro...
PANFILIO:           Umanumest errare.
BIASE:                  E n’ce sta chi è annurato... giuvinotto annurato...
PANFILIO:           Giovane onoratissimo!..se non fosse per questo abuso che hanno fatto...

BIASE:                  E già comme giuvinotto annurato sulamente putisseve essere battezzato...
Vuie sapite ca tenimmo nu frieno?..

PANFILIO:           Cosa?
BIASE:                  Nu frieno... nu corice...

I doveri degli affiliati vengono spiegati nelle battute successive ancora da Biase:

BIASE:                  O quale dice ca pe esseo giuvinotto annurato s' ha da avè chella tala
umirdà che n’zegna e m’pone e chiavà ’e pacchere cu ragione!
PANFILIO:           Come, come....
BIASE:                  S' ha da essere umile pe sa fa rispettà, s' ha da essere buono ‘e fa capace ll' aute pe se piglià chello che teneno, nun essere superbo e pronto e disposto a passà guaie n' copp a guaie...

Il rispetto è dunque un segno importante, sigillo dell'uomo d'onore, il quale deve – continua Biase – mostrare destrezza nell'utilizzo di armi e coltelli; affermazione, questa, che trova il pieno consenso di Panfilio il quale,  sarà nominato «giuvinotto annurate a duvere» e successivamente presentato al “capo”. Prima che ciò avvenga bisogna compiere il rituale del battesimo con l'olio,  procedimento che segnerà l'accoglienza in società di Panfilio. Tuttavia, il discorso procede sempre su equivoci linguistici:

PANFILIO:           L' olio?...e che lo tengo in saccoccia? e poi l'olio per far che?...
BIASE:                  S' ha da appiccià ‘a lampa.
PANFILIO:           E lo volete da me? Ho capito, s’ è smorsata e siete sprovvisto d’olio...E quanto

ne acquistate alla volta?...

BIASE:                  Vabbuò.. Dateme na piezza...
PANFILIO.           Cinque lire?... Ma voi perchè volete pensare anche per gli altri?.. Si tratta di accendere per pochi giorni la lampada, va bene, ma noi poi usciremo a libertà, perchè pagare anche l'olio per quelli che verranno dopo di noi?
BIASE:                  V'aggio ditto ca n' ce serve na pezza pe l'uoglie...Mme dispiace c’avite ’a essere d’ ‘e nuoste e facite tanta chiacchiere!...
PANFILIO:           Voi vedete! cinque lire d'olio!..favorite (azione) Io per lucrare 5 lire ho dovuto far lezione di scherma nu mese intero...Ma sentite. (Di dentro cantando a figliuola) Auciello n' gaiola, statte a sentì chesta  bella canzone.

Parallelamente alla vicenda di Panfilio Miserini, la vita in carcere degli altri personaggi trascorre senza grandi accadimenti. Si tratta di uomini di camorra che discorrono dei loro affari, sempre pronti a recepire e trasmettersi messaggi in codice.

Intanto, il destino sembra remare contro Panfilio che in carcere riconosce Marcantonio, «il signore del vascio del Castello!», colui che osò dargli «le bastonate» e per colpa del quale ora si trova nella desolante situazione di carcerato. Frattanto l'atteggiamento di Biase nei suoi confronti diviene più intransigente e prepotente, tanto da minacciarlo quando questi gli fa notare i comportamenti poco onesti suoi e degli altri componenti:

BIASE:               Neh! mio signo', tu si venuto ccà cu l'idea 'e campà poco; te piglie 'a cunfidenza 'e            tenè 'a parola superchia n' faccio a nu cammurrista prupitario...

Solo ora Panfilio Miserini capisce di trovarsi tra criminali, affiliati alla camorra:

PANFILIO:           Ah! ora comprendo!.."capo società..." noi siamo  proprietari,"...Qui  sono fra gente di malavita...fra camorristi...ed io che volevo                 affiliarmici....Alla larga!...Oh!...ma bisogna agire diversamente! Per  quanto so fare il galantuomo, all'occorrenza se mi ci metto so fare                 anche il malandrino!...

