La camorra come tema letterario
di Antonio Palermo   



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Abstract (a cura di Pasquale Sabbatino) 

Antonio Palermo passa in rassegna l’«estemporanea e pionieristica» Camorra di Marc Monnier (1863), il «momento genetico più alto» rappresentato dalle Lettere meridionali (1875) di Pasquale Villari, che diede vita a «una vera e propria genealogia immediatamente canonica» da Leopoldo Franchetti e Giorgio Sidney Sonnino alla Jessie White Mario, da Giustino Fortunato a Pasquale Turiello, da Napoli a occhio nudo (1878) del «letteratissimo» Renato Fucini a Napoli e i Napoletani (1885) dell’indigeno Carlo Del Balzo, dal Ventre di Napoli (1884 e 1906) di Matilde Serao a Gente ’e malavita (1897) di Ferdinando Russo e Povero don Camillo! (1897) di Amilcare Lauria, un romanzo «dedicato alla rinnovata utilizzazione elettorale della camorra», che portò a inizio Novecento al Processo Cuocolo, «antesignano nel 1907 dei nostri maxiprocessi». Lungo il XX secolo Palermo segnala Guappo di cartone (1931) di Raffaele Viviani, il quale irride verso «una realtà còlta come un ridicolo anacronismo alfine in liquidazione», e la commedia eduardiana Il sindaco del Rione Sanità, scritta nel 1960, «la cui forza peraltro sta tutta nella liberazione della ormai angusta prigione dei vecchi referenti». Nel creare il protagonista, Don Antonio Barracano, che nel Rione Sanità compone le questioni più gravi ed esercita la giustizia, in sostituzione della giustizia dello Stato, Eduardo si ispira non solo a un personaggio reale, un certo Campoluongo, ma anche al dramma di Alessandro De Stefani, Il calzolaio di Messina (messo in scena da Pirandello a Roma, Odescalchi, 11 aprile 1925, e pubblicato nello stesso anno in «Comoedia», 1 maggio) e all’episodio Il professore del film diretto da Vittorio De Sica, L’oro di Napoli (1954), dall’omonima raccolta di racconti (1947) di Giuseppe Marotta. L’episodio, che si fonda sui racconti Il professore e Lo sberleffo, è interpretato dallo stesso Eduardo (Don Ersilio Miccio).

Nel saggio La camorra come tema letterario, l’analisi di Palermo diventa tagliente come una lama, quando accosta un passo di Villari, tratto dalla sua lettera sulla camorra (1875):

Non vedete che ci vuole un secolo? – Sì lo vedo, ma vedo ancora che se cominciamo domani, ci vorrà un secolo e un giorno.

e un passo di Gaetano Salvemini, tratto dall’articolo Le lotte amministrative a Napoli nel biennio 1878-’80 [1900], che suona come «una spietata sentenza» emessa a inizio Novecento:

Ricordo in modo speciale l’esempio napoletano, prima perché Napoli ha fama di essere oramai così profondamente immorale da non essere più capace di redimersi da sé […].

Dietro e dentro questa analisi tagliente, il lettore può scorgere la passione e l’umorismo di Palermo, il quale chiude con un fendente dato con mano sicura:

Insomma mancò allora la smentita a un giudizio così disperato […].

Nell’ultimo paragrafo del saggio La camorra come tema letterario Palermo esibisce una pagina tratta da La città dolente, una raccolta delle corrispondenze che il medico svedese aveva inviato a un giornale del suo paese, descrivendo la Napoli dolente colpita dal colera nel 1884. Durante i suoi spostamenti in città per curare i colerosi, Munthe conosce anche la realtà della camorra, che svolge la funzione di polizia dove lo Stato è assente. Di fronte alla presenza di alcuni camorristi che proteggono i suoi movimenti, Munthe scrive:

Tu hai sentito che la camorra è una cosa del passato, ma sei stato male informato, amico mio, la camorra è ancora viva! E forse è grazie alla camorra che siamo ancora vivi al momento! L’uomo che hai visto non vi occupa un alto rango; non è neppure un masto, è un semplice subordinato – un picciotto di sgarro, ma ha ordine di proteggerci e perciò, anche se ora siamo proprio nel cuore del quartiere dei ladri, possiamo procedere come fossimo a casa nostra, nelle nostre stanze. Tu pensi che sarebbe bene chiamare la polizia, ma non ci sono poliziotti prima di una buona mezz’ora di cammino: se ti capita d’incontrare una sola guardia durante un’intera notte, ti darò tutti i miei terreni […]! L’unica disciplina in questo quartiere è quella che la camorra decide di imporre: questo è il segreto che rende ancora possibile la sua esistenza.

Lo stralcio sulla camorra, che è pienamente viva nei quartieri dei poveri, dove assicura la protezione e impone la sua disciplina, la dice lunga, nota Palermo, sul «tasso di ‘pericolosità’ vale a dire di paradossale consenso o almeno accettazione, che una società del crimine così efferata pur riuscì a produrre».


* Pubblicato in A. PALERMO, Il vero, il reale e l'ideale. Indagini napoletane fra Otto e Novecento, Napoli, Liguori, 1995.