"Mater camorra" di Luigi Compagnone (1987)
di Toni Iermano   


[visualizza il saggio]


Abstract
La rappresentazione della camorra può assumere una specifica densità di significati negli scrittori del Novecento: è il caso di Luigi Compagnone e del suo Mater Camorra, che Toni Iermano rilegge con fini notazioni, segnalandone i riferimenti impliciti, come Diario in pubblico di Elio Vittorini e le numerose pagine 'nere' di Leonardo Sciascia nei suoi memorabili libri-inchiesta.
La causa della camorra per Luigi Compagnone è il sottosviluppo che ha trasformato Napoli in una città statica, inerte e per di più fatalista. Il delitto di Gennaro Cuocolo, intorno a cui lo scrittore svolge una dolorosa riflessione storico-civile costituisce il simbolo di una angosciosa realtà che devasta Napoli con le sue contraddittorie articolazioni politico-sociali. Lo sguardo di polemista di Compagnone contribuisce a fare di Mater Camorra un modello di pamphlet di stampo illuministico, permeato da una coscienza civile, che offre al lettore una requisitoria sul costume italiano e su quella specificità tutta napoletana di vivere la tragedia come spettacolo teatrale o eterno carnevale.
La ricostruzione del controverso processo Cuocolo diventa così pretesto per una riflessione morale della napoletanità e sulla condizione di 'non-storia' della città nonché una riflessione dell'autore sull'impegno dell'intellettualità, sulla passione civile e i suoi linguaggi.
Mater Camorra di Luigi Compagnone, come Toni Iermano afferma in modo forte e provocatorio, è "un libro, nel senso pasoliniano del termine, luterano, tragicamente contemporaneo, dissacrante e ironico, rivolto a smascherare le ipocrisie, i compromessi, le certezze senza verità, l'atonia morale, convito che gli intellettuali hanno il compito di combattere i luoghi comuni, l'insincerità, la corruzione della politica, il potere dei forti e persino quello degli oppositori di mestiere".
Inoltre a Pasolini rimanda la radicata convinzione di Compagnone di trovarsi di fronte a una classe politica che nel tempo si è consolidata nell'uso della parola per mentire. Infatti, come ricorda Iermano, nelle Lettere luterane Pier Paolo Pasolini raccoglie, tra l'altro, un trattatello pedagogico indirizzato a un ipotetico ragazzo napoletano, Gennariello, denunciando che la lingua dei potenti è la lingua della menzogna.