Il suo tono diventa pertanto più duro, cerca di mostrarsi severo e alla pari dei prepotenti, al punto di sfidare in duello Biase:

PANFILIO:           (facendo a lui altrettanto) Cammurrista proprietario, prima di parlare bene le parole e non vi credete di avere che fare con qualche mascalzone pari vostri. Io sono D. Panfilio Miserini, maestro di grancassa, suonatore di violino e principalmente professore di scherma e no nu miserabile tapino qualunque e sono buono pure di prendervi bene a schiaffi.....
BIASE: Ah! Ah! ah! Miserì, vattenne, ma pecchè mme vuoì fa spurcà 'e mmane
'ncuollo a te?...

PANFILIO:           Ah! tu ti sporchi le mani? e teh! (dandogli uno schiaffo)

Biase reagisce con ferocia e col coltello tenta di colpire l'avversario per fargli «la pancia portose portose». Ma un vero duello si combatte ad armi pari e per questo Tore – su suggerimento di Pascale – presta al professore di scherma la propria «armatura» (il coltello). Alla fine è proprio il Miserini ad avere la meglio e condannare a morte Biase. In contemporanea avviene un'altra «zumpata» che vede coinvolti Gennarino «’o guantariello» (padre di una giovine bella e casta) e Pascale, innamorato della fanciulla. L'episodio decreta la mesta sorte di Panfilio, che sarà accusato dell'uccisione di Gennarino. Infatti, le didascalie finali della settima scena informano che «Panfilio ha atterrato Biase e Pascale si dirige a lui con disinvoltura come per nascondere il delitto commesso»: i carcerieri accorsi notano «Genni ferito» e Panfilio, rivolgendosi a Biase,  con voce stridula esclama:

PANFILIO:           Eh! Chi pecora si fa, il lupo se lo mangia!...

Frieno e zumpate: la camorra in carcere

L’atto unico con scena conclusiva «da concerto» mette in scena la reale situazione di quanto avveniva all' interno del penitenziario napoletano ed in generale nelle altre carceri partenopee. Valga quanto scriveva Pasquale Villari nelle sue Lettere Meridionali, in particolare in quella pubblicata il 5 ottobre 1861 su «La Perseverenza» di Milano:  la camorra – protetta allora dal governo borbonico – «s'era organizzata prodigiosamente in tutte le carceri, con statuti e leggi proprie». I camorristi esercitano tangenti su vino, pasta, sigari ed altri viveri. Ogni affiliato svolge un proprio ruolo ed occupa, pertanto, una data posizione dal momento che è parte integrante di una società organizzata. Il testo teatrale di Castellano, dunque, porta sul palcoscenico questa specifica realtà, alla stregua di altri drammi ed atti unici di questo specifico filone camorristico. C’è la “paranza”, ossia la piccola corporazione guidata da un “capo-paranza”; il “Masto”, qui rappresentato da Pascale,  al quale bisogna portare rispetto e seguirne le direttive; il picciuotto di sgarro che deve prestare un anno «di servigi confidenziali, assidui, pericolosi e penosi» – come informa Marco Monnier – e il “giuvinotto annurato” (Panfilio); Biase è il “camorrista proprietario” col diritto d'imporre obbedienza a qualsiasi appartenente della setta, purchè di grado inferiore a lui. Tutti i camorristi, compresi quelli ‘sotto chiave’ messi in scena da Castellano, seguono le regole del codice camorristico, ovvero il “frieno”, scritto probabilmente nel 1842 dal camorrista Francesco Scorticelli e costituito da 26 articoli. Questo statuto della “società dell'Umirtà” o “Bella società rifurmata” impone la morte come punizione estrema per chi ha sbagliato ma soprattutto è uno strumento formale per riconoscere l'esistenza della società.


Edizione di riferimento

Il testo è tràdito dal manoscritto Mss. L.P. 962 (Biblioteca Nazionale di Napoli – Sezione Lucchesi Palli), qui integralmente trascritto con criteri diplomatici.