"Ritrarre dal vero" la città e la camorra (1860-1869)
di Pasquale Sabbatino   



All’indomani dell’Unità d’Italia, il nuovo corso politico dello Stato liberale coincide con il nuovo corso della letteratura di tendenza realista. A Napoli giornalisti e scrittori osservano la città, raccontano ciò che vedono, i mali vecchi e nuovi, e si interrogano in molti casi sulle cause storiche, sulla debolezza morale e sulla responsabilità politica delle classi dirigenti, infine sui rimedi da adottare per costruire la città del futuro. La scrittura giornalistica e letteraria, allora, si assume il compito di studiare e rappresentare la complessità stratificata di Napoli, evitando l’ovvio e l’eccessivo,  demolendo i pregiudizi e le semplificazioni.


All’inizio degli anni Sessanta lo storico Pasquale Villari affronta il tema della camorra in una lettera inviata da Napoli alla «Perseveranza» di Milano (5 ottobre 1861), il giornalista Marco Monnier pubblica il dossier La camorra. Notizie storiche raccolte e documentate (1862) e lo scrittore Francesco Mastriani denuncia la piaga della malavita organizzata nei romanzi I vermi. Studi storici sulle classi pericolose in Napoli (1863-64) e I misteri di Napoli. Studi storico-sociali (1869-70), un lungo viaggio nei labirinti della città del male e del vizio che avvolge e nasconde la città reale o presunta del bene e della virtù. Nei primi anni della nuova Italia va collocato anche  l’opuscolo Natura ed origine della misteriosa setta della camorra nelle sue diverse sezioni e paranze. Linguaggio convenzionale di essa usi e leggi, apparso a Napoli anonimo e senza data. Mastriani nei Vermi rimanda esplicitamente a questo «recente opuscolo», da cui estrapola i ventiquattro articoli dello statuto della camorra. Un filo comune attraversa i testi di Monnier, dell’Anonimo e di Mastriani, lo studio e l’esibizione del vocabolario della camorra. A vario titolo gli autori sentono tale studio come un possibile varco per conoscere il codice linguistico della camorra, per  sintonizzarsi sulla frequenza della comunicazione interna  e segreta,  per decodificare l’oscuro linguaggio e i comportamenti della malavita organizzata.

Sul finire degli anni Sessanta, tra i tentacoli della camorra si ingrandisce e si manifesta quello che abbranca la connivenza con gli amministratori municipali, un male che, qualche decennio dopo, con l’inchiesta del senatore Giuseppe Saredo (Relazione del R. Commissario Straordinario al Consiglio Comunale di Napoli, Napoli, Giannini, 1891) mostrerà la penetrante diffusione delle metastasi. Scrittori e giornalisti indagano con coraggio e levano il grido di denuncia contro il malgoverno cittadino e contro il blocco camorra, politica e affari. È il caso di Vittorio Imbriani, il quale nella novella La bella bionda (1869) rappresenta «tutte le turpitudini» e i «costumi» di Napoli nel primo decennio post-unitario, facendo muovere l’intera città e l’intera vicenda attorno al Municipio, amministrato dalla Destra, e al ceto dirigente locale, che si ammanta di retorica risorgimentale, inventando eroi di cartapesta, e riscuote tangenti dalla camorra per l’assegnazione di appalti.

 

  1. Le prime lettere meridionali di Pasquale Villari
  2. La camorra di Marc Monnier
  3. Dai Vermi ai Misteri di Napoli di Mastriani: il codice e il gergo della camorra
  4. La bella bionda di Imbriani: il Palazzo municipale, la città e la camorra
  5. Appendice. Le leggi della camorra