La ferita. Racconti per le vittime innocenti di camorra


Autore: Autori vari (a cura di Mario Gelardi)
Casa editrice: Ad est dell'equatore
Anno: 2009
Genere: Narrativa e Teatro

Recensione di Annalisa Castellitti



la feritaIl tema della memoria, intesa come «valore collettivo di un popolo», fa da filo conduttore alle diciasette storie raccolte nel testo La ferita. Racconti per le vittime innocenti di camorra (Ad est dell’equatore, 2009), curato dall’autore e regista teatrale Mario Gelardi e realizzato con il contributo della Regione Campania, dell'Assessorato all'Istruzione, Lavoro e Formazione, nonché con il patrocinio dell'associazione antimafia Libera e del Coordinamento campano familiari vittime innocenti di criminalità. Il libro, corredato dell'introduzione scritta dall’assessore Corrado Gabriele, della prefazione del magistrato Raffaele Cantone e della postfazione di Don Tonino Palmese, referente regionale di Libera, rientra tra i lavori promossi dall’associazione I Teatrini nell’ambito della rassegna culturale Teatri della Legalità e del progetto Scuole aperte. In più, i diritti dell'autore del libro saranno devoluti alla cooperativa Le terre di Don Peppe Diana. La trasposizione teatrale del testo narrativo, portato in scena con il titolo La ferita, voci contro la camorra. Reading di parole, musica e coscienza sociale, è stata curata dallo stesso Gelardi.

Questo libro racconta storie analoghe di silenzi, silenzi che si materializzano attraverso la scrittura di tredici Autori, tra cui giornalisti e giovani scrittori, accumunati dall’obiettivo unanime di omaggiare quella parte delle vittime della violenza criminale di cui si conosce almeno il nome, in modo da difenderne il ricordo contro l’usura del tempo. Lo scopo è  – come si legge nell’Introduzione – quello di mettere «al riparo dall’oblio e dalla dimenticanza, nomi e cognomi, vite e destini che hanno segnato, con il semplice fatto di essere stati di intralcio al Sistema, la parabola eroica e drammatica dell’anticamorra in Campania». Ricordare, dunque, per non dimenticare uomini e donne, bambini e adolescenti, divenuti “eroi” non per scelta ma per costrizione, «eroi per caso» secondo la definizione di Raffaele Cantone: «persone che, per coraggio, o abnegazione, si sono imposte all’ammirazione di tutti». Anime sconosciute, macchiate da un peccato senza colpa, quello di aver attraversato l'inferno nell'istante sbagliato, al posto di qualcun altro o per colpa di qualcun altro. Volti senza nome, corpi senza respiro, sguardi spenti: questo il ritratto umano dei numerosi personaggi “feriti” a morte dalla camorra, la cui esistenza resta sospesa sul confine del mondo tra l'essere e il non esserci, tra il vissuto e il nulla, tra il visibile e l'insondabile, in preda a dubbi ed ipotesi, paure e ribellione, domande senza risposta e certezze prive di riscatto. Emblematica – ha notato il magistrato – la scelta del titolo: «Credo che sia stata un’intuizione davvero felice, perché la ferita indica fino in fondo il danno che nel tessuto sociale è stato lasciato dalla devastante attività della malavita e sottende qualcosa che lascia sempre un segno, perché ad una ferita segue sempre una cicatrice. Ma è un titolo che autorizza ed impone di sperare, perché la ferita è qualcosa che, attraverso una cura amorevole ed attenta, si rimargina, si chiude e della quale ci si può in parte dimenticare, anche se i segni visibili non verranno mai meno». Partendo da tale presupposto, i diversi brani scritti sia in prima sia in terza persona con uno stile semplice e colloquiale, che segue il libero manifestarsi dei pensieri dei singoli autori, intendono rievocare le tracce di vita delle giovani vittime «morte per mano delle mafie», ripercorrendone il doloroso epilogo. All’interno di un corpus di parole e pensieri struggenti, è possibile riconoscere l’ombra incombente della nuova criminalità con le sue macchie di sangue che restano indelebili sulle strade di un’intera città, di una intera Regione, dell’intero Paese. Tuttavia tale percorso, che si snoda con diversi approcci tra cronaca, teatro e letteratura, ha l’ambizione di voler «fissare il ricordo» lasciando aperto uno spiraglio di speranza per coloro che sono ancora in grado di sognare un futuro diverso: «La ferita – ha spiegato  Mario Gelardi – è una raccolta di testimonianze, un modo per riunire i frammenti di vita di ciascuna delle vittime innocenti della malavita organizzata. Persone colpevoli solo dell’essersi trovate per puro caso sulla traiettoria di un proiettile, di aver assistito da testimoni ad un’esecuzione, oppure oggetto di un fatale scambio di identità. In altri casi si racconta di magistrati, giudici, giornalisti e piccoli imprenditori che non hanno voluto piegarsi al turpe ricatto della camorra. Eroi del nostro tempo, che, consapevoli del rischio, hanno difeso fino all’ultimo respiro la propria libertà, cercando fino al martirio di portare a termine il proprio dovere».

