Il guappo nalla storia, nell'arte, nel costume


Autore: Monica Florio
Casa editrice: Kairòs Edizioni Napoli ("All'ombra del Vulcano" Collana di Saggistica Partenopea e Campana)
Anno: 2004
Genere: Saggistica

Recensione di Annalisa Castellitti

 

il guappoIl libro di Monica Florio, Il guappo nella storia, nell’arte, nel costume (Kairós Edizioni, 2004), tenta di ricostruire le origini della figura del “guappo”, delineandone la metamorfosi nelle varie epoche storiche e letterarie. Il ritratto di questo personaggio, tavolta idealizzato o al contrario banalizzato, è stato spesso confuso con quello del “camorrista” a causa dell’estrazione sociale e della formazione culturale affini, sebbene il profilo del primo, alquanto complesso e ricco di sfaccettature, tenda a sottrarsi ad un’identificazione ben precisa. Da sempre legato alla tradizione e al costume di Napoli, il guappo recupera in questo saggio la sua «connotazione più autentica», quella di «“spirito libero”, insofferente alla regole della legge e della criminalità organizzata; di solitario, aduso alla violenza ma dotato spesso di una sorta di proprio “codice d’onore”; di taglieggiatore ma anche di generoso protettore di artisti del cafè chantant». Ne risulta, pertanto, una ricostruzione della “guapperia” intesa non solo come materia folkloristica, bensì come un «fenomeno» da collocare in un ampio panorama storico-sociale. Il lavoro svolto dalla Florio, intriso di citazioni e di riferimenti bibliografici, si avvale dell’utilizzo di materiali nuovi ed inediti, dato che in esso – come afferma Ernesto Filoso nella Prefazione – pù «che puntare alla rievocazione si cerca la documentazione». Tramandare la memoria dei guappi, le cui origini risalgono alla fine del Quattrocento, quando il Regno delle due Sicilie era sotto la dominazione aragonese, è l’obiettivo primario di questa ricerca: «Potrebbe sembrare inattuale – scrive l’autrice nell’Introduzione – riproporre oggi uno studio sul guappo se non fosse che questa figura, ancora presente soprattutto nell’immaginario popolare, è parte della storia di Napoli. […] Questo studio sul guappo si propone, dunque, da un lato, di sfatare l’immagine idealizzata che lo ritrae come il continuatore delle gesta “eroiche” del brigante spagnolo; dall’altro, di evitare la confusione con altre figure della malavita, come il più scaltro camorrista», rispetto al quale differiva per l’insofferenza nei confronti del regolamento della “Bella Società Rifurmata” e la mancanza di una solida organizzazione alle spalle. Tale condizione favorì una facile strumentalizzazione del guappo da parte dello stesso governo, come dimostra il caso di Nicola Jossa, il quale nel 1862 fu nominato commissario dal questore Carlo Aveta e fu proprio lui ad arrestare il boss Tore 'e Criscienzo. A quest’ultimo seguirà Francesco Cappuccio, detto “Ciccio 'o Signurino”, «ritenuto l’ultimo esponente della guapperia perché ancora in grado di incarnare i vecchi miti cavallereschi quali la difesa di una giustizia elementare e l’aiuto disinteressato offerto ai deboli».

Il percorso tratteggiato dall'autrice, che ripercorre nel tempo le varie manifestazioni della guapperia, prende avvio dal quadro storico. L’origine della malavita a Napoli viene imputata al  malgoverno della città, soprattutto in epoca vicereale, quando essa si costituì come principale garanzia di ordine sociale. È nel 1495, sotto il dominio aragonse, che si registra la comparsa sulla scena partenopea dei cosiddetti “compagnoni” e successivamente, durante la dominazione dei viceré, quando l’influenza spagnola raggiunse sia la malavita organizzata sia quella non organizzata, iniziano stretti rapporti tra la camorra e l’ispanica Confraternita della Guarduna, al cui vertice si collocano i “guapos”. Ma nel «sottolineare anche qualche lato buono nei malviventi, ci sono stati – spiega la Florio – illustri scrittori italiani che hanno indicato quale progenitore del guappo napoletano proprio il Gamurro», il brigante spagnolo di epoca medioevale. Se per tutto l’Ottocento la società napoletana visse in un clima generale di corruzione, «anche a causa dei frequenti casi di connivenza fra malavita e polizia», nel Novecento «i mutamenti subiti dalla camorra non riguardavano tanto gli usi – rimasti inalterati – quanto il modo in cui venivano percepiti gli introiti, ricavati non più dalle tangenti sui mercati, bensì dall’influenza esercitata in ambito politico e amministrativo. […] Al camorrista che “stava vicino alle stanze del potere o agli uffici di polizia” si contrapponeva il guappo rimasto nei vicoli a mantenere l’ordine». Tra gli eredi della figura anacronistica del guappo, personaggio storico oggi caduti nell’oblio, si ricordano Giuseppe Barracano, esperto nell’arte della “zumpata”, Luigi Campoluongo, capo del quartiere Sanità, e Giuseoppe Navarra, il “re” di Poggioreale.

Per quanto riguarda gli usi e i costumi tipici del guappo, il cui profilo (con la giacca corta ed aderente, portata sbottonata, e la famosa coppola) è delineato in maniera grottesca da Francesco de Bourcard, sono stati descritti dagli scrittori Ernesto Serao ne La camorra. Origini, usi, costumi e riti dell’annorata suggietà, Adolfo Narciso in Napoli col suo manto di sole e Nicola Maldacea con le sue “macchiette”. Il poeta Ferdinando Russo, invece, racconta aneddoti su noti guappi della sua epoca, quali Gioacchino 'a Vicchiarella e Achille Del Giudice. Nei racconti leggendari rivivono, così, le vicende di Don Gaetano, definito l’infame di Porta Capuana, di Rafele 'o Buttigliere, dipinto come una sorta di benefattore, e di un certo Pasquale, la cui macabra storia appartiene al repertorio creato dalla religiosità popolare. Rilevante – osserva infine l’autrice – «è il ruolo rivestito dal guappo nell’arte e nella cultura napoletana moderna, sebbene se ne trovino tracce anche nei classici». Il mondo della malavita trova spazio nelle opere poetiche di Ferdinando Russo, Raffaele Viviani, Libero Bovio e Salvatore Di Giacomo, nelle rappresentazioni teatrali realizzate dalla compagnia di Federico Stella e di Eduardo De Filippo nonché nella produzione cinematografica, sin dagli anni Venti, e nella secolare tradizione musicale napoletana.




















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