L' "io so" di Pasolini e Roberto Saviano
di Pasquale Sabbatino   

   
    Un interrogativo di fondo attraversa l’intero romanzo-inchiesta di Roberto Saviano: quale è la funzione dello scrittore di fronte alla trasformazione della camorra storica in moderna criminalità organizzata, quale è la funzione della scrittura di fronte al mondo affaristico e alla violenza spietata del Sistema.

    In un passaggio memorabile del romanzo-inchiesta, precisamente nelle sequenze sull’onnipotenza camorristica del cemento in Italia e in particolare nel Mezzogiorno, sulla grande divinità alla quale si piegano clan e banche e nel cui nome si sacrificano centinaia e centinaia di vittime,  Saviano affronta di petto la questione della funzione della scrittura. L’io narrante, che racconta e unisce le varie storie e i molti personaggi, è preso dalla “crisi asmatica di rabbia” e sente rimbombare “nelle orecchie l’Io so di Pasolini, come un jingle musicale” che si ripete ossessivamente. È come la folgorazione nella terra di camorra, parallela alla folgorazione biblica di s. Paolo nella via di Damasco. Da qui l’idea di compiere il viaggio a Casarsa (nel Friuli) da solo, evitando il “gruppo di fedeli lettori”, un pellegrinaggio laico sulla tomba di Pier Paolo Pasolini, morto nel 1975, lo scrittore, poeta e regista dal “nome uno e trino, come diceva Caproni”.

    L’io narrante sa che Pasolini potrebbe essere scambiato per il suo “santino laico”, il suo “Cristo letterario”, il suo padre Pio ispiratore, ma per esorcizzare questo rischio dichiara che si reca sulla tomba di Pasolini, non per tributare un omaggio o per partecipare alla liturgia della celebrazione, ma  solo per “trovare un posto dove fosse ancora possibile riflettere senza vergogna sulla possibilità della parola”, sulla potenzialità di “scrivere dei meccanismi del potere, al di là delle storie, oltre i dettagli”, in modo da far confluire i nomi, i volti, i corpi dei reati nel grande disegno dell’”architettura dell’autorità”, inseguendo e incidendo “con la sola lama della scrittura” il groviglio delle “dinamiche del male” e la spirale dell’”affermazione dei poteri”.

    La collazione tra l’Io so di Pasolini negli anni Settanta e l’Io so di Saviano nel primo decennio del XXI secolo svela il caldo desiderio nutrito da Saviano di cercare il padre, disegnando così l’albero genealogico della sua esperienza di scrittore, e  e nel contempo evidenzia la necessità di tagliare il cordone ombelicale, andando avanti per la propria strada. Infatti l’io so di Pasolini, che si legge nell’articolo Il romanzo delle stragi (apparso il 14 novembre 1974 e raccolto in Scritti corsari, 1975), viene ripetuto anaforicamente, alzando il sipario sui nomi dei veri responsabilili di golpes e stragi che si registrano lungo gli anni Sessanta e Settanta. Al culmine della crescente tensione dell’Io so, Pasolini chiude con amarezza: “Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi”. La sua conoscenza di nomi e fatti deriva dal suo mestiere e istinto di intellettuale e scrittore attento a tutto ciò che avviene, capace di mettere insieme i frammenti anche lontani e disparati del puzzle politico, fino a ristabilirne “la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”.

    L’Io so di Saviano, già presente nel racconto pubblicato da “Nuovi Argomenti” (ottobre-dicembre 2005), è caratterizzato da una sostanziale differenza. Infatti l’io narrante, che attraversa le strade dell’impero economico della camorra e raccoglie le prove dell’onnipotenza del cemento, ripete per alcune pagine, molto dense, come in un crescendo, “Io so e ho le prove”. Così l’io narrante, alter ego dell’autore, rivendica allo scrittore il ruolo di testimone (“Io vedo, trasento, guardo, parlo, e così testimonio”) e la sua scrittura diviene racconto spietato “di queste verità”. Tuttavia, conclude, “non faccio prigionieri”. Questa negazione nasconde un’affermazione: che sia la magistratura a fare giustizia. Un vero e proprio passaggio di prove, dallo scrittore testimone ai magistrati, dalla letteratura alla magistratura che ha il gravoso compito di mettere a frutto quelle prove “inconfutabili perché parziali, riprese con le iridi, raccontate con le parole e temprate con le emozioni rimbalzate su ferri e legni”.

    Nel disegnare l’albero genealogico della scrittura di Gomorra, dunque, Saviano ritrova le sue radici letterarie in Pasolini. Ma l’identificazione del padre coincide anche con la presa di coscienza di un percorso narrativo che tende oramai a diversificarsi. Così Saviano avanza ora per la sua strada, nel nome del padre, certo, di cui non a caso riprende l’Io so, ma segnando una svolta e quindi un inevitabile allontanamento, reso necessario dai tempi nuovi e dalle nuove emergenze della storia.

 

(«Corriere del Mezzogiorno», 7 giugno 2008)