Nel libro sono inseriti brani tratti da opere già edite come Gomorra di Roberto Saviano e Al di là della neve di Rosario Esposito La Rossa, articoli apparsi su quotidiani locali e nazionali, ma anche testi inediti. La raccolta si apre con l’invettiva, incentrata sull’ossimoro verità-potere, che Saviano pronunciò a Casal di Principe il 23 settembre 2006. Il secondo racconto (Impercettibili sfumature), pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno del 5 novembre 2009, è quello che Angelo Petrella dedica a Giancarlo Siani, corrispondente da Torre Annunziata per il quotidiano Il Mattino ed impegnato nelle indagine sulla realtà della malavita napoletana. Il giornalista, la cui storia è stata ricostruita da Marco Risi nel film Fortapàsc, fu ucciso  la sera del 23 settembre 1985 a soli ventisei anni. A seguire Mario Gelardi dà voce ai ricordi della madre di Simonetta (Un dolore che è come un'isola), uccisa il 29 maggio 1982 mentre era in compagnia del padre, il magistrato Alfonso Lamberti e rievoca, attraverso la commovente testimonianza di un padre (Il posto sbagliato), il duplice omicidio di Gigi Sequino e Paolo Castaldi, uccisi il 10 agosto 2004 nel quartiere napoletano di Pianura perché, fermi in macchina, vennero scambiati dai sicari per i guardaspalle di un boss appartenente ad un clan avverso. La storia di Antonio Landieri ('O Tì), un disabile ucciso durante una faida il 6 novembre 2004, viene raccontata dal cugino Rosario Esposito La Rossa, il quale ricorda anche la tragica morte della giovanissima Annalisa Durante (Buonanotte Annali’), uccisa innocentemente sotto casa a causa di un conflitto a fuoco tra clan avversi, il 27 marzo del 2004 a soli quattordici anni: “Mi piacerebbe volar via. Aprire la finestra e raggiungere il cielo su un arcobaleno..”, scriveva nel suo diario. Le pagine autobiografiche di Roberto Russo (Alla fine del viale) narrano la tragica vicenda di Silvia Ruotolo, uccisa per sbaglio l’11 giugno del 1997 davanti agli occhi dei suoi due figli. Il ventinovenne Attilio Romanò, ucciso il 24 gennaio 2005, viene ricordato dalle parole toccanti della madre, trascritte da Ciro Marino (L’Assenza). Don Peppe Diana, il prete anticamorra colpito in sacrestia il 19 marzo del 1994, è il protagonista del racconto di Giuseppe Miale di Mauro (La strada verso casa). Gli omicidi di Matilde Sorrentino (Quel cerchio di odio e vendetta attorno alle tre madri-coraggio), eliminata il 27 marzo 2004, dopo aver denunciato le violenze inflitte al figlio e ad altri scolari da un’organizzazione di pedofili operante a Torre Annunziata, e del musicista rumeno Petru Birlandeandu (Una città ad occhi chiusi), avvenuto il 26 maggio del 2009 nel rione napoletano di Montesanto nel corso di un raid di camorra portato avanti da un branco di killer, sono narrati da Conchita Sannino. Raffaele Cantone ricostruisce la storia di un farmacista del casertano (Il farmacista Mascolo), ucciso il 20 settembre 1988, poiché «non ha voluto soggiacere alle prepotenze della camorra casalese e che, per tale ragione, ha pagato con la vita le prepotenze che la sua dignità di uomo non gli permetteva di accettare». La lotta contro gli estorsori ritorna nella vicenda di Domenico Noviello, ucciso il 16 maggio 2008 a Castel Volturno, come racconta Daniela De Crescenzo (Mio padre Domenico Noviello) e in quella di  Raffaele Pastore ucciso a Torre Annunziata il 23 novembre 1996 perché, come narra Giuseppe Miale di Mauro (Cani sciolti), si era rifiuato di pagare il pizzo ai camorristi e li aveva denunciati. Daniele Sanzone (Non basta...) rievoca la sorte toccata al piccolo Gioacchino Costanzo che fu ucciso da una raffica di proiettili, a soli due anni, il 15 ottobre 1995 mentre era fermo nell’auto di un parente, Giuseppe Averaimo, vero obiettivo dei killer. Peppe Ruggiero (Una, dieci, cento vitime invisibili) narra la storia di Don Cesare Boschin, ucciso il 30 marzo 1995, ma il suo nome è in attesa di giustizia e non rientra ancora nell’elenco ufficiale delle vittime di camorra, dato che le indagini sono in corso. Ultimo tessello di questo mosaico di testimonianze che fanno sosta in varie tappe del territorio campano, spingendo il lettore a riflettere sull’universo politico, sociale e religioso dell’Italia, è quella relativa alla strage di Castel Volturno del 18 settembre 2008, in cui persero la vita sei cittadini ghanesi, come racconta Riccardo Brun (Chilometro 43). Significative sono le pagine finali, che riassumo la genesi dell'opera: «ricordare alcune delle vittime innocenti di questa guerra quotidiana che spesso, e  purtroppo, diventano solo nomi in elenchi commemorativi». Infine, non va dimenticato – ha affermato Don Peppino Palmese – l’elenco interminabile dei familiari delle vittime (con i quali sono entrati in contatto gli autori del libro), nonché il loro impegno nel trasformare «il lutto in una vera e propria presa di coscienza di perpetuare la memoria dei loro cari, affinché questa educhi i cittadini a non cadere nell’oblio, che poi altro non è che il preludio della rassegnazione e dell’indifferenza».