Potere camorrista


Autore: Gigi Di Fiore
Casa editrice: Alfredo Guida Editore
Anno: 1997
Genere: Saggistica


Recensione di Fiorina Izzo


potere camorristaUna storia della camorra viene offerta dal giornalista Gigi Di Fiore nel suo Potere camorrista, dalle origini quattrocentesche del “fenomeno” sino ad arrivare all'Ottocento, quando ormai la camorra ha esteso i propri tentacoli nella città e nel suo territorio. Passato e presente si tengono per mano, accomunati da cotale triste realtà, anche se si notano proprio a partire da allora cambiamenti dapprima tenui e impercettibili, poi sempre più forti. Lo sguardo approfondito del Di Fiore (che non si limita ad offrire una semplice cronaca storicistica ma interroga i testi, le fonti) analizza anche il XX secolo. Certo non ci sono più i lazzari e i loro capi come Michele Lo Pazzo né Tore e Criscienzo e Ciccio Cappuccio, i due capi della camorra ottocentesca, le cui storie sono entrate nell'immaginario collettivo. Sin dall'inizio del Novecento, infatti, lo Stato ha tentato (sulle orme di Spaventa e Saredo) di intervenire per ridurre gli effetti di questa piaga sociale. Questo secolo però «ribolle di novità. L'atteggiamento di chiusura dei gruppi conservatori riceve duri colpi dalla crescita dei socialisti e dalla trasformazione politica di cattolici e liberali» (p. 108). E così Napoli si trova allo sbaraglio, con una situazione politica fluida che porterà alla successione di tre sindaci nel periodo compreso tra il 1900 ed il 1906: Celestino Summonte, Luigi Miraglia e Ferdinando Del Carretto. In questo contesto, il legame malavita-potere locale si rafforza. Intanto, muta la stessa “onorata” e “bella soggietà riformata”: le sorti delle bande malavitose di Napoli e Caserta prendono percorsi diversi e così nascono cellule camorristiche autonome in Terra di Lavoro, con Vincenzo Serra primo esponente della camorra casertana. Ieri come oggi, dunque. Casal di Principe, Villa Literno, San Cipriano e l'intero aversano casertano «iniziano ad essere stretti nella morsa dei camorristi». A Napoli, invece, inizia il regno di Luigi Fucci. In realtà, più che 'o gassussaro cioè Fucci, il “primo” camorrista è Erricone, re del Vasto che controlla anche la Vicaria, Montecalvario e San Ferdinando ed eletto capo, all'unanimità, dai dodici quartieri cittadini. Gli affari della camorra lievitano sempre più, grazie non solo alla riscossione di tangenti ma alla pratica dell'usura, voluta proprio da Erricone, capo-ombra di Fucci. Al fine di controllare indirettamente l'organizzazione, Enrico Alfano detto Erricone introduce i cosiddetti camorristi-scelti (polizia interna) e il camorrista d'ordine. Nel suddetto periodo, scrivano ed archivista del gruppo era Salvatore Di Sarno, natio del quartiere Secondigliano. L'analisi acuta del Di Fiore procede a ritmo serrato, senza tralasciare alcun dettaglio. Nello stesso 1906 avviene l'omicidio Cuocolo, nel mentre il re Vittorio Emanuele III attua una guerra contro gli uomini d'onore. Il processo Cuocolo inizia a Viterbo e costituisce – scrive Di Fiore – «il primo grosso momento di spettacolo offerto dalla camorra», per la gioia dei media. Un processo che «è nato per colpire» più che «i mandanti di quell'omicidio» gli «affiliati alla camorra di quei giorni» e le loro attività. Nonostante i 400 arresti conseguenza delle indagini condotte dal capitano Fabroni sugli affiliati della soggità, «il potere camorrista non è certo sconfitto». Si trattava di un modus per  «allontanare, per qualche tempo, capi e guaglioni del momento. Dopo un pò, le scene si ripetono. Cambiano solo i volti e i nomi. E intanto, alle porte, c'è la prima guerra mondiale. La città ha ben altro da pensare che la lotta alla camorra» (p. 125). Tuttavia, l'organizzazione criminale non sembra aver superato il duro colpo, seppure «la vecchia struttura, centralizzata e organizzata in maniera gerarchica, ha già subito, di fatto, dei mutamenti». Ed infatti, «si affermano piccoli capi di quartiere, ma manca il capintesta» (p.127). Col fascismo la camorra è  «ondeggiante» ed  «i primi contatti del nuovo Stato fascista con quell'altro Stato cominciano a muovere i primi, timidi, passi», col sorgere di sindacati padronali in contrapposizione a quelli operai:  «naturalmente, per animarli servono squadre armate, di violenti pronti a tutto, che non hanno nulla da perdere». Così, con l'aiuto di Guido Scaletti,  «piccolo camorrista della zona dei Quartieri Spagnoli» sorge il sindacato dei camerieri, il primo padronale. Mentre la mafia, nello stesso periodo, sembra rimanere uguale a se stessa e conservatrice, nella camorra, invece, prevale lo spirito individualista napoletano, cosicché nel periodo che conduce al secondo conflitto mondiale  «si riafferma la figura del guappo di quartiere, il violento, rispettato e onorato, capace di risolvere le controversie nella sua zona, che non deve rispondere del suo operato a nessun tribunale malavitoso, a nessuna struttura» (p. 128). Solo in seguito allo sbarco americano, la “società” sembra volere uscire dai confini provinciali e regionali ma il potere camorrista è ancora «un insieme di piccole meteore di quartiere», con guappi che svolgono «attività fiorenti nel contrabbando, nel controllo del gioco e della prostituzione, alleati fedeli in tempi di elezioni» (p. 140). Luogo di eccellenza per portare avanti gli affari è il mercato ortofrutticolo, specie nella provincia e ad incutere timore sono, tra i tanti, Alfredo Maisto, Pasquale Simonetti (alias Pascalone ’e Nola), Raffaele Baiano detto Papele ’e pacci pacci, Totonno ’e Pomigliano della famiglia Esposito. Il tempo scorre e la repressione statale nei confronti dell'illegalità è rivolta al contrabbando e alle cosiddette “bionde”. A partire poi dalla Nco di Raffaele Cutolo, si fa imprenditrice: estorce denaro ad imprese, specie edili, o fornitrici di servizi. Ed è proprio all'interno della Nco (contrapposta alla Nf) che inizia l'era dei pentiti di camorra: il primo è Gennaro Costagliola. Ecco allora che la lettura-analisi del Di Fiore si arricchisce di nuovi tasselli e diviene più particolareggiata e minuziosa proprio quando affronta la contemporaneità, da Cutolo agli anni di piombo ed il terrorismo passando per il terremoto del 23 novembre 1980 (che si è rivelato terreno fertile per infiltrazioni camorristiche) al Duemila, dove ancora è visibile la collusione politica-mafie, dove importante è la merce-voto e dove essere un killer è divenuta una vera e propria professione.